"Non è il cammino impossibile, ma l'impossibile è cammino"
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mercoledì 24 maggio 2017

artisti per gioco

Prima ancora che atleta, un giocatore deve essere artista. C'è una bella differenza tra una poesia recitata a memoria da un dilettante - come potrei essere io - o interpretata magistralmente da un attore provetto. La stessa differenza tra chi in campo esegue e chi invece crea. La pallacanestro, come tutti gli sport di squadra, ha bisogno di fantasia. In particolare, a livello giovanile: strozzare l'inventiva attraverso l'ingabbiamento sistematico significa produrre giocatori seriali, prevedibili e non pensanti. Allenare la creatività comporta indubbi svantaggi: perdita del controllo sul gruppo, irrefrenabilità dei singoli giocatori, alto tasso di sconfitta. Cerchiamo di capirci: fantasia non significa anarchia o movimento caotico; significa ottenere l'obiettivo - ossia fare canestro - non attraverso artifici meccanici o con l'ausilio di copioni rigidi, ma con la bravura e l'arsenale tecnico a disposizione dei giocatori. Spesso lo schematismo viene utilizzato come copertura dei difetti: invece di lavorare sul miglioramento dei singoli - un percorso certamente più lungo e faticoso -, si preferisce occultare la debolezza per inseguire risultati immediati, anche se irrimediabilmente effimeri.  I giocatori vanno corretti, ma non soffocati; sgridati se serve, ma non sedati. Se le partite a livello giovanile finiscono 40-39 qualche domanda ce la dobbiamo porre, soprattutto questa: siamo disposti a tutto pur di vincere? Ci lamentiamo che manca talento, ma non facciamo nulla per rimediare; dimenticando troppo in fretta che non è un dono divino, ma un attitudine che va sviluppata quotidianamente. Pensiamo che Teodosic, ad esempio, sia un genio e che ne nasca uno ogni milione, ma non ci domandiamo quale scuola tecnica abbia permesso - o meglio, non abbia impedito - a questo fenomeno di diventare quello che tutti ammiriamo. Se un giocatore che inventa - attenzione!, con intuizione corretta - ma sbaglia e viene richiamato in panchina, stiamo  certi che la volta successiva non avrà più l'ardore di ripetersi. Non è che forse siamo noi, inconsapevolmente o meno, a non volere giocatori di talento?  

sabato 22 aprile 2017

musi virali

Arriva un momento in cui tutti quanti dobbiamo fare i conti con la nostra coscienza. Se quello che stiamo facendo non ci piace, non ci soddisfa, non ci gratifica, meglio abbandonare e lasciare il posto ad altri. Una persona scontenta è in grado di contagiare chiunque navighi a fianco e, indirettamente, condizionare la prestazione altrui. Questa regola antica come il mondo vale per i dirigenti, gli arbitri, gli allenatori, i preparatori, gli atleti. Vale anche per i cosiddetti professionisti, malgrado le gratificazioni economiche possano parzialmente lenire la frustrazione. È sufficiente che uno solo in un gruppo decida di non collaborare per provocare una falla irreparabile: si può cercare di remare più velocemente, di raddoppiare le forze, ma è pressoché impossibile sostituire un pezzo mancante. I musi lunghi, i guastafeste, hanno un potere enorme nello spargimento della negatività: il malcontento si insinua e si diffonde fino a minare le certezze del gruppo. Dopo anni di onorata - e disonorata - carriera ho, a proposito, pochi dubbi: è la passione che ci spinge avanti, il piacere di vedere che le cose, come le persone, possono cambiare, migliorare, trasformare. Se la passione non esiste, o si dirotta su altri lidi, dobbiamo avere l'onestà e il coraggio di non provocare ulteriori danni a chi ci sta intorno. Quando la spinta motrice si esaurisce, condanniamo i compagni di viaggio a rallentare: chi vorrebbe e potrebbe volare, è costretto a tenere i piedi per terra. Non c'è contraddizione maggiore che fare sport ed essere infelici: nei momenti difficili c'è bisogno di incrociare uno sguardo sereno e sicuro di sé, in quelli trionfali di vedere braccia alzate, in quelli disperati di trovare una spalla dove appoggiarsi. Cosa guardano i bambini/e ragazzi/e che entrano in palestra? Non i palloni, non i canestri, ma se il loro allenatore è innamorato di quello che sta facendo: e con il sesto, anche settimo senso che solo loro possiedono, troveranno la risposta.

venerdì 17 marzo 2017

c'è ma non c'è

La sfida del futuro, per la pallacanestro e lo sport in generale, sarà l'inesistente. Vedere dove gli altri riescono solo a guardare, pensare l'impensabile, osare dove non osa nessuno, scommettere uno a cento. C'è ma non c'è. Chiunque in tribuna sarebbe in grado di usare l'esistente: chi lascerebbe, ad esempio, fuori dal campo un giocatore come Gallinari? Nemmeno il custode del palazzetto sarebbe capace di tale ignominia. Far giocare chi non dovrebbe giocare, grazie a coraggio ed intuito profetico. Ne va della sopravvivenza: vivrà chi non si accontenterà dell'attimo fuggente, chi saprà andare oltre la soddisfazione del momento, chi avrà lo sguardo proiettato in avanti, chi userà il grandangolo e non il teleobiettivo. Parliamoci chiaro: che merito hanno quelli che fanno le stesse scelte che farebbero tutti? Perché non lasciare un segno, esplorare nuove vie, affrontare orizzonti diversi, mescolare il mazzo e giocare altre carte? I miei occhi sono stanchi - un po' per l'età e un po' per la ripetizione ossessiva delle immagini che scorrono davanti - di vedere giocatori 'acerbi' ( traduzione, non pronti ) ammuffire negli scaffali della cantina (pardon, panchina). Se si è così convinti che non potranno mai maturare, meglio dirottarli altrove; ma se c'è anche una probabilità su cento che possano migliorare, qualcuno mi deve spiegare come è possibile che avvenga visto che hanno sempre il sedere appiccicato al legno o le rare comparse in campo non superino i cinque giri di lancetta. In particolare i giocatori più alti, quelli che in teoria dovrebbero calcare i campi non appena si fa sul serio e che durante gli anni giovanili vengono messi da parte in quanto poco adatti al raggiungimento di risultati immediati, vedi trofeo dei rioni. Che ci piaccia o no, il lungo tontolone non appena scoprirà di avere il corpo adeguato alle circostanze si prenderà gioco del basso furbacchione che per anni si è goduto la scena ma che ad un certo punto troverà la strada sbarrata dall'evidenza. So di dire una bestialità, ma nel paleolitico esistevano i presidenti padroni che obbligavano gli allenatori a produrre merce spendibile sul mercato. Anche lo scrivente ha lavorato sotto padre padrone e non ne ha nostalgia: vedere però oggi le società impotenti di fronte a scelte personali discutibili o, peggio ancora, ricattate da famiglie ' sportivore ' non è certo uno scenario migliore del precedente. Una volta i giocatori avevano un valore individuale ( aberrazione antica ), oggi valgono solo se conducono alla vittoria. ( aberrazione moderna ). C'è bisogno di qualcuno che non abbia nulla da perdere, che creda che i giocatori vengano prima dei risultati, che metta coraggio al posto della paura. Sognatori, in una parola. AAA cercasi, come dice quello che ha appena cantato nella città dei fiori. Non chiedetemi il nome, vi supplico.

