Avrei qualcosa da dire sulla non comprovata necessità di alcuni comportamenti. Ad esempio, l’attività fisica viene considerata, in questo periodo d’emergenza, come tale. Un bene non indispensabile, un lusso che non ci si può concedere. Si è stati molto attenti, giustamente, nel diffondere il quadro normativo su cosa sia possibile fare e cosa no, ma ci si è dimenticati di fare informazione e formazione sui benefici che l’esercizio fisico può produrre in termini di prevenzione e ostacolo alla diffusione del virus. È risaputo è provato scientificamente, infatti, che un giusto livello di attività motoria - né di bassa entità né stressante - produca delle trasformazioni a livello fisiologico tali da rendere il nostro sistema immunitario più resistente agli attacchi patogeni di corpi esterni. Si potrebbe dire - o, meglio, si dovrebbe - che se è vero che la rarefazione forzata degli incontri sociali ha il compito di abbassare notevolmente la diffusione, allo stesso tempo il rafforzamento delle difese personali può diventare uno strumento fondamentale di contrasto. Più resistenza al virus, meno contagio. I sacrosanti appelli a stare a casa dovrebbero essere accompagnati da una vigorosa campagna di sensibilizzazione a non stare fermi e a mantenersi in forma. Un corpo allenato sarà in grado di respingere con minori perdite l’offensiva che sta aggredendo il pianeta. Si sta buttando via una grande occasione per offrire alla collettività non solo misure di contenimento precauzionale, ma anche modalità attive di prevenzione dove l’esercizio fisico ha un ruolo preminente e non secondario. Questo è il momento opportuno per capire che il movimento non è un accessorio, una pratica facoltativa per fanatici, ma l’antidoto naturale all’insorgenza di malattie. Il nostro Paese deve ancora camminare in questa direzione: quando capirà che, proverbialmente e saggiamente detto, ‘prevenire è meglio che curare’, forse avrà raggiunto la piena maturità. Per quel che può valere, il mio consiglio è di stare a casa, ma non di stare fermi.
"Non è il cammino impossibile, ma l'impossibile è cammino"
sabato 14 marzo 2020
domenica 15 dicembre 2019
agonismo in bolletta
C’è stato un momento, netto e limpido, in cui lo sport agonistico è entrato in crisi profonda. Da quando è diventato a pagamento. I miei coetanei e le generazioni appena seguenti sanno bene di cosa si stia parlando: le famiglie non tiravano fuori un becco di quattrino e l’organizzazione dell’attività - palestre, allenatori, trasferte, - era totalmente a carico del Presidente-Padrone, spesso titolare di un’azienda locale, bramoso di far conoscere il proprio marchio e di investire nello sport. Erano tempi in cui il cartellino, ossia il valore in denaro della proprietà di un giocatore giovane, poteva far gola a molti imprenditori che consideravano il mondo sportivo un ramo fresco su cui far fiorire possibili guadagni. Nella nostra seppur piccola realtà locale, si ricordano passaggi milionari - quando ancora esistevano le lire - di giocatori come Fantin e Brusamarello trasferiti a società importanti di serie A. Il Presidente-Padrone aveva interesse che i giocatori migliorassero e quindi si accaparrava gli allenatori funzionali ai propri disegni di mercato: in genere giovani e bravi, motivati a dovere, desiderosi di lasciare un segno per affermarsi nell’emisfero nazionale e firmare, magari un giorno, contratti con società blasonate delle serie maggiori. Sia ben chiaro, non sono nostalgico di quei tempi, se non per le grandi abbuffate in pasticceria dove se ne andava metà del rimborso mensile in compagnia dei miei colleghi: sì, perché anch’io ho fatto parte di questo meccanismo e, seppur in piccola parte, ho contribuito attraverso la mia opera all’arricchimento di chi deteneva il potere assoluto sui giocatori. In questa sorta di camuffato schiavismo moderno, spiccava altresì un aspetto non trascurabile: in palestra si lavorava alacremente, non ci si risparmiava, ci si sbatteva dalla mattina alla sera. Non è un caso che quello sia stato il periodo, con alcune eccezioni, in cui la ‘produzione’ di giocatori sia stata ingente. Non ingannino i tempi moderni, il passaggio dal Presidente-Padrone al pagamento della quota ha certamente ridato valore al giocatore come persona con il diritto di scelta, ma ha inevitabilmente portato con sé danni irreparabili. Per la mentalità corrente, pagare significa avere diritto di parola e, nel peggiore dei casi, possibilità di invadere il campo altrui con conseguenze devastanti. Spesso le società sportive, che si arrabattano per far quadrare i conti, sono costrette ad umilianti compromessi per non incorrere in dispute sfinenti o, addirittura, per scongiurare il rischio che alcuni sbattano la porta e si accasino presso il vicino concorrente. Difficile, se non impossibile, creare giocatori in un clima ricattante e provvisorio, a meno che tutti gli ingredienti - giocatore, famiglia, allenatore e società - si trovino in perfetto allineamento, situazione più unica che rara. Tra il Padre-Padrone e il Padre-libero arbitrio non saprei cosa scegliere. Una cosa però penso di sapere: di questo passo la pallacanestro, e non solo, rischia l’estinzione. E non solo per colpa della denatalità.
