Ci vuole un bravo formatore. Che poi sia bravo anche ad allenare, non guasta. Uno che sappia tirare fuori il meglio da ciascun ragazzo. Uno che non fa sconti, non scende a compromessi, che detta regole di vita valevoli per tutti, indistintamente. Uno che si fa rispettare ed ascoltare e allo stesso tempo rispetta ed ascolta. Uno che non rinuncia alle proprie idee per una vittoria in più e che fa della coerenza il proprio credo. Uno che non le manda a dire e che ha sempre detto ciò che pensa. Poi ci vuole una città. Una città aperta e lungimirante. Una città che sa vedere dove gli altri guardano, che trova dove gli altri cercano, che premia dove gli altri snobbano. Una città coraggiosa, che distribuisce onorificenze a gente che ha la specialità nella normalità. Cosa può avere un allenatore per meritarsi un riconoscimento alla stregua di scrittori, attori, musicisti? Se fossi Federico Danna - purtroppo non lo sono, mannaggia - sarei mille volte più felice di tutti i trofei e i campionati conquistati in carriera. Le coppe si alzano, si abbassano e si impolverano, le medaglie si indossano e si levano, gli scudetti si cuciono e si strappano. Quando una città ti nomina cittadino onorario, tutto quello che è stato fatto si riveste di luce nuova: la vita spesa sui campi non è stata solo un mestiere, ma anche un servizio alla comunità. Il passato diventa presente e il presente, futuro: non c'è più dimensione temporale, ciò che è stato vive e vivrà per sempre. Tutto diviene più chiaro: che le notti insonni, i litigi, le delusioni, le sconfitte atroci hanno il sapore dolce dell'inevitabile e avventuroso viaggio verso la scoperta di se stessi e del proprio compito sulla terra. Che quello che oggi non è possibile vedere, sarà possibile e certo domani. La mia presunzione vuole andare oltre: ciò che ha fatto Biella per un suo cittadino lo fa per tutti noi. Per chi non ha mai vinto niente, per chi si trova a lavorare in condizioni sfavorevoli, per chi pensa erroneamente di perdere tempo, per chi non ha mai potuto avere in dotazione materiale di prima scelta, per chi vorrebbe alzare le mani dal manubrio e chiudere bottega. Educare attraverso lo sport: chi non ci crede lo vada a chiedere ai ragazzi e ragazze diventati uomini e donne del nostro tempo. Un giorno forse avranno odiato, faticato, pianto, imprecato: oggi sono gelosi e orgogliosi dei ricordi indelebili che si portano dentro. Congratulazioni, Federico: finalmente la bravura ha incontrato il merito. Congratulazioni Biella: non so di che colore sia il governo locale - francamente irrilevante - ma se questi sono i valori di riferimento, i cittadini possono essere soddisfatti.
"Non è il cammino impossibile, ma l'impossibile è cammino"
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sabato 25 marzo 2017
venerdì 17 febbraio 2017
basta la parola
La voce. Per chi gioca a pallacanestro, il sesto uomo in campo, soprattutto in difesa. Collaborare, mandando e ricevendo messaggi ( non virtuali ), gratificare per un passaggio ricevuto, incoraggiare risollevando l'umore, arrabbiarsi per dare e ottenere il massimo. Eppure la voce, soprattutto per i giovani in campo, rimane un grande tabù: nessuno parla, nessuno avvisa, pochi incitano se non in rare occasioni. La voce è la differenza tra una somma di singoli e una squadra vera: da una parte un insieme scomposto di pseudo giocatori costruito sulla sabbia, dall'altra un gruppo di cemento armato con identità e appartenenza indistruttibili. Com'è che la confusione, spesso chiassosa, degli spogliatoi non si riversa quasi mai in campo? Sembra di assistere ad una messa: l'arbitro come celebrante, i chierici al tavolo, i giocatori come fedeli osservanti del silenzio, i canestri veri altari proiettati verso il cielo. Ogni tanto si sentono le urla disperate degli allenatori e qualche sortita infelice dalla tribuna: chi dovrebbe parlare tace e chi dovrebbe tacere parla. Spesso la parola viene usata nel peggiore dei modi: per accusare gli altri, per trovare alibi al di fuori di se stessi, per lavare la coscienza con l'acqua quando servirebbe un quantitativo straordinario di sana umiltà. Questa è la cosiddetta voce distruttiva, quella che avvelena e che lascia strascichi fallimentari: di gran moda oggi, purtroppo, perché ferire assomiglia più ad un vanto che ad una colpa. In panchina invece di urlare e di gesticolare, si chiacchiera: certamente molto elegante, ma poco redditizio. Chi partecipa e vive la partita in attesa, si farà trovare sicuramente pronto quando l'attesa avrà fine ( a meno che, si spera di no, l'attesa non abbia mai fine, ma questa è un'altra faccenda ). C'è anche una voce interiore che va ascoltata, quella che dopo ogni errore ci dice di dimenticare e andare oltre e dopo ogni prodezza ci dà una bella pacca sulla spalla: imparare a parlare con se stessi è come giocare con un amico accanto che ci consola e ci premia in continuazione. Nel tentativo maldestro e infausto di correggere le mie sclerotiche abitudini, una madre coraggio un giorno mi avvicina dicendo ' ma lei non dice mai una volta bravo '. Al che ho risposto con la mia solita sgarbatezza ' signora, ma le pare che dopo un canestro, con tutto quello che succede dentro, sia necessario aggiungere qualcosa? ' . Lascio a voi la fine della storia. Ero giovane e inesperto, a quel tempo.