martedì 14 marzo 2017

alla luce del sole

La cultura o, meglio, sottocultura dell'anonimato sta mietendo vittime ovunque e in tutti gli ambienti. Il metterci la faccia è stato sostituito dall'invisibilità. Il corpo, la voce, gli occhi, tutto ciò che era riconoscibile e distinguibile ora diventa spirito, anteprima della vera dipartenza da questo mondo terreno. Il nickname pervade il web - anche il sottoscritto non sfugge alla regola avendo uno pseudonimo - e chiunque può dire e scrivere di tutto rimanendo sconosciuto alla comunità. È il trionfo della vigliaccheria, della cattiveria più crudele, dell'omertà più becera. Provate oggi a chiedere in aula 'chi è stato?' e non troverete risposta. La conseguenza immediata è lo stravolgimento del senso di responsabilità: le cose accadono ma non c'è nessuno a commetterle. La prima cosa che si impara è la non ammissione di colpa. La paura di sbagliare diventa il motivo principale per cui è conveniente non fare nulla. Ma questo è un blog sportivo o cosa? La traduzione è presto fatta: sbaglio o ci si lamenta sempre di più della assenza di leadership in campo, di giocatori che svolgono il compitino e che non si avventurano in spazi inesplorati, di altri che si nascondono invece di farsi vedere o che non si accusano dei propri errori scaricando su altri le colpe? Prendersi le proprie responsabilità quando la partita si fa delicata, metterci la faccia quando il gioco si fa duro, esserci quando sarebbe più comodo e conveniente sparire. Queste sono le sfide attuali: certo, bisogna insegnare la tecnica e la tattica del gioco, ci mancherebbe. Ma non ce ne faremo niente di un giocatore bello da vedere ma incapace di stare in campo. E non possiamo nasconderci dicendo che questi non sono i nostri compiti: se vogliamo formare giocatori/trici, dobbiamo formare uomini/donne all'altezza. Rinunciando anche ad una vittoria in più, se necessario. Sempre che si possa essere giudicati dall'onestà e completezza del nostro lavoro e non dal numero di vinte/perse: dipende se vogliamo stare in superficie o scendere in profondità.

giovedì 23 febbraio 2017

a fondo perduto

Mi metto dalla parte degli allenatori che spesso lamentano l'inutilità dei propri sforzi. Lavorare con la specie umana è esaltante ma terribile allo stesso tempo: non è così facile ed automatico vedere risultati concreti, se non quelli spesso fallaci che appaiono sui tabelloni elettronici appesi ai muri e che raccontano una parte, a volte molto ridotta, di verità. Come non è detto che una vittoria sia indice di miglioramento, così una sconfitta non lo è di peggioramento. Nel campo della formazione, perché di formazione umana stiamo parlando, non c'è un rapporto diretto e immediato tra causa ed effetto: se c'è un pezzo di ferro storto, posso raddrizzarlo con una martellata; se c'è invece un errore tecnico ripetuto, non è detto che l'intervento correttivo possa dare dei benefici in tempi ragionevoli. Può essere, anzi capita molto spesso, che ci siano attori diversi tra chi semina e chi raccoglie: per quanto si possa ipotizzare il futuro di un giocatore, esistono spazi enormi di incertezza nel percorso tra un prodotto allo stato grezzo e finito in tutte le sue parti. Quindi è tutto inutile? No, non è tutto inutile, ma è necessario essere pazienti e generosi. Pazienti, perché i tempi di costruzione umana non seguono le stesse regole dei materiali solidi: se il mattone è l'unità di misura di una casa, per un giocatore non abbiamo parametri scientifici certi. Generosi, perché è possibile che un giocatore diventi tale prescindendo dalle nostre fatiche e prodezze: donare un giocatore senza appropriarsene significa riconoscere che nessuno è in grado, da solo, di risolvere i problemi della pallacanestro e che tutti, già proprio tutti, abbiamo bisogno uno dell'altro. Sarà capitato anche a voi l'amletico dubbio: dobbiamo essere contenti o arrabbiati che un cestista passato anche per le nostre mani ci faccia il deretano da avversario? Contenti certo, perché abbiamo contribuito a farne un giocatore. Arrabbiati certo, perché avremmo voluto averlo dalla nostra parte. Forse così assumono significato le parole del grande Boscia ' fare il bene senza un perché, a fondo perduto '. Già, a fondo perduto, è così che un allenatore sopravvive allo scoraggiamento: dare se stessi senza aspettarsi nulla in cambio. Che vita grama.

