Uno scricciolo sulla terra rossa. Un bel pò diversa da quella che sta tremando. Sara Errani viene dall'Emilia, colpita al cuore e sofferente. Lei è in campo e combatte: non può fare altro. Non può restituire nè i morti nè le case. Può vincere ed è quello che sta facendo. Non può far tornare le cose come prima, può solo andare avanti, con rabbia,dolore e tenacia. Ha 25 anni ma è come se fosse una bambina. Non solo per il corpo minuto, ma per le espressioni di continua meraviglia. Non ci crede di essere in finale al Roland Garros! Tutto il pubblico parigino l'ha adottata: come potrebbe essere altrimenti, lei che ha un fisico normale e un curriculum striminzito. Nel tennis delle pallate,c'è ancora chi vince con tecnica e sagacia. Alla gente piacciono gli eroi, quelli capaci di ribaltare i pronostici: ciò che è logico e normale prima o poi fa il suo tempo. Cresciuta all'ombra delle già titolate Schiavone e Pennetta, finalmente si prende la ribalta. Tutto meritato, frutto di sacrifici enormi ed allenamenti asfissianti. Nessuno regala niente, quello che cerchi devi andare a prenderlo. Non può riportare pace e serenità nelle zone colpite. Non può abbracciare tutti. Non può ricostruire ciò che è andato perso. Può solo giocare a tennis. Davanti a quella che non è la sua gente. E noi tutti, malgrado altrove, scenderemo in campo con lei, vada come vada, costi quel che costi.
"Non è il cammino impossibile, ma l'impossibile è cammino"
giovedì 7 giugno 2012
martedì 5 giugno 2012
notizie da Udine
Disordinatamente e soggettivamente.
1. Organizzazione impeccabile, Davide Micalich e staff non sono secondi a nessuno in Italia.
2. Virtus Bologna leader al momento dell'attività giovanile, non solo come risultati ma anche come scuola dei migliori prospetti.
3. Biella è quella che ha espresso il miglior gioco, ma quando le partite contavano ha un pò steccato in personalità e convinzione.
4. Montepaschi Siena grande orgoglio e attaccamento alla maglia. Sottomisura con tutti, ha perso una gara sola facendo penare fino in fondo i favoriti.
5. Virtus Roma bella sorpresa, anche per il sottoscritto. Non ha rubato nulla, si è meritata ampiamente il terzo posto sbagliando solo la semifinale.
6. Buon arbitraggio in finale. Il concittadino Wassermann ha tenuto alto il vessillo. Citazione anche per il tavolo quasi interamente pordenonese. In futuro, non me ne abbiano i nostri fischietti, spero però di vedere una squadra locale.
7. Sul quintetto migliore avrei tenuto presente lo svedesino di Bologna, tale Paerson. E' quello che ha tenuto in piedi la squadra nei momenti di difficoltà.
8. Magarity mi piace molto, è l'emblema del giocatore moderno. Ha però deluso nelle ultime due partite.
9. Onestamente mi aspettavo qualcosa in più da Trieste. L'assenza di Ruzzier si è però fatta sentire.
10. Posso capire che Landi non piaccia a tutti. Quello che è evidente è che dai quarti di finale in poi è stato sempre più determinante per la propria squadra.
11. Monaldi è un eroe. Pensavo non riuscisse ad arrivare a questi livelli, invece mi ha stupito. Probabilmente la differenza è dentro.
12. La bella sorpresa è stata Ruvo di Puglia, capace di battere una supponente Virtus Siena e di arrendersi solo dopo due supplementari ai campioni. Immeritatamente terza in girone, è uscita per sfinimento negli spareggi. Non va dimenticato il bel gioco espresso, l'umiltà dei giocatori, la signorilità dell'allenatore. Un esempio per le piccole realtà che vogliono emergere.
