Sia chiaro: nessuno prova piacere nel tenere il deretano incollato al legno; tutti vogliono giocare 40 minuti e, se necessario, anche i supplementari; guardare, applaudire, girare l'asciugamano non è la stessa cosa di prendere il cuoio in mano, stare giù sulle gambe, saltare e, per i privilegiati, schiacciare; le squadre migliori sono quelle di 5 giocatori ( a detta dei giocatori stessi ). Eppure la panchina esiste ed è spesso affollata, particolarmente di carne fresca scalpitante che non vede l'ora di alzarsi e dare il proprio obolo alla causa comune. La panchina è perfino indispensabile: in partita, se un giocatore si infortuna o esce per falli; in allenamento, per usare tutto il campo a disposizione. Anche dal medico si sta seduti, in attesa del proprio turno: in panchina, non è detto che il proprio turno arrivi, a meno che qualcuno dall'alto stabilisca con imperio - e con grande umiliazione per gli operatori - che tutti debbano entrare in campo. Si potrebbero scrivere trattati epici rispondendo ad un'unica domanda: il campo è un diritto? Cerco di dare una sola e sintetica risposta: è un diritto finché un giocatore non ha possibilità di dimostrare quanto vale. Ci sono giocatori che conoscono il valore dell'attesa e che aspettano serenamente - che non significa felicemente - in fila facendosi trovare pronti al momento opportuno: mi vengono in mente i/le freshman dei college americani oppure i vari Dada Pascolo, Fontecchio e Abass, solo per citarne alcuni tra i più conosciuti. La panchina non è una sala d'attesa, piuttosto una rampa di lancio: chi entra scarico perché offeso e - a suo parere - umiliato, non farà altro che prenotare un abbonamento con posto seduto assicurato. La panchina, per chi allena, non dovrebbe essere un peso, ma un'opportunità: quando il cliente non è soddisfatto, si tirano fuori altri prodotti. Non sono un ripiego: sono la risposta efficace ad una precisa richiesta. Con i giocatori bisogna avere cura e coraggio: cura nel farli crescere e migliorare, coraggio di metterli in campo quando serve. Non è sentimentalismo, davvero è la panchina a fare la differenza: non è un caso che le partite si vincano o si perdono quando cominciano le rotazioni, quando i cosiddetti titolari diventano panchinari e viceversa. Sapete cosa mi piace di un campione come Vasilis Spanoulis? Che quando esce e va a sedersi, ormai sempre più spesso a 35 suonati, non fa il pensionato, ma si alza, urla, applaude. E se lo fa lui, che è il numero uno, lo possiamo fare tutti.
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