mercoledì 1 febbraio 2017

sopra la panca

Sia chiaro: nessuno prova piacere nel tenere il deretano incollato al legno; tutti vogliono giocare 40 minuti e, se necessario, anche i supplementari; guardare, applaudire, girare l'asciugamano non è la stessa cosa di prendere il cuoio in mano, stare giù sulle gambe, saltare e, per i privilegiati, schiacciare; le squadre migliori sono quelle di 5 giocatori ( a detta dei giocatori stessi ). Eppure la panchina esiste ed è spesso affollata, particolarmente di carne fresca scalpitante che non vede l'ora di alzarsi e dare il proprio obolo alla causa comune. La panchina è perfino indispensabile: in partita, se un giocatore si infortuna o esce per falli; in allenamento, per usare tutto il campo a disposizione. Anche dal medico si sta seduti, in attesa del proprio turno: in panchina, non è detto che il proprio turno arrivi, a meno che qualcuno dall'alto stabilisca con imperio - e con grande umiliazione per gli operatori - che tutti debbano entrare in campo. Si potrebbero scrivere trattati epici rispondendo ad un'unica domanda: il campo è un diritto? Cerco di dare una sola e sintetica risposta: è un diritto finché un giocatore non ha possibilità di dimostrare quanto vale. Ci sono giocatori che conoscono il valore dell'attesa e che aspettano serenamente - che non significa felicemente - in fila facendosi trovare pronti al momento opportuno: mi vengono in mente i/le freshman dei college americani oppure i vari Dada Pascolo, Fontecchio e Abass, solo per citarne alcuni tra i più conosciuti. La panchina non è una sala d'attesa, piuttosto una rampa di lancio: chi entra scarico perché offeso e - a suo parere - umiliato, non farà altro che prenotare un abbonamento con posto seduto assicurato. La panchina, per chi allena, non dovrebbe essere un peso, ma un'opportunità: quando il cliente non è soddisfatto, si tirano fuori altri prodotti. Non sono un ripiego: sono la risposta efficace ad una precisa richiesta. Con i giocatori bisogna avere cura e coraggio: cura nel farli crescere e migliorare, coraggio di metterli in campo quando serve. Non è sentimentalismo, davvero è la panchina a fare la differenza: non è un caso che le partite si vincano o si perdono quando cominciano le rotazioni, quando i cosiddetti titolari diventano panchinari e viceversa. Sapete cosa mi piace di un campione come Vasilis Spanoulis? Che quando esce e va a sedersi, ormai sempre più spesso a 35 suonati, non fa il pensionato, ma si alza, urla, applaude. E se lo fa lui, che è il numero uno, lo possiamo fare tutti.

martedì 24 gennaio 2017

fortuna e audacia

C'è da chiedersi se la fortuna - ed ovviamente il suo contrario - esiste e che rapporto abbia con lo sport. C'è da capire se esiste una componente non programmabile, qualcosa che sfugge al dominio e che non è possibile allenare. Possiamo fare cinquemila tiri al giorno ma non abbiamo la certezza assoluta che il prossimo, magari il decisivo, vada a bersaglio. Allo stesso tempo si dovrebbe dire che i giocatori che spesso risolvono i concitati finali sono i più baciati dalla buona sorte: sappiamo che non è così, ci sono atleti nati per essere freddi e vincenti nei momenti che contano. Gli estremi sono pericolosi: pensare che un tiro esca per ragioni sconosciute conduce al l'assoluzione e alla passività, allo stesso tempo credere che entri esclusivamente per capacità e preparazione esclude la possibilità - inverosimile - che il gioco possa rientrare nel campo della imprevedibilità. Nella mia aggrovigliata vita interiore sono giunto alla conclusione che per quanto la sfortuna non abbia parte in causa, può essere che il suo contrario possa avere dignità di esistenza. Sembra una contraddizione, cerco di spiegarmi: se le cose vanno male non posso e non devo cercare alibi, allo stesso tempo se preparo le cose alla perfezione non è detto che funzionino. Pensare che ci sia un aspetto del gioco che non sia controllabile può avere anche degli effetti sedativi: se la sconfitta arriva all'ultimo secondo da metà campo, sarà certamente dolorosa ma non avrà ripercussioni sui sensi di colpa, se non per quello che si poteva fare prima e meglio. Sono invece sofferente alla cosiddetta dottrina della casualità: non è bene che i ragazzi crescano pensando che gli aspetti accidentali possano avere maggiore peso di ciò che è possibile governare con la propria volontà e determinazione. Rifugiarsi nel facile mondo della superstizione è come fuggire dalle proprie responsabilità, declinare ad altri ciò che è invece di spettanza propria. Non è vero, malgrado le credenze popolari, che i campioni siano stati eletti per volontà divina: ci viene fatto vedere il lato A dei privilegi e benefici, ma il lato B, quello oscuro, non è esente da sacrifici, dolore e lacrime. Non è tutto così già scritto e deciso: i giocatori che credono in se stessi e nella vittoria sono quelli che ribaltano pronostici e guidano le rimonte quando tutto sembra senza speranza. Ecco, ricapitolando: la sfortuna non esiste. La fortuna, come dice Seneca, aiuta gli audaci: presa da sola, come intervento magico, non può funzionare.

sabato 24 dicembre 2016

amore invisibile

Può sembrare assurdo, pretenzioso, inconcepibile, ma quando un allenatore chiede ad un giocatore ( o un insegnante ad un alunno, o un genitore ad un figlio ) di essere migliore di quello che è, compie un vero e proprio atto d'amore. Sarebbe più facile e compiacente lasciar perdere, volare basso, fingere che tutto vada per il verso giusto. Ma non sarebbe un atto d'amore. Amare educando è spesso faticoso, comporta attenzioni che vanno oltre la formalità, capita di addentrarsi in sentieri impervi e, talvolta, pericolosi. Non esiste rispetto più grande di quello che pretende, non si accontenta, richiede il massimo. Credere nell'uomo significa desiderare che le persone portino a compimento ciò che è ancora abbozzato. L'indifferenza è la forma più subdola di maltrattamento: non c'è peggior atteggiamento formativo di quello, in nome della delicatezza e della discrezione, che sorvola sugli errori e spinge verso l'illusione di essere perfettamente in regola. Un insegnante che non interviene quando una classe è indisciplinata compie un gesto inqualificabile: chiunque può pensare che ciò che si sta facendo è corretto e quindi ripetibile, anche in circostanze diverse. Perciò, se i ragazzi sono maleducati, non è perché hanno dei geni marci, ma perché non sono stati bene-educati. Allo stesso tempo, un allenatore che lascia correre e non usa la voce per correggere è del tutto inutile alla causa: meglio dire una cosa sbagliata e farsi ascoltare che non dire nulla. Molti allenatori di un tempo non sapevano nemmeno cosa fosse la pallacanestro, ma si facevano rispettare, i ragazzi credevano a quelle parole e diventavano più bravi a prescindere. Ricordo, da adolescente, uno dei miei primi allenatori usava sempre la stessa frase mentre si tornava in panchina: 'Quanti falli hai fatto?' 'Nessuno' 'Male, vuol dire che non hai difeso'. Tecnicamente non è un messaggio che oggi definiremmo corretto. Ma aveva il suo valore e il significato arrivava dritto in testa. Sembra anacronistico, ma la più alta forma di attenzione che possono avere gli atleti è quella di essere ripresi: siamo onesti, che valore può avere un giocatore che non è mai oggetto di cure, anche se alcune obiettivamente ruvide e spiacevoli? È la stessa differenza che esiste tra stare in campo o in panchina: chiedete ad un qualsiasi ragazzo/a se preferisce giocare sentendo l'allenatore urlare oppure stare seduto tranquillo al riparo da sgrida e rimproveri. Attenzione alle false profezie: non sono i metodi gentili che rivelano amorevolezza. Amorevolezza è portare alla luce, a volte forzando, ciò che è ancora invisibile.

