Assisto non più di tanto sbigottito all’incenerimento virtuale e morale, per fortuna non ancora reale, del povero Ventura che, dopo le ultime disavventure, farebbe bene ad aggiungere una S maiuscola al cognome, se non altro per coerenza con i fatti di cronaca. Purtroppo per lui e per l’italia del pallone, è solamente capitato nel posto sbagliato al momento sbagliato. Non è certo colpa di Ventura - ribattezzato qui S-ventura - se Totti ha smesso di giocare o se Florenzi non vale nemmeno un’unghia di Alex Del Piero. Se in centottanta minuti - quasi centonovanta - gli azzurri non sono riusciti a segnare nemmeno un goal, significa che c'è un problema a monte e scaricare tutto sul navigato - se non altro per l’età - CT non è altro che l’ennesimo codardo tentativo di nascondere la polvere sotto il tappeto. In verità, e lo dice uno che di calcio non ne sa un piffero, non c'è traccia in giro di giocatori degni del tricolore sulla maglia. Il fallimento - almeno momentaneo - del calcio è del tutto coerente - e solo ultimo in ordine di tempo - a quanto sta succedendo allo sport nel nostro paese: a parte qualche caso eccezionale, dovuto a talento inimmaginabile e non programmabile ( vedi Cagnotto e Pellegrini ad es. ), non esistono risultati eclatanti o degni di nota: la pallacanestro e la pallavolo ( persino femminile ) sono usciti ormai da un bel pezzo dal radar mondiale, il rugby, dopo una fase di entusiasmo iniziale, sta tornando ad essere uno sport di nicchia tant’è che molte nazioni vorrebbero ripristinare il vecchio 5 nazioni e rispedirci nel dimenticatoio. Cosa sta succedendo? Succede che un governo sportivo che finanzia solo lo sport di alto livello ( e solo per alcune discipline ) enfatizzando le medaglie olimpiche e dimenticandosi colpevolmente della fase formativa rivolta agli atleti in evoluzione ha smarrito la propria funzione e la strada maestra da seguire fedelmente. Mentre le generazioni precedenti compensavano attraverso iniziative di stampo personale e privatistico - si pensi solamente alla funzione degli oratori, dei parchi e dei campetti - oggi è necessario costruire percorsi di apprendimento tecnico studiati scientificamente per opporsi alla pigrizia e sedentarietà dilaganti nel mondo giovanile. Gli stessi ragazzi che praticano sport non hanno la benché minima idea di cosa significhi allenarsi, complici metodologie di stampo moderno - o modernistico - che contemplano sessioni di lavoro non troppo faticose e, soprattutto, dilazionate nel tempo. Per paura di perdere clientela (mah!), si è pensato di abbassare il livello dell’offerta con il risultato che gli atleti veri sono sempre più merce rara e non certo frutto di programmazione. Perciò, non ci si strappi i capelli se per un’estate mancheranno le magiche giocate azzurre: ben venga, invece, questa eliminazione se riuscirà non tanto a disfarsi del solito capro espiatorio ma farà aprire gli occhi a chi di dovere. Ecco perché perdere, a volte, può essere salutare. L'importante, come dice Velasco, non è cercare il colpevole, ma capire il motivo. ( 1-continua )
"Non è il cammino impossibile, ma l'impossibile è cammino"
martedì 14 novembre 2017
sabato 28 ottobre 2017
nonni Fedeli
Mi scuso fin da ora, davanti a certe affermazioni il cuore si ghiaccia, la testa ribolle, i pensieri si affollano e le parole che escono potrebbero essere fuori portata razionale. “ Per i nonni è un gran piacere andare a prendere i nipotini. Potessi farlo io “. Questa è in ordine di tempo l'ultima uscita maldestra di un ministro - o ministra? - che non passa giorno a rilasciare dichiarazioni di dubbio ancoraggio alla realtà. Mi permetta, ministro Fedeli: di quali nonni parliamo? Di quelli ancora in trincea viste le lungaggini per ottenere il meritato riposo, oppure di quelli fuori uso, ossia alle prese con acciacchi di vario genere vista l'età avanzata? Forse sarebbe il caso di procedere al contrario, chiedere ai nipotini di accompagnare i nonni vista la scarsa autonomia nella deambulazione. Se poi aggiungiamo che i figli in Italia si fanno sempre più tardi, e non certo e solamente per egoismo di coppia, il quadretto è completo: perciò trovo davvero fuorviante e inopportuno accennare a figure famigliari che per vari motivi, negli