Da insegnante idealista trovo deludente l'atteggiamento degli sportivi a scuola. In teoria - o almeno nella mia testa - dovrebbero essere i migliori. Intendo in palestra, non certo dietro i banchi. Mi aspetterei entusiasmo, vitalità, partecipazione. Spesso, invece, vedo disinteresse, alibi, svogliatezza. Sarei curioso di sapere come si comportano i miei atleti durante le ore di educazione fisica: mi piacerebbe vederli in prima fila a dare l'esempio ai propri compagni. Non si può essere atleti modello al pomeriggio e cattivi scolari al mattino. Confesso di aver spiato, più di qualche volta, i tabelloni finali: è chiaro che più di tutto è importante la promozione, ma la penultima colonna, quella che anticipa la condotta, riveste un valore particolare. Vedere 6 in ginnastica mi ferisce: non posso non avvertire una sorta di fallimento. Quale mentalità abbiamo costruito se le fatiche agonistiche hanno insegnato a misurare lo sforzo a seconda delle circostanze? Detto in parole semplici: se sei costretto, sudi; altrimenti, volentieri riposi. I peggiori - non lo dico per rivalità ma per dati certi - sono i calciatori: se hai la sfortuna di insegnare sabato o lunedì li vedrai spesso e volentieri ai box con giustificazioni di ogni tipo e genere. Qualcuno addirittura ha il coraggio - con tanto di complicità familiare - di astenersi dalle lezioni causa confronto agonistico determinante nel pomeriggio. Come se le lezioni mattutine fossero talmente estenuanti da togliere ogni preziosa risorsa. Una cosa è certa: chi ha bisogno di riposarsi al mattino per giocare nel pomeriggio significa che non è molto allenato. Guarda caso, quando la scuola organizza i campionati studenteschi,che si svolgono regolarmente al mattino, non ci sono nè scuse nè ripensamenti: tutti disponibili al 100%, gli infortuni diventano un dettaglio, la disponibilità è massima. Apro un altro capitolo: che senso ha, nella scuola, far giocare gli agonisti? Che merito ha un Istituto e relativi insegnanti se casualmente e fortunatamente si iscrivono gli atleti più forti? Non è forse vero che la qualità didattica si misura sui miglioramenti? Perchè non prendere ragazzi da zero e insegnargli a giocare? Non mi sembra una buona idea moltiplicare gli impegni di chi svolge già un'attività sportiva: piuttosto sarebbe interessante permettere a chi non fa niente di intraprenderne una nuova. Purtroppo avremmo bisogno di una scuola diversa, ma fortunatamente non mancano esempi di atti eroici da parte di colleghi tenaci ed appassionati. La formula ideale, non traducibile in Italia, è quella dei college americani: nessun doppione, non esistono società sportive, gli insegnanti sono allenatori e viceversa, i palazzetti sono pieni, c'è forte senso di appartenenza, studenti e atleti allo stesso tempo. Non ho alternative: o mi rassegno o mi trasferisco oltre oceano.
"Non è il cammino impossibile, ma l'impossibile è cammino"
martedì 27 marzo 2012
giovedì 8 marzo 2012
incomprensibili e inguaribili
In sè una partita è una cosa da poco. Dura 90 minuti, come un film. Come un viaggio a Trieste. Ed è il momento in cui ci si diverte di più. La tensione si trasforma in energia vitale sprigionandosi nel gioco. È l'attesa che è interminabile. Per noi allenatori, anche il post partita comporta delle conseguenze. La ruminazione è ciò che logora. Se si potesse vivere in una camera isolata ed essere trasportati e riportati senza conoscere nulla del prima e del poi, forse vivremmo meglio. Lo sport è anche questo: la parte migliore é quella più breve, tutto il resto ti mangia vivo senza possibilità di difesa. Una soluzione ci sarebbe: fregarsene, rimanere impassibili di fronte ad una disfatta, impermeabili ai fattori esterni - stampa, critica, pubblico ecc....ma non é così facile. Dico sempre ai miei collaboratori: che differenza c'è, a parte naturalmente il lauto compenso, tra noi poveri allenatori di provincia e quelli che giocano per lo scudetto in serie A? Forse le pressioni che vive Sergio Scariolo sono minori delle nostre che tentiamo di fare miracoli con quello che abbiamo a disposizione? La promozione del Fontanafredda in C regionale é costata meno in termini di notti perse e di giorni raminghi rispetto a quella di Casale Monferrato dello scorso anno? Lo sport, anche nel paesino più sperduto di montagna, vive di risultati. Se non vinci, non sei nessuno. Se hai una squadra forte e perdi, sei un incapace. In fondo, a pensarci bene, c'è solo da perdere. La domanda d'obbligo è allora la seguente: ma chi ce lo fa fare? La risposta, d'obbligo: non c'è nulla che possa sostituire la bellezza di una partita, anche persa al supplementare sulla sirena. Viviamo e respiriamo di queste emozioni, niente è più autentico ed affascinante di due squadre che si affrontano per battersi. Una dipendenza dalla quale é difficile, se non impossibile, guarire.