martedì 13 dicembre 2016

bassa quota

La trovata delle quote non convince per niente. Quote rosa, quote giovani, quote italiani, quote bebè. È un'esplicita ammissione di fallimento. Non mi risulta che i premier donna di Germania e Inghilterra si siano giovate di qualche legge speciale: l'incarico è meritato. Lo stesso vale per i vari Moretti, Flaccadori, Candi e compagnia: non scendono in campo per concessione, ma per dare un contributo fattivo ai propri colori. Non credo che i vari Pillastrini, Buscaglia e Boniciolli siano così pazzi da rischiare la pelle per far crescere un potenziale talento per la pallacanestro italiana: se questi ragazzotti giocano, significa che sono all'altezza del compito. Esiste indubbiamente una componente di rischio: i giovani non hanno esperienza, non hanno ancora imparato a dominare le emozioni, non hanno autorevolezza presso gli arbitri. È lampante che se si vuole ottenere risultati immediati è meglio affidarsi a mani navigate che la sanno lunga di battaglie vinte e, ahimè, inevitabilmente perse. Quindi le domande sono due: quali sono le società che hanno tempo, che sanno aspettare, che non si fanno prendere dalla frenesia di ottenere tutto e subito? E poi, ci sono ancora ragazzi/e che hanno fame, disposti a sacrificare l'epoca dei divertimenti per un sogno che non è detto si avveri? Il futuro della pallacanestro è appeso al filo di queste risposte: non ci potrà essere ricambio se non ci saranno club e allenatori che credono nella virtù della pazienza e se non ci saranno nuove leve che con la bava alla bocca e gli occhi feroci faranno buchi nel legno pur di guadagnarsi il posto. Ho visto tanti, troppi ragazzi in possesso di grandi qualità arrendersi alle prime difficoltà, arretrare di fronte al prezzo del biglietto. Certo, è possibile che la strada si sbarri, che il vicolo diventi improvvisamente cieco: perché non provare? Perché non accettare l'idea, sportivamente intesa, di una possibile sconfitta? Perdere ancor prima di giocare non fa parte ( o almeno non dovrebbe ) del patrimonio genetico umano. Di fronte a un fatto compiuto: così dovrebbero trovarsi gli allenatori e le società quando investono sui giovani. Non si gioca per compassione o per obbligo, si gioca perché diventa impossibile non giocare. Le quote meglio lasciarle alle scommesse, dove il rischio fa parte del gioco.

giovedì 8 dicembre 2016

degenere sportivo

Avviso ai lettori: non sempre si può essere buonisti. Domanda del giorno: che cosa ci fanno i genitori ad una partita di pallacanestro? (Pallavolo, rugby, calcio, pallamano, ecc....) Visto che in molti sono trasecolati dopo l'ennesimo atto di violenza nei confronti degli arbitri ( per giunta minori ) l'indignazione, per quanto comprensibile, non è più sufficiente. È necessario indagare nei profondi meccanismi che scatenano reazioni ingiustificabili e animalesche. Non possiamo cavarcela solo con la condanna o la ricerca di soluzioni drastiche: per agire, occorre innanzitutto capire. Primo: si deve velocemente uscire dal luogo comune che vuole lo sport come ambiente protetto, immune a qualsivoglia forma di inciviltà dominante. Lo sport fa parte della società e ne è contaminato alla stessa stregua di altri settori di convivenza. È pura follia immaginare che ci si possa scazzottare per un parcheggio e non per una partita di calcio: cambia la scena, ma gli attori sono gli stessi. Secondo ( e qui mi gioco la reputazione ) : i genitori, per quanto in apparenza possano sforzarsi a dare un'immagine diversa, non vanno a vedere la partita, o la squadra che gioca, ma come se la cava il proprio figlio/a nel contesto di un evento sportivo. Ci vogliono enorme forza morale e ingenti dosi di autocontrollo per rimanere emotivamente ai margini in situazioni dove i propri figli/e sono coinvolti, pubblicamente, nel produrre il meglio di sé. In verità, gli arbitri sono spesso la punta dell'iceberg e i capri espiatori di un disagio più ampio, faticosamente contenuto: stress personali associati a delusioni o alte aspettative rappresentano un cocktail esplosivo con effetti deflagranti. Alcuni, forse i più avveduti, risolvono il problema tirandosene fuori: come i miei, ora sottoterra, che non finirò mai di ringraziare per non aver conosciuto nemmeno quale sport praticassi: un giorno, compiutasi la nemesi in quanto nonni, se ne andarono nel momento in cui il nipote uscì dal campo pensando che non sarebbe più rientrato ( tarli calcistici ). Terzo: bisogna farsene una ragione, allenatori e genitori hanno inevitabilmente visioni diverse. I primi hanno in testa il bene della squadra, i secondi, innanzitutto, il bene dei propri figli. Non è detto che le due anime entrino necessariamente in conflitto, ma ci vuole equilibrio, controllo e una certa dose di fortuna. Ci sono magnifici dirigenti ex genitori che costituiscono la colonna portante delle singole società sportive, ma sono spesso mosche bianche che faticano ad imporsi. Si fa tanto vociare delle aggressioni che subiscono gli arbitri, ma bisognerebbe trattare anche delle pressioni a volte subdole che devono subire gli allenatori per far quadrare il cerchio. Mi fermo: dopo queste parole, forse ci sarà un nuovo bersaglio su cui scaricarsi. Tanto sono vecchio, ho le spalle larghe.

sabato 3 dicembre 2016

mutazione genetica?

