C'è da chiedersi se la fortuna - ed ovviamente il suo contrario - esiste e che rapporto abbia con lo sport. C'è da capire se esiste una componente non programmabile, qualcosa che sfugge al dominio e che non è possibile allenare. Possiamo fare cinquemila tiri al giorno ma non abbiamo la certezza assoluta che il prossimo, magari il decisivo, vada a bersaglio. Allo stesso tempo si dovrebbe dire che i giocatori che spesso risolvono i concitati finali sono i più baciati dalla buona sorte: sappiamo che non è così, ci sono atleti nati per essere freddi e vincenti nei momenti che contano. Gli estremi sono pericolosi: pensare che un tiro esca per ragioni sconosciute conduce al l'assoluzione e alla passività, allo stesso tempo credere che entri esclusivamente per capacità e preparazione esclude la possibilità - inverosimile - che il gioco possa rientrare nel campo della imprevedibilità. Nella mia aggrovigliata vita interiore sono giunto alla conclusione che per quanto la sfortuna non abbia parte in causa, può essere che il suo contrario possa avere dignità di esistenza. Sembra una contraddizione, cerco di spiegarmi: se le cose vanno male non posso e non devo cercare alibi, allo stesso tempo se preparo le cose alla perfezione non è detto che funzionino. Pensare che ci sia un aspetto del gioco che non sia controllabile può avere anche degli effetti sedativi: se la sconfitta arriva all'ultimo secondo da metà campo, sarà certamente dolorosa ma non avrà ripercussioni sui sensi di colpa, se non per quello che si poteva fare prima e meglio. Sono invece sofferente alla cosiddetta dottrina della casualità: non è bene che i ragazzi crescano pensando che gli aspetti accidentali possano avere maggiore peso di ciò che è possibile governare con la propria volontà e determinazione. Rifugiarsi nel facile mondo della superstizione è come fuggire dalle proprie responsabilità, declinare ad altri ciò che è invece di spettanza propria. Non è vero, malgrado le credenze popolari, che i campioni siano stati eletti per volontà divina: ci viene fatto vedere il lato A dei privilegi e benefici, ma il lato B, quello oscuro, non è esente da sacrifici, dolore e lacrime. Non è tutto così già scritto e deciso: i giocatori che credono in se stessi e nella vittoria sono quelli che ribaltano pronostici e guidano le rimonte quando tutto sembra senza speranza. Ecco, ricapitolando: la sfortuna non esiste. La fortuna, come dice Seneca, aiuta gli audaci: presa da sola, come intervento magico, non può funzionare.
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