mercoledì 8 maggio 2019
a scuola sventola bandiera bianca
Tra un preside o un insegnante preso a schiaffi e pugni ed un decreto che cancella le sanzioni e impone il divieto di bocciatura alle elementari, c’è sicuramente un filo di coerenza che li tiene uniti: la morte della scelta educativa all’interno delle mura scolastiche ( e forse, anche oltre le mura ) e la resa incondizionata di quella che dovrebbe essere una delle istituzioni di riferimento per i giovani. Le famiglie, che non sudano e non lacrimano sangue nel difficile compito di crescere le nuove generazioni - perché una cosa è la crescita antropometrica, ben altro quella umana - , trovano risorse supplementari per accanirsi in difesa della propria stirpe, a detta loro perseguitata da provvedimenti assurdi ed esagerati, se non addirittura tendenziosi verso atti non commessi, o comunque di lieve entità. Mi chiedo quali siano, in questo particolare momento storico, gli strumenti a disposizione per chi si occupa di educazione dei giovani. Certo, se vivessimo nelle favole dei fratelli Grimm, non ci sarebbe bisogno di ammonizioni, punizioni, sospensioni: nella visione ideale pedagogica, l’educatore non abbisogna di mezzi correttivi e gli allievi mettono in atto dinamiche e relazioni efficaci sia verso l’adulto che tra coetanei. La realtà odierna ha una faccia molto diversa: nella gran parte dei casi, i ragazzi sono male educati ( e non maleducati ) perché non hanno potuto fare esperienza di cosa significhi essere bene educati ( diverso da beneducati ). Se gli adulti, al posto di responsabilizzare i giovani di fronte ai loro errori, li proteggono anche quando questi hanno torto, commettono un vero e proprio peccato capitale dalle conseguenze catastrofiche. Il messaggio, tradotto in linguaggio popolare, suona più o meno così: ‘sappi che hai ragione anche quando hai torto e se qualcuno si permette di dire che hai torto deve fare i conti con me; sappi che nessuno può permettersi di dire che hai torto se non il sottoscritto e che delle sanzioni o sospensioni che siano me ne faccio un baffo’. In sostanza, non siamo di fronte ad un conflitto famiglia-scuola ( magari! ), ma ad una vera e propria negazione della realtà, un meccanismo di difesa che mina alle radici il senso etico dell’agire: i ragazzi, con questo andazzo, non sono più in grado di capire cosa sia giusto o non giusto fare, con gli effetti che tutti vediamo. Sono anni di trincea, prima o poi una baionetta arriverà; quota 100 non mi riguarda, la Fornero è ancora lontana. Sono datato, senz’altro superato, ma su questo terreno non ho intenzione di disertare: quando la scuola, per motivi di convenienza o quieto vivere, smetterà di ‘educare’, saremo tutti in pensione, anche se quotidianamente occupati ad ‘insegnare’. La bandiera bianca la porti qualcun altro.
domenica 17 marzo 2019
l’armatura di Rodrigo
È difficile intuire cosa stia succedendo. Qualcuno le chiama crisi di mezza età ( se di mezza età, in questo caso, si possa parlare ). C’è un attimo, un lampo quasi, che ti suggerisce la strada da prendere. Ti accorgi che tutto quello che ti sei portato dietro - esperienza, soddisfazioni, e con un pizzico di vanità e in un certo senso, celebrità - siano un carico troppo ingombrante per procedere spediti. Non può non venire in mente la scena di Mission dove De Niro, nei panni di Rodrigo mercenario schiavista, si trascina faticosamente per chilometri il peso della vita precedente, fatto di ferrame, stigma di terrore per il popolo indio perseguitato. Noi stessi siamo abili a costruirci gabbie sicure dalle quali è impossibile scappare e dove l’orizzonte disegna sempre lo stesso paesaggio. Abbiamo una certa destrezza, che a volte si tramuta in presunzione, nel compiere i nostri gesti quotidiani in nome delle conoscenze acquisite in tanti anni di scalata verso il successo. Ho fatto come Rodrigo: ho visto l’armatura legata alle caviglie scivolare giù dalla scarpata e stavolta l’ho lasciata andare. Riprendere il passato significa far rivivere storie che non possono più essere vissute: i nostri ricordi stanno bene dove sono, pensare di dare vita a ciò che è accaduto è come illudersi di fermare il tempo che scorre. Ciò che è successo, non può essere cancellato, ma deve rimanere al suo posto. Mi sono messo in gioco: ho alzato lo sguardo, ho riapparecchiato il tavolo, ho mescolato il mazzo. Mi muovo in un mondo totalmente nuovo, dove, finalmente, dopo tanto tempo e dopo tanto insegnare, riprendo ad imparare. Prima avevo certezze, ora sono immerso nella nebbia più fitta. Ero sicuro, competente, ricercato, chiuso nella mia torre d’avorio. Ora sono in campo aperto e sono all’oscuro sia dei pericoli e di ciò che potrà accadere. Mi sento come un fragile e vuoto vaso di creta pronto ad essere riempito. Vivo nel dubbio, ma mai come ora, da un bel pò di tempo, così bene.