Cari allenatori, quando vi sentite impotenti, incapaci di trasferire il vostro sapere tecnico in una gestualità palesemente adatta ed efficace, non abbiatene a male. Non è colpa vostra. O almeno, non tutta. La specie umana sta mutando, ma contrariamente alla teorie evoluzionistiche di Darwin, non del tutto in meglio. I ragazzi sono svegli, loquaci, conoscono a menadito la carta dei diritti - un po' meno quella dei doveri - ma sono semi analfabeti per quanto riguarda il linguaggio motorio. Intendo anche gli atleti, quelli che affollano le palestre, che hanno un vissuto corporeo povero tale e quale ai coetanei che non frequentano discipline sportive. Da dove vengono? Da ore passate sui divani, con alto dispendio di energie nervose e con utilizzo smodato delle dita a svantaggio di tutte le altre parti anatomiche. Ci si fa male, si suda, è pericoloso, è faticoso, non c'è tempo: queste sono le controindicazioni che suggeriscono di stare alla larga da prati, parchi, alberi, fossati, palizzate, muretti. Attrezzi di fortuna per generazioni pre tecnologiche e che costituivano l'abc delle abilità cinetiche: inserire su queste basi un terzo tempo, una schiacciata o una punizione diventava un vero e proprio gioco da ragazzi. Qui sta la vera differenza tra apprendimento e addestramento: nel primo caso, si tratta di affinare ciò che è già in essere; nel secondo, si utilizza una forzatura - come nel caso degli animali al circo - dove in un impianto inesistente si creano degli automatismi ripetibili. Nell'apprendimento, la fantasia e la singolarità la fanno da padrone; nell'addestramento vincono  serialità e meccanicità. Non ho raffinate teorie scientifiche che possano suffragare questa tesi, al momento mi accontento della trentennale osservazione sul campo: gli alunni di ieri ( la scuola raccoglie ragazzi cosiddetti sportivi e non ) non sono quelli di oggi - non mi interessa se più o meno bravi - , presentano segnali preoccupanti sul piano delle capacità coordinative e, in genere, una certa difficoltà ad eseguire movimenti non solo complessi. A che serve avere piedi esplosivi se non so come usarli? Oppure un corpo statuario che non riesce a produrre un gesto armonico? Può sembrare una semplificazione, ma questo è forse il motivo principale di un movimento, quello sportivo, che sta conoscendo una fase stagnante. Ci sono molti più allenatori e anche più preparati di un tempo, ma i risultati sembrano andare in senso opposto. Dobbiamo tornare alle origini, ricreare quegli spazi vitali dove è possibile arricchire il patrimonio motorio attraverso attività libere ed esplorative. Qualcuno potrebbe obiettare: chissenefrega dello sport! Già, forse siamo solo noi, inguaribili amanti, a soffrire di queste paturnie. Ma qui non c'è in gioco solo lo sport, ma anche la salute dell'umanità. 

martedì 29 novembre 2016

chi la dura la vince

Tenacia. Termine intrigante e un po' in disuso: dalla radice tenere, stare incollato, avere forza adesiva. Se il talento è un dono di cui spesso non si è meritevoli, la tenacia non esiste in natura, va prodotta e si conquista sul campo giorno per giorno. Si diventa tenaci quando, pur consapevoli di essere inferiori, ci si batte con onore e coraggio. La tenacia ha un prezzo molto alto: più ci si ostina e più ci si fa male. Forse per questo non se ne vede molta in giro. È più semplice mollare, lasciare la presa, abbandonarsi fatalmente al destino. Perché perseverare se le cose rimangono così come sono, perché insistere se non si vedono cambiamenti? Perché provare e riprovare se non diventerò mai un giocatore di serie A? Perché perdere tempo, doversi assorbire ore di allenamento e dosi interminabili di urla se non esiste una meta reale e raggiungibile? Ecco spiegate le facce bastonate che ci capita di incrociare in campo, le spalle ricurve, i passi incerti, gli sguardi spenti, i sorrisi trattenuti. Ci si arrende ancor prima di iniziare, perché non ne vale la pena. Non vale la pena resistere, sopportare, soffrire. Siamo ormai fatti per stare in santa pace, per non essere disturbati, per tenere lontano da noi frustrazioni ed insuccessi. Meglio non farsi grandi aspettative, meglio rinunciare piuttosto che correre il rischio di rimanere delusi. Eppure la tenacia è un valore in sé: una sconfitta onorevole equivale ad una vittoria. Non ci sono solo numeri ad indicare la statura morale di una squadra: c'è coraggio, resistenza, senso di appartenenza, orgoglio. La rinuncia è peggio della sconfitta: non siamo fatti per nasconderci, come ha fatto codardamente Adamo nell'Eden, ma per metterci in gioco. Lo sport è forse l'ultimo approdo rimasto per imparare i fondamentali sani della vita: nulla è dovuto e regalato, non ci sono corsie preferenziali, nemmeno privilegi, tutto si conquista e si merita partendo dalla stessa linea. Non il talento, ma la forza interiore fa la differenza. Amo lo sport, perché, a differenza di altri posti, chi vuole arrivare può davvero farcela. Non ci sono filtri, non ci sono terzi, né bustarelle: l'unico giudice, severo ma giusto, rimane il campo. È proprio vero: chi la dura la vince.

domenica 27 novembre 2016

i care

Di cosa ha bisogno la pallacanestro? Di anima, passione, cuore. C'è bisogno che l'allenatore della squadra ultima in classifica si adoperi come se fosse in testa: stessa partecipazione, stessa ambizione, stessa professionalità. Non esistono ricette miracolose, non è possibile trasformare in oro ciò che è destinato ad essere argento o bronzo. Ma la vera opera d'arte, il vero capolavoro, sta nel dare il meglio di se stessi nelle situazioni più disperate e negli angoli più remoti della terra. Spesso ci si dimentica, colpevolmente, che i campioni non scendono dal cielo ma sono il prodotto finale del lavoro silenzioso e sotterraneo di chi si trova ai margini del successo: per un giocatore di serie A ci sono centinaia di compagni di squadra, di cui, magari oggi, si sono perse le tracce. Non ci sarebbe stato Danilo Gallinari senza le decine di sconosciuti compagni di viaggio che oggi riempiono le liste dei campionati minori e che si divertono a cena a raccontare una storia diventata epica grazie anche alla personale partecipazione dalle retrovie. Non si può chiedere ai giocatori di lottare se gli allenatori, per primi, gettano la spugna. Le piccole cose, come sempre, fanno la differenza: arrivare puntuali, preparare il piano di lavoro, inventare situazioni nuove, coinvolgere tutti senza distinzione, non smettere mai di correggere. La correzione è il regalo più grande che un allenatore fa ai propri giocatori: sarebbe più facile e meno costoso tacere, far finta di niente, lasciare che gli errori scorrano a fiumi fino a compromettere lo sviluppo tecnico di ciascuno. C'è una bella differenza tra correzione ed umiliazione: nel primo caso l'obiettivo è la costruzione, nel secondo la distruzione. Tutto questo vale anche nel caso, purtroppo frequente, che un giocatore non possa o, peggio, non voglia cambiare le cattive abitudini. Sapere, saper fare, saper essere: tutte caratteristiche indispensabili, ma la più importante è l'ultima. Possiamo anche non conoscere perfettamente la materia, possiamo anche sbagliare nell'agire, ma non ci è concesso non essere veri. I giocatori perdonano tutto, fuorché l'indifferenza. ' I care ' ( mi interessa, ho a cuore ), diceva Don Milani: se qualcosa cattura la nostra anima, non c'è errore che valga.