martedì 28 febbraio 2012
innocenti bugie
Non mi sento di condannare gli imbroglioni. L'onestà della strada non è la stessa in un campo di calcio. Personalmente preferisco che Gigi Buffon paghi le tasse piuttosto che ammetta che la palla fosse dentro. Per una volta mi piacerebbe che ci togliessimo questa fastidiosa patina di falsi moralisti per metterci seriamente nei panni dei protagonisti. Alzi la mano chi avrebbe buttato fuori la palla e avrebbe detto all'arbitro che quello era goal. Non dico fosse sbagliato farlo; dico che nessuno di noi l'avrebbe fatto. Buffon dice una cosa sacrosanta: è compito dell'arbitro vigilare sulla regolarità della gara, il mio è fare il portiere. Sul fairplay sportivo si sono sprecate tonnellate di parole, spesso vuote e retoriche. Nessuno di noi vuole perdere: anche a briscola con la nonna si imbroglia, pur di arrivare a 61. Mi preoccupano maggiormente i pugni e le gomitate a sangue freddo che le bugie dette in campo. Non credo nemmeno alla favoletta che se una persona è corretta lo è in ogni occasione: lo sport non è la vita, semmai ne è metafora. Fatemi capire: il rigorista che spiazza il portiere è un imbroglione e merita la prigione? Il giocatore di basket che impedisce ad un avversario di fare canestro - anche duramente - è un criminale e va processato? Rubare è peccato, barare nel gioco no: mi assumo la responsabilità di tale affermazione. Siamo tutti bravi nel trovare l'errore altrui, molto meno nel cercarlo dentro di noi. Tutti abbiamo criminalizzato il comandante della nave affondata, ma quanti come lui l'hanno fatta franca pur non essendone maggiormente degni? Occorreva riempire i notiziari e la carta stampata, l'esperimento è riuscito alla perfezione. Ma non mi si venga a dire che la storia sportiva - anche la più vicina a noi - non sia colma di episodi di questo genere. A scanso di equivoci, dico tutto questo da milanista convinto, decisamente incazzato per come sono andate le cose. E come dice Cosmi scherzosamente, se Muntari l'avesse colpita meglio, non staremmo qui a discutere. Piuttosto, in una giornata nera per lo sport, brilla la saggia decisione di un allenatore di escludere il miglior giocatore per un ritardo alla riunione pre-partita. Bravo Luis Enrique, colpirne uno per educarne mille.
giovedì 9 febbraio 2012
invasione di campo
Sono d'accordo con Fabio Capello. La scelta del capitano è una cosa seria e deve essere fatta all'interno dello spogliatoio. Giocatori e allenatore sono gli unici ad avere accesso a questa decisione. La politica deve restare fuori: solo chi vive quotidianamente a contatto con la squadra ha il diritto di scegliere la leadership a cui affidarsi. Il capitano non è il più bravo e nemmeno il più vecchio: è colui al quale vengono riconosciute doti come l'affidabilità, il coraggio, la correttezza. Queste cose non si vedono ad occhio nudo: in genere si scoprono sotto la doccia e lontano dai riflettori. Per questo Capello se l'è presa e ha fatto bene ad andarsene: una federazione che invade il campo potrebbe decidere addirittura la formazione da schierare. Certamente gli inglesi ne avevano abbastanza dell'uomo risoluto e incorruttibile venuto dall'Italia: l'hanno messo alla prova e se ne sono liberati. Il principio di autodeterminazione nelle scelte tecnico-tattiche non è comprabile: sebbene il contratto firmato da Capello fosse ragguardevole, ci sono limiti oltre i quali non è possibile patteggiare. Naturalmente l'isontino non si impoverirà da questo gesto e non andrà in rovina: però, visto da allenatore, mi piace l'idea per cui su certe cose non ci debbano essere spazi di manovrabilità. Esiste un territorio entro il quale nessuno si deve spingere: giustamente ognuno è geloso delle proprie scelte. E' come se io entrassi in una famiglia e dicessi al padre come fare con i figli: giustamente verrei accompagnato alla porta non proprio gentilmente.