ultimi anni, hanno assunto ruoli e compiti diversi rispetto al passato. Ma è l'ultima frase che mi inorridisce: lei, ministro Fedeli, preferirebbe accompagnare i nipotini a casa piuttosto che stare al governo? E, mi spieghi dunque, perché non lo fa? Non lascia l'incarico e si dedica alle faccende domestiche? Vede, tra tutti i peccati, l'ipocrisia è forse il peggiore: non ci vuole un genio per capire i diversi benefici derivanti dal fare il politico di professione o il nonno vigile. Poi, mi permetta ancora, il volontariato è un gesto gratuito d'amore: perciò, se diventa legge, perde il suo sapore autentico: i nonni che hanno piacere di andare a scuola a ritirare i nipoti lo stanno già facendo, per gratia et amore dei, e non c'è bisogno di una raccolta alle armi. Ma c'è un altro aspetto, questo meno personale, che mi inquieta: la gioventù italiana è di gran lunga quella che raggiunge, più di altre, l'autonomia in fase avanzata. Di questo passo, tra un po' dovremo accompagnare i diciottenni al bagno per evitare che si facciano del male oppure il prete dovrà dotarsi di un pulmino per prendere e riportare i bimbi del catechismo ( e se poi il pulmino si schianta? È colpa del Padre Eterno? ). Ci rendiamo conto? Solo perché una sentenza - tra l'altro assurda - ha implicato una condanna per un preside, ci mettiamo a normare la condanna dei nostri ragazzi a rimanere dipendenti da tutti e da tutto? Certo che ci sono rischi per le strade: ma, mi si spieghi, quando i bimbi al pomeriggio vanno al parco giochi - sperando ci vadano davvero - oppure presso qualche società sportiva, i rischi spariscono? Il problema dunque è la responsabilità? Quindi, se capisco bene, per tutelare la responsabilità, si utilizza la deresponsabilità. Interessante manovra educativa. Spiacente, ministro Fedeli, non se la può cavare solo dicendo “ questa è la legge “. Deve avere il coraggio di dire che è una brutta legge. E che la paura ci farà sprofondare sempre più in basso.
mercoledì 11 ottobre 2017
liberi tutti
Il vincolo sportivo, oltre ad essere un illegittimo impedimento della libertà personale, è diventato negli anni un grande freno alla crescita della pallacanestro italiana. Non certo l’unico, forse nemmeno il più evidente, certamente artefice della mediocrità con cui si lavora nei settori giovanili. Cerco di spiegarmi prima che qualcuno cominci a mettermi le mani addosso: quello che sto per dire non farà piacere a molti, ma se vogliamo trovare un antidoto ad una situazione che va deteriorandosi ora dopo ora, è necessario essere crudi e onesti nell’ammettere che ciò che può dare vantaggi nell'immediato può provocare danni irreparabili nei tempi lunghi. Esempio classico: in ogni squadra che si rispetti accade che uno o più giocatori abbiano qualità tecniche più elevate rispetto al resto del gruppo; se dovessero chiedere di andare ad allenarsi e giocare in un ambiente più prestazionale, nella quasi totalità dei casi verrebbero respinti grazie anche al deterrente del vincolo, che funge da chiavistello invalicabile a scoraggiare qualsiasi tentativo di fuga. Così avviene che chi potrebbe migliorare è impedito a farlo, con conseguenze spesso deleterie: nel migliore dei casi lo sviluppo tecnico si interrompe bruscamente, nei peggiori ci troviamo spesso di fronte ad abbandoni precoci o a cambi repentini di disciplina sportiva. Per costringere un giocatore a restare, con le buone e spesso con le cattive, si mette una pezza alle problematiche del momento ma, allo stesso tempo, si scava una buca insormontabile per le speranze di futuro del giocatore stesso. Per salvare una squadra - perché altrimenti come è possibile andare avanti se qualcuno se ne va - stiamo ammazzando la pallacanestro: chissà quanti potenziali atleti di livello sono rimasti intrappolati nelle reti del ricatto del tesseramento. Altra questione, direttamente collegata: il fatto che i giocatori non possano andarsene liberamente ha abbassato di gran lunga la qualità del lavoro formativo in palestra. Se non esistessero vincoli, le società sportive sarebbero obbligate ad assumere i tecnici migliori e a garantirne la formazione, a presentare alle famiglie e relativi giocatori dei progetti credibili e completi. Così come stanno le cose, invece, Il