lunedì 10 ottobre 2016

fuoco sacro

Imperscrutabile, avvolto di mistero. Guardato con sospetto, come se fosse un'anomalia, un difetto da correggere. Mi riferisco al fuoco sacro, o sacro fuoco, dove sostantivo e aggettivo possono convivere in un modo o nell'altro, secondo gusti personali o musicalità letteraria. Tutti, indistintamente, abbiamo una caldaia installata nel cuore. Possiamo bruciare, come dice Elisa, e allo stesso tempo freddarci. Possiamo elevare la temperatura ai massimi livelli oppure spegnerci. Dipende, si dice così (che orribile espressione), dall'oggetto delle nostre azioni. Un giocatore, un atleta, dovrebbe ardere sempre, come il roveto di biblica memoria. Mantenendo il controllo della mente, consumandosi di continuo in campo. Rino Gattuso era così. Dino Meneghin era così. Amati e odiati allo stesso tempo, perché quando si è innamorati di una maglia si è inevitabilmente schierati. Chi ha fuoco sacro dentro non guarda alle conseguenze: agisce e basta. Pensa solo a ciò che è giusto fare in quel momento. Non pensa alla vittoria o alla sconfitta, pensa solo a giocare e dare il massimo per se e per gli altri. Non si risparmia, non cerca alibi, non perde tempo a protestare, rimane sul pezzo. Non si avvilisce se le cose vanno male, non si esalta se funzionano. Il suo cuore continua ad ardere e tutto ciò che succede intorno ha un valore relativo. Come allenatori abbiamo l'obbligo di insegnare la tecnica del gioco ma non dispensati dal gravoso compito di tirare fuori tutto ciò che c'è dentro nei giovani che ci sono affidati. Se vedono bruciare noi, bruceranno anche loro. Se noi abbiamo a cuore ciò che facciamo, anche loro non potranno evitare di mettersi a disposizione. Che piangano quando c'è da piangere e che gioiscano quando è necessario: le emozioni non sono altro che il linguaggio del cuore. Che sbottano qualche volta: significa che dentro non c' è il vuoto, che le parole hanno trovato un bersaglio. Non diventeranno campioni, forse, ma in ogni cosa che faranno saranno riconosciuti per tenacia e generosità. Possiamo insegnare ad un robot a fare canestro, ma non a tuffarsi per recuperare un pallone: perché il cervello porta a conservare, il cuore a sacrificarsi. Certe cose non si insegnano. Certe cose si fanno. E non sappiamo bene il perché. 

chi si accontenta non gode

Voglio dare una lettura diversa e provocatoria sul perché i giovani italiani faticano a fare le scarpe ai vecchietti e agli stranieri di turno. Davvero i nostri ragazzi sono così ambiziosi? Davvero scalpitano e spingono per ottenere un posto al sole? Mi tengo il beneficio del dubbio in attesa che i fatti mi diano piacevole smentita. Faccio sport da quando sono nato perciò non posso avere un'idea negativa del termine ambizione che, in questo ambiente, viene spesso accostato, come sinonimo, a competizione. Ambizione e competizione sono le due facce della stessa medaglia che tanta paura fanno ai detrattori del pianeta sportivo: un certo retaggio culturale, tipicamente italiano, spinge ad avere ritrosia verso tutto ciò che comporta conquista, lotta, selezione. Come se il mondo fuori delle palestre o dei campi sportivi ne fosse totalmente immune. Non può esistere sport senza ambizione, nemmeno senza competizione. Chi corre da solo per strada compete con se stesso cercando di spingersi oltre i propri limiti. Chi gioca in una squadra compete con gli avversari per avere la meglio in una disputa di orgoglio e bravura. L'ambizione è il carburante, la molla che spinge l'atleta a raggiungere i propri sogni. Un giovane senza ambizione è come un uccellino che non vuole uscire dal guscio: è qualcosa di incompiuto, paradossalmente per non correre rischi si espone a maggiori pericoli. Se si vuole crescere occorre misurarsi con difficoltà, frustrazioni, conflitti, avversità di ogni tipo: l'immagine di chi arriva in alto senza sgomitare e sbucciarsi le ginocchia o per meriti divini appartiene alle favole e alle proiezioni di romantica memoria. Ho come l'impressione che le giovani generazioni spesso si arrendano prima ancora di iniziare: un utilizzo sconsiderato e comodo della bandiera bianca come autodifesa. Per questo provo un certo piacere nel vedere quelle poche eccezioni alla regola di ragazzi sfacciati che sfidano la sorte affidando i propri sogni alla fatica e al sudore nel tentativo di raggiungere la meta. Per quanto possa sembrare presunzione o arroganza, chi si mette alla prova dimostra di avere l'atteggiamento giusto: nello sport la sfrontatezza è d'obbligo, chi si accontenta non gode. Che male c'è nel provare? Indietro si può sempre tornare, non sempre si può andare avanti.