martedì 7 febbraio 2012
pane al pane
" Siamo una squadra con grande talento
ma non siamo una grande squadra "
Mason Rocca - capitano Armani Milano
giovedì 2 febbraio 2012
più forti di prima
Gli infortuni fanno parte del gioco.Tutti si toccano, da tutte le parti, chi più chi meno, ma prima o poi il numero indesiderato viene estratto. Nessuno si salva. Non c'è un nesso, non c'è una logica. Tutti a cercare spiegazioni, ma è solo un esercizio autolesionista. Non c'è spiegazione: è successo e basta. Lo sport fa bene, ma fa anche male. Provate a chiedere a chi passa un'intera stagione sulle stampelle a guardare gli altri giocare se è totalmente convinto della bontà dello sport. Gli allenatori, me compreso, sono terrorizzati. Un avversario puoi studiarlo, come puoi mettere in conto una giornata negativa della squadra. Un infortunio non è calcolabile, succede sempre quando non te l'aspetti e nel 90% dei casi quando un giocatore è in fase agonistica positiva. Un infortunio lungo è come stare fuori casa per molto tempo: senti nostalgia, non vedi l'ora di rientrare e questo pensiero ti lacera dentro. In genere, chi ha vissuto questa esperienza torna più forte di prima: non tanto fisicamente, quanto mentalmente. Chi supera questa fase, ha qualcosa di più degli altri: chi ha sofferto, si trova più ricco rispetto all'inizio. I guerrieri più valorosi, in senso sportivo, sono quelli che hanno passato i momenti peggiori. Non potrebbe essere altrimenti: solo chi rinuncia può capire il valore della vittoria.
Questo vorrei dire ad Anna e Sara: tornate più forti di prima. Noi sapremo aspettarvi. E state certe che faremo di tutto per rendere leggera l'assenza. Anzi, abbiamo aggiunto un motivo in più per non mollare.
martedì 31 gennaio 2012
donne al comando
Sempre per sempre. Per l'ennesima volta sono le ragazze a tenere in alto i colori. C'è un filo comune tra pallanuoto, Arianna Fontana e Carolina Kostner? Evidentemente si ed è ufficiale: il carattere è rosa. Non si arriva in cima senza sacrificio, coraggio e sopportazione: qualità morali che probabilmente sono in maggior misura presenti nel cosiddetto sesso debole. Da femminuccia a maschiuccio: potrebbe essere questa la battuta offensiva nei confronti del setterosa. L'impressione è che siano proprio i soggetti maschili ad aver subito maggiormente il fascino della vita comoda. Le donne sono più attrezzate verso l'imprevisto, la difficoltà, la rinuncia. Ed è per questo che vincono, perchè sanno soffrire. E dire che l'attenzione verso lo sport femminile resta, anche ai vertici, di una esiguità imbarazzante e, spesso, colpevole. Salvo ricordarsene quando vincono titoli o medaglie. Nel mio piccolo, vivo con curiosità e stupore l'esperienza professionale al femminile. Ci sono cose che non posso e nemmeno voglio capire: è un mondo al quale è vietato l'accesso.Ce ne sono altre dalle quali è possibile imparare. Ad esempio, ho imparato che le donne sono padroni del loro destino: se non vogliono mollare, non molleranno. Se vogliono farlo, lo faranno. Non ci sarà nessuno a farle cambiare idea. Puoi urlare e sbattere le bottiglie per terra, ma solo loro possono decidere se vincere o meno. Sono un amante di Tom Cruise e Mission Impossible, ma forse sarebbe il caso di metterci una donna prima o poi.
Iscriviti a:
Post (Atom)