13.La grande delusione? Virtus Siena! E' arrivata con la stessa squadra vice campione l'anno scorso ed è uscita ai quarti dopo aver vinto una sola gara in girone. E' vero, non c'è più Imbrò, ma non può essere un giocatore a cambiare il marchio di fabbrica. Una lezione sulla quale meditare.
domenica 3 giugno 2012
autocanestro
" Mio figlio mi ha chiesto di perdere
per stare ancora due giorni al mare "
Sergio Scariolo Coach Armani jeans
dopo gara 3 semifinale scudetto
per stare ancora due giorni al mare "
Sergio Scariolo Coach Armani jeans
dopo gara 3 semifinale scudetto
sabato 2 giugno 2012
la chiave
La chiave per avere successo. Il confine tra un gruppo di giocatori e una squadra è sottile, quasi impercettibile, ma determinante. È sufficiente che uno solo pensi a se stesso per inquinare l'ambiente e fare le frittata. Attenzione: non si tratta di amicizia, ma di obiettivi comuni. Non é necessario volersi bene, semmai che tutti abbiano a cuore lo stesso scopo, ossia vincere. Per chi conosce l'ambiente, sa che la vittoria non é un obiettivo così lapalissiano: a volte la cosa più importante, per un singolo atleta, è giocare bene, avere minuti in campo, fare bella figura. Esistono giocatori bravi e giocatori di squadra: non è detto che le due cose vadano sempre d'accordo. L'emblema del giocatore di squadra è quello di chi non fa un minuto in campo ma è felice per la vittoria: difficile trovarne, soprattutto nei tempi odierni, ma per fortuna ne esistono ancora. L'emblema del giocatore bravo è quello di chi ha la grande capacità di rovinare la festa mentre tutti sono felici: è sufficiente una prestazione negativa personale per togliere l'attenzione dallo scopo principale. Purtroppo questa è una specie più diffusa di quanto si pensi. Trovare sul pianeta giocatori bravi e di squadra è come cercare un ago nel pagliaio: ma sei hai fortuna, sei certo di avere di fronte un atleta dal sicuro avvenire. Una squadra non è la semplice somma dei giocatori: il segreto sta nel rinunciare al proprio ego per raggiungere qualcosa di più importante. Gli allenatori hanno un compito arduo: prima ancora di insegnare a palleggiare, passare e tirare, devono formare una mentalità di squadra. Concetti anticonformisti, se solo si pensa all'idea culturale dominante che vuole il successo personale in antitesi a quello comune. In questo senso lo sport è ancora uno dei pochi mezzi rivoluzionari a disposizione: non c'è ambiente migliore per allenare le abilità sociali. A meno che non si tenti dall'esterno di cambiare le regole interne e di minarne gli equilibri. Ma per quanto ne sappia, mi risulta che più lo spogliatoio rimane sigillato e più risultati si ottengono. Meglio un regolamento di conti che un pianto continuo alle spalle. La storia insegna: non hanno mai vinto le squadre più forti. Hanno sempre vinto le squadre migliori. Vuoi vincere? Rinuncia a te stesso.
martedì 29 maggio 2012
astinenza
Il responso è ufficiale: ora che anche gli under 15 hanno terminato la fase interzonale, nessuna squadra regionale, a parte la già collaudata pallacanestro Trieste under 19, è riuscita ad approdare alle finali nazionali. Maschile si intende, per la femminile, fortunatamente, è un'altra storia. In sostanza, dall'annata 95 in poi nessun giocatore friul-giuliano potrà provare l'ebbrezza di scendere in campo per giocarsi un titolo. Credo non sia mai successo ed è un dato che deve far riflettere. Può essere anche un fatto casuale e momentaneo, ma l'accortezza impone di non nascondere la faccia sulla sabbia. I migliori talenti prendono il volo: del resto, essendo di fatto scomparsa per vari motivi la massima serie in regione, è naturale che i giocatori promettenti siano tentati dalle luci dei club più prestigiosi in Italia. C'è qualche conto che non torna: la scomparsa di alcuni punti di riferimento importanti, vedi Snaidero a Udine, non può essere l'unica spiegazione accettabile. Può anche essere che non sia la partecipazione alle finali tricolori l'unico vero metro di misura dello stato di salute del basket giovanile: sono pieni zeppi i campi italiani di giocatori che non hanno fatto finali. E' però sacrosanto quantomeno chiedersi se quello che si sta facendo stia andando nelle giusta direzione. Non ho sfere magiche e nemmeno la presunzione di capirci più di altri. Provo solo a farmi delle domande: siamo proprio certi che il reclutamento in atto sia sufficiente? Non è che abbiamo nel tempo, per abitudine e comodità, identificato il minibasket - peraltro attività formativa meritoria - come unica iniziativa per una leva giovanile sul territorio? Ci siamo scordati delle scuole e del fatto che i ragazzi hanno il picco di sviluppo attorno ai 15-16 anni? Sembrano sempre più rari i casi di ragazzi che iniziano a giocare in età tardiva: troppo faticoso andare in cerca o ricominciare ad insegnare? Poi mi chiedo, ammetto, con un pizzico di sapore polemico: siamo sicuri che ci interessi il miglioramento dei giocatori o è preferibile il mantenimento dello status quo? In altre parole, non è che la conservazione della clientela sia diventata più importante della formazione tecnica? E' risaputo infatti che dove esiste rigorosità e qualità nei metodi di insegnamento spesso si possano creare frizioni con i giocatori e, soprattutto, le famiglie. Non è che stiamo diventando anche noi come la scuola di oggi, accondiscendente verso il pubblico per garantirsi le iscrizioni? Se fosse così, l'agonismo non avrebbe più senso di esistere. Non c'è nessuna controindicazione all'attività promozionale, si badi bene, ma non si può certo chiedere a ragazzi allevati con allenamenti standardizzati a cadenza bisettimanale di ottenere risultati eclatanti. Può essere che il problema sia solo mio: è vero, soffro di una malattia rara. L'astinenza da risultato mi rende nervoso: sarei curioso di sapere se esiste qualcun altro che, in silenzio e in incognita, ne è affetto. Forse la guarigione sta solo nel far finta di stare bene.