lunedì 26 settembre 2016

ragazzi di vita

Non mi scandalizzo più, ormai. Per quanto i numeri, essendo freddi e neutri, raccontano solo una parte di verità, forse nemmeno la più importante. 6 giovani su 10 rimangono con i genitori fino ai 35 anni. Sono sinceramente più spaventato dall'idea di invecchiare assediato da problematiche che speravo aver lasciato definitivamente alle spalle: per quanto l'idea di futuro sia affascinante, comporta qualche controindicazione, in special modo incertezza e conseguente angoscia. Non ho né le capacità né la voglia di farmi complice di una situazione che è anomala e, diciamolo senza timore, tipicamente italiana. A tal proposito, interessante il siparietto fra i giornalisti e Frank De Boer: 'Giovane? Uno non è giovane a 24 anni. Si è giovani a 18-20' marcando un netto distacco tra la percezione nostrana e quella oltralpe. Piuttosto mi disturba la banale equazione permanenza=dipendenza economica che viene strombazzata ovunque come unica spiegazione del teorema. Nessuno discute che ci sia un problema di occupazione giovanile in Italia e che le attenzioni politiche su questi temi siano spesso inefficaci o insufficienti. Discuto invece sul concetto stesso di autonomia che, oggi più che mai, è in crisi sul piano culturale più che sociale. Ho un'idea elementare in testa: è autonomo colui che riesce a risolvere, e non a porre, i problemi. I nostri ragazzi non escono di casa non solo e non tanto perché sono senza soldi, ma perché non hanno ancora imparato a prendere decisioni e fare scelte senza dipendere da altri. È un sistema culturale, non sempre intenzionale e con le famiglie in primis - ma non solo! -, che rallenta la maturazione dei giovani. Sostituendosi nelle scelte e nella risoluzione dei conflitti non si fa altro che ritardare l'ottenimento dello status di adulto, che significa cresciuto, compiuto, portato a termine. In questo processo vizioso hanno enormi responsabilità persino la scuola quando accetta ultra ventenni in classe e lo sport che per far giocare i non più giovani inventa campionati che non hanno più senso di esistere. I ragazzi respirano l'assenza di fiducia e la paura di futuro che trasmettono le generazioni precedenti: forse dovremmo smetterla, come dice Vasco, di combattere tutti contro tutti, quasi sempre per motivi futili. L'indipendenza economica è dipendente - mi si passi il gioco di parole - da quella esistenziale: un ragazzo pieno di vita e con energia addosso ce la farà. Sempre.

venerdì 16 settembre 2016

materia prima

Il ragionamento di Vincenzino Esposito non fa una grinza. Che poi non è la prima volta che salta fuori. Parlare - in gergo sportivo - di giovani a ventidue anni è senza dubbio un paradosso. Anzi, per chi ha esordito in serie A da quindicenne suona quasi come un insulto. Per non andare troppo lontano - geograficamente intendo - anche un certo Domenico Fantin esordì a soli sedici anni con la  Postalmobili nell'anno della promozione dalla B alla A. Ma erano altri tempi: non esisteva l'esercito di stranieri che oggi invade - spesso ingloriosamente - i campi di gioco e che necessariamente impedisce al contingente italico di avanzare. Inoltre, non si usavano campionati tardo giovanili come paravento - l'under 20 di oggi per capirsi - perciò l'iniziazione, a volte brutale,  avveniva con largo anticipo sui tempi. Ma il vero motivo sta altrove ed è di origine culturale: sembra banale, ma i ragazzi di oggi invecchiano più tardi di quelli di ieri. Non è una affermazione di valore, è pura e semplice constatazione. Avete presente la pellicola che protegge lo schermo dei cellulari? Ecco, i nostri ragazzi hanno addosso quella pellicola. Non si sporcano, non si graffiano, se cadono non si rovinano. Si è creato intorno a loro un corpo gelatinoso che li tiene lontano dalle brutte esperienze. Gli adulti sono talmente spaventati - anch'io fra questi - che preferiscono soffrire piuttosto che far soffrire. La frustrazione non è più concepita come tappa di un processo, ma come spauracchio da evitare. La paura non è più un'emozione che rientra nella normalità, ma è una malattia da cui vaccinarsi o, alla peggio, guarire in fretta. La verità è che i ragazzi, se non obbligati, sono ben felici di non crescere: la sindrome di Peter Pan ha invaso tutti gli ambienti. Fate un salto alle scuole superiori per rendervi conto quanti giovanotti vi parcheggiano: con il principio, peraltro giusto, che l'istituzione scolastica debba accogliere tutti, siamo arrivati alla patologica applicazione che molti non hanno nessuna fretta di andarsene. Sarà solo il mercato del lavoro saturo? Spiacente Vincenzo, in questo clima è impossibile avere un sedicenne in squadra. Forse è cambiato il compito dello sport: aiutare i ragazzi a diventare grandi. Perché è l'unico ambiente che non vive di filtri - se non qualche genitore ansioso e paranoico. Le sconfitte sono sconfitte, le vittorie sono vittorie. Giochi male, panca. Giochi bene, campo. Agli allenatori oggi è richiesto, più di un tempo, di crescere uomini più che giocatori. Troppo facile e troppo bello avere il pezzo pronto. Oggi c'è solo materia prima.

lunedì 5 settembre 2016

imperfetto è perfetto

Esiste l'allenatore perfetto? Dico questo perché sento spesso parlare di giocatori o atleti che scelgono da chi farsi allenare. Ad alti livelli agonistici può essere lecito - vedi tennis atletica o nuoto, sport individuali in genere - anche se rimane uno spazio d'ombra con cui fare i conti: se il trainer non corrispondesse al genere atteso e voluto, che si fa? Altro giro, altro regalo? Federica Pellegrini ne sa qualcosa. Il consumo di allenatori è uno degli aspetti critici dello sport moderno: in quello antico, praticato dal sottoscritto per capirsi, l'allenatore - un po' come il maestro - era incontestabile e inamovibile. Nessuno si sarebbe mai permesso di chiedere un colloquio, tantomeno la testa su un vassoio: regnava un tacito patto educativo con divisione netta delle competenze. Non dico fosse meglio, mi limito ad esporre i fatti: sfido chiunque a dire il contrario. L'allenatore di oggi deve dare sfoggio di eclettiche virtù: competenza, conoscenza delle lingue, capacità didattica, doti relazionali, amore per la professione. Se uno di questi aspetti fosse carente, si accenderebbe la lampadina. Quell'allenatore è troppo severo, i ragazzi non si divertono; quell'altro è troppo buono, la squadra è moscia e non vince mai. Il terzo ha una conoscenza enciclopedica della disciplina ma non sa rapportarsi umanamente. Il quarto è una brava persona, i ragazzi lo amano, ma non insegna un fico secco. E così via, una catena infinita di modelli che indossano capi con difetti di produzione. Ho una teoria originale, maturata durante una carriera modesta ma di lungo corso: imperfetto è perfetto! L'imperfezione - che tra l'altro é tutto da dimostrare sia un abito negativo - suggerisce e stimola una reazione contestuale che colmi il difetto. Un esempio? Sarà il talento dei ragazzi a coprire il deficit tecnico dell'allenatore. Pensiamo davvero che i campioni escano solamente dalle mani dei tecnici più bravi e gettonati? Ma per favore....Lo stesso discorso vale per gli allenatori capaci ma bruti: non saranno le urla o i rimproveri a fermare le motivazioni di chi ha un sogno in testa. Insomma, c'è come una forma di compensazione tecnico atleta dove insegnamento e apprendimento si mescolano a vicenda. È possibile che bravi allenatori producano buoni atleti ma è vero anche il contrario. Non ammetterlo sarebbe una grande ipocrisia. Ammetterlo, una bella e corroborante dose di sana umiltà. 

