Stavolta Balotelli non ha tutti i torti. Cosa c'entra la nazionale con la lotta alla mafia? La sensibilizzazione non spetta certo ad una squadra di calcio e non sarà la maglia indossata da Buffon a scuotere le coscienze. Un giocatore deve fare quello che sa fare meglio: parare, difendere, segnare. Gli azzurri fanno politica dentro il campo: correndo anche quando il fiato manca, buttandosi per terra recuperando un pallone, rischiando la capoccia nei colpi di testa. E poi, parlandosi chiaro, quale atleta, se non vuole andare incontro ad un suicidio mediatico, si metterebbe a sostenere i progetti fraudolenti di cosa nostra in barba alla cultura che tutti desideriamo, fatta di legalità e rispetto. La strumentalizzazione delle nazionali é un aspetto che fatico a concepire: chissà per quale recondito motivo, se Prandelli dovesse dichiarare che la mafia é il demone da combattere, tutti gli italiani dovrebbero supinamente uniformarsi. Un bel teatrino dell'ipocrisia. Trovo poi sconveniente il comportamento di chi, eletto in rappresentanza del popolo, utilizza espressioni inopportune e populistiche ( se non fosse stato Balotelli avrebbe usato le stesse parole? ), e se mi è possibile aggiungere, persino offensive. Se c'è qualcuno che si possa definire viziato sopra tutti, é proprio il parlamentare, o senatore che dir si voglia. Anzi, forse privilegiato é il termine più appropriato in queste circostanze. Scaricare sui calciatori la responsabilità di un eventuale fallimento della politica in materia di contrasto alla delinquenza, mi appare oggi come un ulteriore conferma dell'inefficacia dei governanti. Da un professionista dello sport mi aspetto che sia leale, ossia che sappia accettare la sconfitta con dignità e che utilizzi strumenti legali per ottenere la vittoria. Di un atleta che indossa casualmente la maglietta in pubblico ma che in privato si inietta sostanze proibite per aumentare la prestazione, non ce ne facciamo niente. Ho sempre avuto ammirazione per gli sportivi poco loquaci, ma che in campo, nel loro ambito, attraverso il loro comportamento, avevano sempre molte cose da dire e da insegnare. In questo, forse, il nostro caro Mario può e deve migliorare.
"Non è il cammino impossibile, ma l'impossibile è cammino"
martedì 15 ottobre 2013
venerdì 4 ottobre 2013
quel tesoro prezioso
Il millenovecentottantotto (1988) é passato alla storia per tre fatti realmente accaduti: nasce Danilo Gallinari, si sposa lo scrivente, il Friuli Venezia Giulia vince il Decio Scuri femminile (l'attuale trofeo delle regioni) per la prima e, se la memoria non mi gioca brutti scherzi, unica volta. Non avrei dovuto sedere su quella panchina: all'ultimo momento l'allenatore designato, Maurizio Zuppi, fu costretto a declinare per motivi di lavoro. Patrizia Galli era l'assistente perciò ci trovammo, improvvisamente, due pordenonesi al comando del timone. Giocammo a Loano, incantevole cittadina della riviera ligure di Ponente: gli onori di casa spettavano a Settimio Pagnini, mitico tecnico dell'universo cestistico rosa, al quale dovetti volentieri prestare la giacca per le premiazioni finali. Un uomo straordinario, che ha dedicato la vita alla pallacanestro e che non ha avuto esitazioni ad abbracciarmi alla sirena finale: in fondo, le regioni piccole vivono intese istintive. La squadra era forte, un fantastico mix di esuberanza ed imprevedibilità triestina unite a solidità e personalitá concordiese: queste ultime passate al nemico confinante seguendo le tracce del bravo e compianto Luciano Valerio, allenatore della serie A2 in città. Qualche nome: fra tutte, Renata Zocco, che farà una carriera splendida nella massima serie, ma anche Brezigar, Rossi, Varesano, Gobbato, Falcomer, Bianco...oggi tutte quarantenni, con altri pensieri per la testa. Vincemmo tutte le partite, in successione Piemonte, Calabria, Liguria. Poi ai quarti Toscana, in semifinale con il Lazio ( ai supplementari ) e in finale con la Lombardia che prevalse sul favorito Veneto. In realtà, trionfammo non solo perché eravamo bravi, ma per altri segreti motivi. Primo, perché era scritto. Secondo, e lo scoprii solo alla fine, perché il nostro fedele accompagnatore, di cui non