domenica 27 maggio 2012
Martin
Un'altra tragedia. Un altro cestista. Un altro ragazzo. Un'altra strada maledetta. La stessa domanda: perchè? La stessa risposta: nessuna, solo silenzio e dolore. Martin era classe 81, la stessa, per capirsi, di Max Cipolla: un ragazzo d'oro, un giocatore vero, capace di farsi amare ovunque sia andato. Una carriera a rovescio: partito dalle serie minori, approdato in A1 a 30 anni compiuti. Un esempio di tenacia, pazienza, caparbietà. Solo atleti speciali riescono a migliorarsi nel tempo. Noi poveri provinciali, abili nel prenderci per i capelli per qualsiasi scemenza, continuiamo a preoccuparci di cose insignificanti mentre alcuni ragazzi, i nostri ragazzi, perdono la vita. In tutto questo tempo non abbiamo imparato niente, nemmeno il fatto che nessuna delle nostre legittime lagnanze è minimamente paragonabile alla sofferenza che dovremmo portarci dentro, per sempre. Luca, Matteo, ora Martin. Ragazzi di basket. Ragazzi che avrebbero dovuto continuare a giocare. Ragazzi, un giorno padri, che avrebbero avuto il diritto di raccontare la propria storia. Solo la nostra memoria potrà mantenerla in vita. Nel nostro cuore, già sanguinante, abbiamo aggiunto un altro posto.
domenica 20 maggio 2012
nulla ha senso
Istituto professionale. Indirizzo tecnico moda. Potrebbe essere la scuola dove insegno da quasi vent'anni. Potrebbero essere i miei figli. I ragazzi sono gli stessi, vestono nello stesso modo, hanno le stesse idee, gli stessi idoli. Gli stessi sedicenni che incontro in palestra e con i quali spesso non evito di ingaggiare lotte formative furibonde. Nè carne nè pesce: così andrebbero definiti. Non abbastanza grandi da prendere decisioni ultime, non abbastanza piccoli per essere trattati da incapaci. In genere passo un terzo della mia giornata con questa generazione, forse più che in famiglia. La mia vita insomma e se a qualcuno non infastidisce un termine un pò troppo carico e pretenzioso, la mia missione sulla terra. L' invidia per la tenera e spensierata esistenza di costoro mi conduce spesso allo scontro ma non posso non provare compassione per i dubbi e le incognite che circondano il futuro. Hanno il tempo dalla loro parte ma non sanno che pesci pigliare. Hanno buone carte in mano ma non si fidano a giocarle. E spesso, se non sempre, non hanno colpe. Chi ci é passato prima sapeva, poteva, ma non ha fatto. Anche Melissa non aveva colpa. E aveva diritto a vedere la fine della storia. Melissa come chiunque di loro. Le bocciature, le promozioni, le vittorie, le sconfitte, i titoli, gli scudetti, le eliminazioni, i trionfi, le interrogazioni, i compiti....tutto passa e non ha senso. Nulla ha senso davanti ad una morte innocente. Ho trovato spiegazione a tutto, anche alle delusioni più grandi, ai fallimenti e alle sconfitte più cocenti: oggi, perdonatemi, di fronte a questo, non ne sono capace. La vita di una ragazza vale molto di più di tutte le nostre lamentazioni quotidiane.
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