martedì 30 agosto 2016

sfiancati e felici

Mi trovo in perfetta sintonia con il vate, alias Valerio Bianchini, quando afferma 'se volete divertirvi andate a Gardaland'. L'accostamento sport-divertimento può essere fonte di malintesi, non solo per chi fa agonismo, ma anche per chi compie i primi passi. Di-vertere significa volgere altrove, deviare, distogliere: chi sta in palestra o in piscina o su un campo qualsiasi fa tutto fuorché allontanarsi da se stesso. Certo, esiste una componente di piacevolezza nel muoversi, nel giocare, nel riconoscere progressi durante l'apprendimento: tutto ciò non ha nulla a che fare con un passatempo qualsiasi, dove la mente vaga e trova rifugio presso lidi distanti dal mondo reale. Se c'è un aspetto che durante l'attività fisica non può mai mancare è la soglia di attenzione: rimanere concentrati non è per niente divertente, comporta un consumo enorme di energie mentali e nervose. Si fa più fatica con la testa che con le gambe: fare 10 giri di campo comporta meno dispendio che svolgere un esercizio tecnico ad alto contenuto cognitivo. Quando una mamma o un papà accompagnano il/la loro bambino/a in palestra, per prima cosa si aspettano che si diverta: ben presto, però, si accorgeranno che non tutto fila liscio. Ci sono i compagni più bravi, ci sono le sconfitte, gli infortuni, c'è l'allenatore che sgrida, la panchina da scaldare, regole e orari da rispettare, campionati da partecipare, distanze da coprire, vacanze da rinunciare. Non è tutto oro quello che luccica e chi lavora nell'ambiente sportivo ha il dovere morale di informare che l'attività svolta non è ricreativa: per svagarsi ci sono i cartoni animati, le play station, i parchi giochi. Non c'è una fase della vita dove tutte le componenti della persona sono impegnate in modo totale ed integrato come nello sport: cuore, testa, corpo, insieme, alla massima potenza. Nemmeno a scuola gli alunni hanno un atteggiamento di impegno assoluto: il corpo riposa dietro ai banchi - anzi spesso si rovina con posture scorrette - e la testa funziona ad intermittenza. Ecco perché sarebbe preferibile accostare allo sport il termine 'bene-essere', che significa stare bene, cioè quando le funzioni vitali si muovono in modo sinergico e nessuna viene sacrificata. Divertimento è uno stato passeggero, benessere è stile di vita. Non ci sarebbe spiegazione, altrimenti, per le gare massacranti o estreme. Se chiedi a un maratoneta, al termine della gara, se si è divertito, ti risponderà: 'no, ma sono felice'. Non ci si diverte a fare fatica, ma si può essere felici. Questo è il vero segreto di chi pratica sport.

lunedì 29 agosto 2016

Roma c(k)aput mundi?

Roma 2024. Sì o no. È tempo di decidere. Non ho intenzione di inguaiarmi in pastoie politiche - anzi partitiche - dato che a prima vista sembra più una questione di schieramento che di valutazione strategica. Lo sport dovrebbe unire più che dividere, ma a quanto pare non siamo più in grado di esprimere un'identità nazionale in nessun campo dello scibile umano. C'è però una cosa che mi inquieta ( non da farmi perdere il sonno, ci mancherebbe ): il sospetto - e forse qualcosa di più - che questo Paese o la gran parte di esso, consideri lo sport e l'attività motoria come strumenti accessori della vita comune. Per carità, siamo tutti felici ed orgogliosi quando Buffon parà i rigori o qualche eroe isolato vince una medaglia d'oro, ma se dovessimo scegliere fra una strada e una palestra non avremmo dubbi di preferenza: meglio tappare un buco sull'asfalto dove tutti circolano che rifare il parquet dove i bambini giocano. Fare movimento è considerato un lusso, una pausa nella routine quotidiana che non tutti possono permettersi: ci sono cose più importanti da fare, il tempo è denaro e non può essere sprecato in amenità. Non sono così stolto da non sapere che le Olimpiadi non riguardano tutti, ma solo una porzione eletta e selezionata degli atleti. Allo stesso tempo sono convinto che mettere al centro dei nostri pensieri una buona volta qualcosa che abbia a che fare con lo sport - attenzione sport, non calcio - possa aiutare quel processo indispensabile di trasformazione da teleutenti passivi a praticanti attivi. Penso in particolare agli sport minori - o considerati tali - che potranno vivere di luce riflessa e forse di qualche struttura più adeguata a svolgere attività formativa. Inoltre, un maggior numero di impianti favorisce il decongestionamento dei locali e, di conseguenza, più praticanti coinvolti, in particolare giovani. Se poi l'alibi maggiormente in voga consiste nel terrore degli appalti truccati o nella corruzione dilagante ( timori per certi versi comprensibili ), è giusto chiedersi perché ricostruire nelle zone del terremoto o se ha ancora senso parlare di piano urbanistico. Saremo in grado, una volta tanto, di dimostrare al mondo intero che siamo in grado di fare le cose in modo onesto e trasparente? Anche questa è una sfida da raccogliere. La paura ci fa tornare indietro, come nel gioco dell'oca. Se vogliamo avanzare, abbiamo bisogno di scelte coraggiose. Attente, ma coraggiose. Quindi la mia modesta e insignificante risposta è sì.