ricordo il nome ma faceva il tabacchino a Grado, si infiló per sbaglio il gilet color bordeaux a rovescio durante la prima partita e non lo tolse fino al fischio finale - la leggenda narra che perfino a letto l'uomo non si sbarazzò della scaramanzia - appropriandosi pubblicamente di meriti non sportivi ma indiscutibilmente reali. Tornammo a casa orgogliosi e speranzosi di ricevere ufficiali e pubblici riconoscimenti che, ahimè, non ci furono. Solo una medaglietta commemorativa, di cui ho perso noncurante le tracce. Pensavamo erroneamente che l'inabitudine alla vittoria potesse una volta tanto smuovere l'apparato. Tutto quel che resta é una fotografia sbiadita ed una zona nascosta nel cervello dove, qualche volta, fare ricorso per illuminare il buio. Le vittorie sono rare e vanno conservate come un tesoro prezioso.
mercoledì 25 settembre 2013
quei giri sul ferro
Palazzetto stracolmo. Mi chiedo dove abbiano nascosto le bottiglie: sono ad una partita dalla promozione, ma nessuno tradisce euforia. Entriamo in campo con la faccia dei guastafeste: in fondo, non abbiamo nulla da perdere, dobbiamo solo fare la nostra onesta figura e tornare nell'ombra. Non abbiamo paura: i fischi ci rimbalzano e tornano indietro. Gli insulti, sparuti ad onor del vero, ci passano sopra. Fatichiamo, come é giusto che sia. Non c'é discussione su chi sia più forte: loro sono la conferma, noi la sorpresa. Rimaniamo aggrappati, in fondo siamo orgogliosi e vogliamo continuare a stupire. Nel frattempo il pubblico si preoccupa: quella che doveva diventare una cavalcata vincente si sta trasformando in lunga e pericolosa agonia. Arriviamo alla fine punto a punto, ma con una zampata di Stefano "barba" Barbisin - uno dei giocatori più belli e puliti - in senso cestistico ovviamente - visti in circolazione da queste parti, mettiamo il naso avanti. Gli spalti ammutoliscono, si sentono delineatamente le urla della panchina ospite, accarezziamo il sogno di battere la capolista e di ritardare i festeggiamenti. L'addetto al tavolo, malandrino, ferma il tempo: cavolo, non siamo ancora nel basket moderno, i secondi devono scorrere. Sulla rimessa, Fabio Napoli, rubato tra i pali per fare il giocatore di basket, devìa ma non trattiene. Mancano tre secondi, siamo sopra di uno, non possiamo nemmeno fare fallo. Ci aspettiamo un passaggio in area, dove i bravi ed atletici Grion Montagner e Freeman avrebbero potuto disporre facilmente. Copriamo bene l'area ed il pallone va sul perimetro. Lí per lí siamo contenti: non c'é tempo per andar dentro, si può solo tirare. Riceve Pontani, ottimo giocatore per entrare nel pitturato ma non specialista nelle conclusioni da lontano, si alza in sospensione da otto metri con i tentacoli di Marco Stroppa addosso. Succede l'inverosimile: il pallone comincia a girare sul ferro per un tempo indefinito ma interminabile. Non si sente una mosca, forse un bambino che gioca sugli spalti ignaro di quanto stia accadendo. Gli occhi di tutti non si staccano dalla scena: per un attimo la palla pensa di uscire, poi inesorabilmente viene risucchiata dalla retina. Mi tolgo la giacca e la sbatto per terra mentre suona la sirena e d'incanto veniamo sepolti da un urlo animale e liberatorio e annegati da fiumi di alcool che attraversano noncuranti il parquet. Mi dico che é tutto maledettamente scritto e che sarebbe meglio evitarci questo dolore: avessimo perso di quaranta, la sofferenza sarebbe stata minore. Abbraccio i giocatori e cerco inutilmente parole consolatorie: non possiamo lottare contro il destino. Lasciamo il palco ai protagonisti e usciamo fra gli applausi: siamo combattuti tra rabbia e dolore, tra orgoglio e beffa. A volte vorresti uscire dal campo tra gli sputi ma con la vittoria in tasca. C'é chi piange in spogliatoio, chi impreca, chi si morde le mani. Questo é lo sport. O meglio, questa é la pallacanestro: in quei momenti non ci sono gioie più forti, non esistono dolori più grandi. Tutto quello che c'é da provare lo trovi, non c'é bisogno di affannarsi troppo. É sufficiente trovarsi un anno qualunque in una cittadina semisconosciuta del nord est in un campionato di serie D: anche questa è leggenda e come tale va raccontata.