tutto è orientato verso il basso e il risparmio: pochi allenamenti, allenatori reclutati in extremis e spesso demotivati, partecipazione a campionati provinciali più redditizi sia come costi che come risultati, allenamenti brevi e orientati ad aspetti aggregativi più che di apprendimento. La scusa è che il tempo a disposizione è limitato, ma nessuno fa niente per aumentare il carico. In questa situazione, è matematico che non escano giocatori di livello: le poche società che fanno un buon lavoro a livello giovanile non possono sobbarcarsi tutto il peso del reclutamento e della formazione dei giocatori. È risaputo, infatti, che la gran parte del patrimonio agonistico nazionale provenga da società piccole e periferiche e che solo in un secondo momento sia transitato attraverso i canali ufficiali dei club più attrezzati nella costruzione dei giocatori. È chiaro che, a fronte dello svincolo, andrebbero premiati, subito e non a posteriori, i club che hanno reclutato i ragazzi che hanno scelto altre sedi per sviluppare le capacità tecniche: ma questa è un'altra storia e, forse, ne riparleremo un'altra volta.
venerdì 15 settembre 2017
taglia extralarge cercasi
Francamente fatico, non poco, a capire. La nazionale esce ai quarti, tutti immediatamente a stracciarsi le vesti e trovare il colpevole nel movimento che non crea più giocatori. Mi viene da pensare che se avessimo vinto con la Serbia ( quasi impossibile ) e fossimo entrati in zona medaglia, avremmo inneggiato al grande valore della scuola cestistica italiana nascondendo per l'ennesima volta la polvere sotto i tappeti, dispensando sorrisi di facciata in lungo e in largo, concedendosi meriti inesistenti. In verità, la pallacanestro sta male da tempo e non è certo una onorevole eliminazione ad aggravare il quadro clinico. Non è sbagliato dire che esistono in circolazione nel campionato italiano troppi stranieri ( e nemmeno così bravi, anche se poi puntualmente ci fanno il mazzo quando indossano i colori del paese di provenienza ). Come è vero che c'è stato negli ultimi anni uno scadimento notevole del valore complessivo delle squadre, con conseguente allontanamento dagli scenari internazionali e l’inevitabile riflesso negativo sui giocatori in pieno sviluppo: non va dimenticato che i vari Da Tome, Melli e Hackett hanno dovuto emigrare per completare il percorso di crescita che oggi li vede protagonisti con la maglia azzurra. In pratica, una volta la nazionale era il punto di arrivo: oggi, se va bene, è il punto di partenza per molti ragazzi che sono privi di dimensione europea. Nella follia delle nuove finestre invernali per le nazionali, c'è comunque una buona notizia: ci saranno dodici giocatori nuovi, o quasi, a parteciparvi e chissà che qualcuno possa trarne vantaggio per consolidarsi ad alti livelli. Tutti alibi, comunque, di facciata. Il virus è molto più potente e viaggia in profondità. Se l’Italia si trova continuamente sotto misura con le altre nazioni significa che esiste una programmazione sbagliata, fin dal reclutamento dei giocatori. Si è pensato per anni che il minibasket fosse la scuola di avviamento per i futuri giocatori: niente di più sbagliato, il minibasket è un gioco che ha un valore in se. Nessuno fa più reclutamento nelle scuole, zero coinvolgimento degli insegnanti nella ricerca di ragazzi che, al termine del processo di crescita puberale, possano fare al caso. Si conservano gruppi chiusi e definiti dimenticandosi che molti giocatori soprattutto alti attualmente nell’elite della pallacanestro mondiale hanno mosso i primi passi in fase adolescenziale: il basket non è la ritmica o il nuoto, chi ha detto che non si possa cominciare anche tardi? Forse nella nostra programmazione tecnica non c’è né spazio né tempo per aspettare chi si trova indietro ma che, al termine del percorso, risulterebbe indispensabile per misurarsi con i migliori. La cultura della fretta e della vittoria ad ogni costo ci ha allontanato dal vero obiettivo: se vogliamo continuare a crogiolarci per aver battuto i rivali nella stracittadina di turno, accomodiamoci. Poi, però, dobbiamo essere onesti, quando le cose non funzionano, nel non cercare colpe altrove. Una fetta, seppur minima, di responsabilità, ce l’abbiamo tutti.