giovedì 19 gennaio 2017
zoologia cestistica - seconda parte
ZOOLOGIA CESTISTICA - SECONDA PARTE
studio del comportamento degli animali da palestra
Par condicio vuole che tra gli animali da palestra ci siano specie e tipologie diverse anche nella categoria degli allenatori. L'augurio è che, a cominciare dal sottoscritto, nessuno si offenda e abbia la nobiltà d'animo di stare al gioco. Naturalmente, come per i giocatori, nessuna descrizione sottintende un nome conosciuto ma è frutto esclusivo di goliardica fantasia.
I sergenti di ferro
Sono quelli che non ammettono deroghe e che hanno nel rispetto delle regole il proprio credo. Rocciosi e spigolosi, si fanno rispettare anche attraverso metodi non sempre gentili. I rapporti sono costruiti sulla distanza e nel riconoscimento esclusivo dell'autorità. I giocatori vivono nel terrore, ma la concentrazione alta per evitare figuracce e panchina può portare a risultati insperati. Efficace con alcuni gruppi giovanili di prime donne, molto meno con squadre fatte da giocatori maturi e autonomi.
gli stakanovisti
Sono quelli che odiano Natale di lunedì perché devono rinunciare ad allenarsi. Credono fanaticamente nel lavoro in palestra e abiurano la fortuna. Non esiste casualità né nella vittoria che nella sconfitta. Quando concedono un giorno di riposo, i giocatori si danno pizzicotti per essere certi di essere svegli. Ottima specie per squadre con coefficiente basso di talento, controproducente con giocatori di esperienza e/o di qualità.
Gli scaramantici
Sono quelli che se vincono una partita al supplementare con le mutande a rovescio, sono capaci di indossarle ogni volta con l'etichetta in fuori. Odiano il colore viola a tal punto da costringere eventuali tifosi a tornare a casa a cambiarsi il maglione. Talmente fatalisti da credere che le partite vengano decise più da episodi casuali che dalle prestazioni dei giocatori. Apprezzati da giocatori di alto livello, un po' meno da giovani in formazione.
I morbidosi
Sono quelli che hanno sempre parole delicate nei confronti dei propri giocatori. Non alzano mai la voce, non si arrabbiano, non intervengono quasi mai per correggere gesti tecnici o comportamenti. Sono in assoluto i più amati dalle famiglie visto che i propri figli si divertono senza troppi traumi. Il clima generale è sereno e tranquillo, c'è da valutare quale possa essere il grado di apprendimento. Dispensano sorrisi a destra e a manca, hanno in genere vita lunga e felice.
I perfezionisti
Sono i maniaci dell'esecuzione perfetta. Ore e ore di ripetizioni per affinare i movimenti e di continue correzioni per limare le spigolature. Conoscono il manuale della pallacanestro come le loro tasche e non si fanno mai trovare impreparati. Sono eccezionali con i giocatori in formazione, rischiano di essere pedanti e noiosi con quelli già formati. La vittoria non è il fine, semmai il mezzo. Se viene concesso loro il tempo necessario, possono fare miracoli. Non sono amati dai presidenti ambiziosi.