martedì 23 ottobre 2018
liberi di farsi del male
Cambio idea spesso e non me ne vergogno. Alcuni anni fa, fanaticamente accecato, sarei saltato addosso a chiunque si fosse permesso di mettere in discussione la bontà e necessità delle ore di educazione fisica. Ora, dopo innumerevoli battaglie sul campo - quasi tutte perse - sono dell’idea che la ginnastica debba diventare, almeno alle superiori, una materia facoltativa, come la religione. Cercherò di spiegarmi meglio - prima di subire un linciaggio mediatico francamente immeritato - facendo leva sul pensiero libero che, ahimè, si spera sia ancora in vigore in un paese civile...civile? È statisticamente risaputo che almeno il 20% degli studenti adolescenti tende a saltare le lezioni adducendo innumerevoli scuse, tra le più improbabili la dimenticanza dell’equipaggiamento per frequentare le lezioni pratiche in palestra. È un ritornello a dir poco fastidioso ed umiliante, come se un cuoco si sentisse continuamente dire dallo stesso imprecisato cliente che non ha appetito. In verità, questi ragazzi non hanno intenzione di faticare e sudare e, incredibilmente, persino il gioco sportivo viene visto come poco attraente rispetto ad altre attività ( smartphone, cuffie, briscola ecc...). Tra le altre cose, esiste un problema serio di sorveglianza, nel senso che chi non pratica deve comunque rimanere nei paraggi e spesso si diletta nell’attività più divertente tra tutte, il sabotaggio della lezione, tra schiamazzi e risate sperticate che inevitabilmente finiscono per ridurre ulteriormente le già scarse capacità attentive dei frequentanti. Spesso si arriva al paradosso che chi si cambia e si comporta come un normale studente venga visto come un asino da chi si sottrae alle fatiche d’Ercole per darsi a passatempi più gratificanti. Ci sono i voti, le insufficienze, l’unica arma convenzionale a disposizione dei docenti: posso garantire che nemmeno la strada punitiva e sanzionatoria riesce a dare risultati soddisfacenti, se non in rarissimi casi. Alcuni di questi amano collezionare note e brutti voti, quasi siano trofei di guerra da esibire ai coetanei. Le famiglie spesso non sono al corrente o, peggio ancora, si disinteressano totalmente dell’andamento scolastico dei figli, salvo ricomparire quando i tabelloni esposti segnalano inequivocabilmente una irrimediabile bocciatura. Perciò, dopo anni di magre riflessioni e di capocciate sul muro, ho maturato la convinzione che chi non ha voglia di fare fatica debba essere messo nelle condizioni di farlo. Smessi i panni di Savonarola, sono sempre più convinto che ognuno debba decidere liberamente in materia di salute e benessere. Almeno per i maggiorenni, un esercito destinato a salire viste le difficoltà occupazionali e la necessità impellente di trovare un ‘parcheggio’ ( anche se continuo a non capire cosa ci facciano dei diciottenni in seconda superiore ). Chi sono io per obbligare chi non ha voglia? E, soprattutto, quando qualcuno avrà messo la fatidica crocetta sulla volontà di partecipare, quantomeno dovrà rispettare il patto stipulato. E chi non avrà firmato potrà liberamente fare ciò che vuole senza essere sorvegliato e senza disturbare chi vuole impegnarsi. Capisco i costi sociali e tutte quelle belle cose sul carico nei confronti della collettività. Ma non posso convincere chi vuole farsi del male a fare il contrario. Forse mettendolo di fronte ad una scelta, potrà, almeno per un attimo, fermarsi a pensare. E scegliere e pensare, oggigiorno, sono già atti di rivoluzionaria civiltà.