lunedì 31 luglio 2017
combattimenti e opportunità
Vado contromano, come capita spesso ( non in auto, be quiet ). Qualcuno, da chissà dove, ha ordinato il combattimento del Gallo. E che si procurasse un danno, guarda caso incompatibile con gli Europei. Non si augura mai il male a nessuno, soprattutto ad un campione come Danilo , ma questa è davvero manna per la nazionale e la pallacanestro italiana. Messina sbollirà la rabbia in poco tempo, capirà al volo l'occasione prelibata per lanciare nuovi protagonisti sul palco. Solo il grande e carismatico allenatore è in grado di anticipare un nuovo corso che, prima o dopo, irrimediabilmente, si sarebbe presentato all'ordine del giorno: con buona pace per i vertici federali, che dovranno pazientare per vedere i colori azzurri nei piani alti del circuito europeo e mondiale. Già il fatto che un giocatore talentuoso come Flaccadori sia stato richiamato é una bella notizia: a questi ragazzi non manca niente per competere, se non la necessità di giocare gare importanti in ambito internazionale. Purtroppo la scomparsa delle squadre italiane dalle coppe che contano ha condizionato in negativo la formazione dei giocatori indigeni con maggiore impatto agonistico: la nazionale diventa perciò un laboratorio di crescita in ambiti poco conosciuti e trampolino verso lidi più stimolanti. Non è un caso se i migliori spesso emigrano in Europa per competere ai livelli più alti - motivo per cui il campionato italiano si è abbassato di livello perdendo di appeal - completando un percorso di crescita altrimenti monco. Non è certo colpa degli under 20 tantomeno del povero Buscaglia se si è dovuto sudare mille camicie per non retrocedere in divisione B: tutti gli altri giovani europei hanno spazi importanti in patria o fuori mentre i nostri marciscono nelle panchine che gli allenatori avvertono troppo instabili per permettersi scelte rischiose. Perciò, signori, non tutti i mali vengono per nuocere: fuori Gentile, Bargnani, Gallinari, dentro Flaccadori, Biligha, Tonut. È una metamorfosi inevitabile. Non vinceremo l'Europeo? Pazienza. Ce ne faremo una ragione. Questo e altro per vedere una nazionale che si rinnova continuamente. In fondo, e gli allenatori lo sanno, si lavora per questo: per vedere l'inesistente scalzare l'esistente. A meno che ci piaccia vivere di ricordi e di nostalgia: Atene, ad esempio, possiede ancora un forte effetto placebo. Ma indietro non si torna. Mai.