domenica 22 settembre 2013
una gallina domani
mercoledì 11 settembre 2013
rosa argento
Rosa che spine non hai
Rosa che spine non temi
Che piangi e che tremi
Che vivi e che sai
Rosa che non mi appartieni
Che sfiori che vieni
Che vieni che vai.
Rosa che rose non vuoi
Rosa che sonno non hai
Rosa di tutta la notte
Che tutta la notte non basterà mai
Rosa che non mi convieni
Che prendi e che tieni
Che prendi e che dai
Rosa che dormi al mattino e venirti vicino non oso
Rosa che insegni il cammino
Alla sposa e allo sposo
Rosa d'amore padrona
Punisci e perdona
Non chiuderti mai
Rosa d'amore signora
Digiuna e divora
Non perdermi mai"
(F. De Gregori)
martedì 10 settembre 2013
azzurri di rabbia
giovedì 29 agosto 2013
maglia e fantasia
Sarò anche bastian contrario, ma questa nazionale non mi dispiace. Tipicamente italiano partire con un pronostico negativo: lo svantaggio ci ha fatto sempre tirar fuori risorse impensate. Non ci mancano creatività e determinazione: sapremo, come capita spesso, tirar fuori conigli dal cilindro e cambiar pelle a seconda delle circostanze. È il momento di dimostrare che nessuno é indispensabile e che il movimento non dipende solo dalle star d'oltreoceano. Teniamo distanti gli alibi che hanno come esito nefasto quello di allentare la presa e di scoraggiare i reduci. Se posso osare, mi incuriosisce, tecnicamente parlando, la necessità fatta virtù di mescolare i ruoli: vedere giocatori di natura esterni giocare spalle a canestro e difendere sui lunghi avversari mi fa pensare ad una squadra giovanile, dove tutti si mettono a disposizione per la causa comune. Non conta chi sei, ma quello che fai per la squadra. Non é detto che la mancanza di centimetri sia necessariamente una debolezza: certo, ci sarà da sgomitare e combattere, ma anche gli altri dovranno preoccuparsi di strani accoppiamenti e adeguarsi ad un gioco non propriamente classico. Di sicuro sfidare i carri armati in campo aperto sarebbe un suicidio: per fortuna esistono mille altri modi per opporsi al nemico. Il fattore mentale sarà determinante: se il gruppo si dimostrerà solido e unito, l'Italia potrebbe essere la grande sorpresa dell'europeo. Noi, comodamente seduti in poltrona, - a proposito, per fortuna c'é la Rai, tocca proprio dirlo - non chiederemo miracoli, né ci strapperemo i capelli se non dovessimo raggiungere grandi obiettivi. Ci piacerebbe però vedere una squadra che non si dá per vinta, che gioca senza paranoie, che lotta su ogni pallone senza riserve e senza remore, che ha amore per la maglia. Coraggio, azzurri: é vero che é stata un'estate maledetta, ma usiamo la fantasia per trasformarla in opportunità. Spesso, anzi quasi sempre, il raccolto avviene quando meno te l'aspetti.
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