giovedì 5 luglio 2018
Gallo nel Sacc(hetti)
Meo Sacchetti mi è piaciuto fin dall'inizio. Qualcuno lo ha considerato un ripiego, altri una scelta inevitabile. Fatto sta che il meno aziendalista e il più naïf fra gli allenatori italiani ha dimostrato ampiamente di essere l'uomo giusto nel posto giusto al momento giusto. Diciamoci la verità: per quanto l'azzurro sia un colore molto attraente, nessuno fra i coach più titolati avrebbe accettato la patata bollente di guidare un drappello di bravi ma inesperti ragazzi, privo per regole assurde e dispotiche dei big impegnati all'estero o oltre oceano. Meo ha accettato di getto, senza pensarci troppo, come il suo gioco fatto di poco controllo e di responsabilità affidata ai giocatori. Il perfetto erede del compianto professore Dido Guerrieri, che ho avuto l'onore e la fortuna di affiancare in una breve comparsa in città dopo il malore che lo tolse al grande basket. Dido era un genio, quasi sempre mal compreso: amava i giocatori duttili e una pallacanestro semplice - non banale - e sbilanciata offensivamente. La sua Torino non vinceva gli scudetti ma riempiva il palazzo e si faceva amare. L'impronta indelebile del professore stampata in Meo la si può notare nel lancio dei giovani: come Dido fece esordire in serie A il giovane Carlo della Valle - padre di Amedeo - affidandogli responsabilità inconsuete, così Sacchetti ha mandato in campo un diciassettenne - Pace Mannion - in una importante partita di qualificazione ai mondiali concedendogli minuti e fiducia. Chi l'avrebbe fatto tra gli illustri allenatori di cui, giustamente, l'Italia va fiera? Tutti quanti sbigottiti perché gli azzurri hanno perso le ultime due gare e messo in discussione la qualificazione ai mondiali, pochi però si sono spellati le mani quando, contro ogni pronostico, un manipolo di ragazzi abituati a ruoli da comprimari hanno messo sotto la Croazia in casa propria. Ora tutti ad invocare rinforzi dall'Europa e dall’America, come se l'unica soluzione al problema venisse da Gallinari, Belinelli e com. Dobbiamo farcene una ragione: per tornare ad essere competitivi, bisogna sfornare continuamente giocatori di livello internazionale. Ritenere Gallinari e soci la panacea dei nostri mali significa mettersi una bella benda sugli occhi: ecco perché condivido il rigurgito d’orgoglio di Meo quando afferma che alla nazionale bisognerebbe rispondere positivamente e incondizionatamente. Chi non vuole la maglia azzurra se ne resti a casa e quelli che ci sono vanno considerati i migliori, a prescindere. Gallo ha sbagliato, non doveva rifugiarsi sotto le gonne di Petrucci per giustificarsi. Bastava chiarire con l'allenatore, da uomo a uomo, evitando i riflettori mediatici e le vie virtuali. Preferisco Da Tome, che ha scelto il silenzio per rispetto a chi è sceso in campo: ma si sa, a qualcuno, l’America, dà alla testa.
martedì 3 luglio 2018
giù le mani
Ora basta. La misura è colma. Lo sport non ha bisogno della politica e la politica non ha bisogno dello sport. Usare gli atleti per veicolare concetti ideologici è diecimila volte peggio che per fini commerciali. Gli atleti sono degli atleti. Punto. Come hanno giustamente detto le staffettiste d'oro ai giochi del mediterraneo, nessuna di loro ha fatto caso al colore della pelle: la cosa importante, imprescindibile, è dare il massimo per se stesse e per la nazione di cui si fa parte. Lo sport non può risolvere i problemi dell'immigrazione, meglio ancora, non si pone nemmeno il problema. Il colore della pelle è l'ultima delle questioni in gioco: ciò che conta è la lealtà, l'impegno, il rispetto, l'altruismo, il sacrificio, l'appartenenza. E potremmo continuare con una serie infinita di valori, che non sono parole, ma un codice condiviso da tutti. Coloro che strumentalizzano gli atleti per fini di parte sono gli stessi che si occupano di sport una volta ogni quattro anni, quando ci sono le Olimpiadi o i mondiali di calcio. Chi vive ogni giorno di sport sa bene che non c'è tempo e nemmeno ragione per occuparsi di questioni che nulla hanno a che fare con la sacralità della competizione, basata su regole e principi assolutamente indipendenti e inviolabili. In una nazionale, gli atleti vengono scelti in base a criteri scientifici e verificabili, ossia a risultati certi conseguiti durante la stagione. Perciò, lasciamo in pace lo sport e proteggiamolo da qualsiasi contaminazione: già deve difendersi da minacce endogene quali doping e scommesse, ci mancano solo le mani addosso della peggiore politica, quella fatta di slogan e frasi facili per demolire le ragioni dell'avversario. Nello sport, che è tutto un altro mondo, l'avversario non è un nemico, semmai un'opportunità per misurare i propri limiti.
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