mercoledì 19 luglio 2017
le scarpe dello zar
“ Basta ‘a salute e un par de scarpe nove poi girà tutto ‘er monno “. Così per Nino Manfredi. Non per Ivan Zaytsev, che di scarpe nuove ne ha un rimorchio pieno, ma non andrà agli europei con la nazionale di pallavolo. Motivo? La federazione impone le Mizuno, il nostro campione veste solo Adidas. Per i profani sembra una ridicolaggine, in realtà ci sono in ballo molti denari, visto il lauto contratto di sponsorizzazione firmato dallo ‘zar italiano’ con il grande marchio bavarese. Se chiedessimo a cinquecento ragazzi italiani se fossero disposti a vestire la maglia azzurra con l’unica clausola di giocare a piedi nudi, la risposta sarebbe affermativa al 100%. Il nostro capriccioso eroe non è comunque l’unico colpevole di questa grottesca vicenda: le calzature non fanno parte della divisa e appartengono agli utensili di lavoro strettamente personali. Ogni piede ha caratteristiche diverse e non a caso ci sono migliaia di modelli in vendita per tutti i gusti. Nelle altre discipline sportive, in nazionale non viene imposto ai giocatori di indossare le stesse scarpe: è un ragionamento sensato, considerato che i piedi sono l’unica componente corporea in contatto stabile con il terreno, dovendo sopportare continue sollecitazioni nei diversi spostamenti e variazioni di ritmo. C’è una bella differenza tra un’esclusione per motivi disciplinari - tra l'altro già applicata in passato giustamente nella pallavolo - ed un'altra per ragioni legate alle scarpe: il buon senso avrebbe suggerito di trovare una soluzione prima che il bubbone potesse scoppiare. Che gli altri giocatori non facciano storie non è un valido motivo per sostenere la giustezza delle proprie tesi: non è un bene per lo sport e per la pallavolo in particolare privarsi del miglior giocatore italiano in una competizione internazionale. Se il regolamento statutario prevede che gli atleti indossino le stesse scarpe, va cambiato in fretta: non è dai piedi che si riconosce l’attaccamento ai colori azzurri. Con buona pace dei giapponesi, che dovranno farsene una ragione.
mercoledì 28 giugno 2017
here comes the sun ( au revoir filles )
Quattro anni. Straordinari. Indimenticabili. Porterò con me i vostri sorrisi, i desideri, le buone ambizioni. E perché no? I pianti, le incazzature, le paure, la rabbia. Quando accettai l’incarico, molti mi chiesero: che ci fai al femminile? La risposta è sempre stata la stessa: si tratta di pallacanestro, mica di riviste specializzate. E la pallacanestro è unica, che sia maschile o femminile: se si insegna, si impara; se si gioca bene, si vince. Chi dice che la pallacanestro femminile è una disciplina diversa da quella maschile, mente sapendo di mentire, oppure non ha mai frequentato lo sport in rosa: soddisfazioni e frustrazioni sono identiche, come identico è il rapporto tra impegno profuso e prestazioni ottenute. Cos’ho imparato? Per prima cosa a dosare il linguaggio. Chi mi conosce sa perfettamente che nel passato non ho certo brillato per delicatezza: voi mi avete insegnato che le cose giuste possono diventare sbagliate se dette in malo modo. Mi avete ricordato il peso specifico delle parole: quando escono non si possono più cancellare ( non è vero Verba Volant! ), e possono ferire quanto cicatrizzare. Ma, soprattutto, per un allenatore di lungo corso ( forse troppo ) come il sottoscritto, che pensa erroneamente di aver visto quasi tutto sui campi di pallacanestro, avete lasciato un’impronta indelebile: l’entusiasmo. Non c'è stata una volta che abbia percepito una sensazione di disagio o monotonia: tanta era la voglia di stare in palestra che avete costretto i vostri allenatori a dare il meglio, a spendersi in tutto e per tutto per la vostra crescita. La vostra domanda era talmente forte che la risposta non poteva che essere adeguata: tutto ciò ci ha messo in discussione, ci ha fatto lavorare, in una parola, ci ha cambiati. In meglio. Avete ricaricato le pile che si stavano consumando. Ora il futuro è roseo, vi aspetta: non ponetevi limiti, tirate fuori sempre la parte buona che c'è in voi. Non smettete di sognare in grande: guardate Cecilia Zandalasini, pochi anni fa era una di voi e adesso è tra le migliori giocatrici d’Europa. Spero, un giorno, di vedervi librare in cielo come le aquile che avete portato cucite sul cuore. Soprattutto, che i sorrisi rimangano sui volti e che il ghiaccio si sciolga perennemente. Here comes the sun, abbiamo cantato a Bormio. Cantiamolo sempre. Au revoir, mes chères filles. Bonne chance. Merci pour tout.
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