Gli speculatori
Sono quelli che venderebbero anche la madre per una vittoria. Non importa come e quando, fondamentale è ricevere il referto rosa. Usano i giocatori a loro piacimento e in funzione del risultato. Passano ore e ore in allenamento a ripassare schemi offensivi e difensivi perché nulla deve essere lasciato al caso. Possiedono un campionario impressionante di alchimie tattiche che vengono rifornite regolarmente ad inizio stagione ad ogni giocatore tramite meticolosi e colorati quaderni tecnici. Il detto machiavellico 'il fine giustifica i mezzi' è il pensiero con cui si addormentano e si svegliano ogni giorno.
I mendicanti
Sono quelli più preoccupati dell'arbitraggio che dell'andamento del gioco. Passano più tempo a protestare che a dare istruzioni alla squadra. La filosofia sottesa a questa categoria risponde al seguente motto: prima o poi qualcuno mi ascolterà. E, difatti, a furia di insistere ricevono in genere qualche utile favore in chiave successo. In altri casi, purtroppo, la pazienza infinita degli arbitri si sgretola di fronte alla necessità comprensibile di dare un taglio all'insistenza: ecco che fioccano tecnici ed espulsioni, alibi solidi per cercare colpevolezza altrove.
I predicatori
Sono quelli che si inventano clinic di alta specializzazione quando davanti hanno alunni alle prime armi. Credono fortemente nel potere della parola e dell'ascolto, soprattutto di se stessi. Usano terminologie raffinate e ad alto effetto, ma perdono spesso di vista la capacità di tenuta degli uditori che si tengono in piedi aggrappandosi uno all'altro. Soffrono della sindrome da ultimo quarto, quando le parole sapienti poco possono di fronte all'esaurimento del carburante.
Gli urlatori
Sono quelli che usano la voce per allenare e per spiegarsi. A seconda dei decibel rilevati, i giocatori capiscono al volo se sia il caso di darsi da fare o finalmente alzare le mani dal manubrio. È possibile, passando per gli spogliatoi anche mezz'ora dopo che si siano svuotati, sentire l'eco che rimbalza da un muro all'altro e che non ha ancora finito la corsa. È difficile che i giocatori possano distrarsi ed è possibile che anche il malcapitato innocente possa prendersi delle colpe inesistenti.
PS: in verità, gli allenatori sono un po' tutto questo mescolato con gradazioni diverse. Un po' come la carbonara: c'è chi vuole la pancetta appena scottata e chi bruciata, chi con il grana sopra e chi senza. Per fortuna esiste la diversità: sapessi che noia vedere gli stessi gesti e sentire le stesse parole. L'omologazione non fa parte di questa piccola fetta di mondo.
zoologia cestistica
studio del comportamento degli animali da palestra
Oggi si gioca. E si scherza. Quella di seguito è una nomenclatura di possibili tipologie di giocatore: non c'è una graduatoria di merito, diciamo che si è fortunati quando non c'è uno sbilanciamento ma una giusta ripartizione fra modelli diversi. Lo studio non è scientifico, puramente legato empiricamente ad anni ed anni di osservazione.
I soldatini
Sono quelli sempre pronti ad eseguire gli ordini, senza chiedere spiegazioni e senza risparmio di energie. Sono adorati dagli allenatori, non danno problemi di nessun tipo e hanno un alto coefficiente di affidabilità. L'utilizzo è misurato e in genere speso nella metà campo difensiva quando c'è necessità di limitare qualche stella avversaria. Sono come gli elettrodomestici Rex, poche parole e tanti fatti. Si accontentano di essere utili per la causa, non sono invidiosi e in panchina aspettano senza troppo nervosismo il proprio momento. In attacco non hanno molte responsabilità, ma quando fanno canestro è una festa per tutti.
I chierichetti
Sono quelli che se la fanno addosso prima di entrare in campo. Hanno un basso livello di autostima e si limitano con preoccupazioni e paturnie inutili. La situazione potrebbe aggravarsi se dovessero esistere grandi aspettative nei loro confronti. Hanno bisogno di essere continuamente sostenuti e confortati. In genere il primo tiro è fondamentale per la buona o cattiva prosecuzione del gioco. In difesa hanno gambe molli e tremolanti. Se si accendono, potrebbero dare prestazioni inaspettate.
I faccia di tolla
Sono quelli che rispondono spesso e volentieri all'allenatore e che vengono puniti per incontinenza e mancanza di rispetto. Entrano in campo con atteggiamento sfacciato e non hanno paura di prendersi responsabilità e di metterci la faccia. Spesso giocano i palloni decisivi e nella fase in cui la squadra è in piena bambola la trascinano fuori dalle secche. Alcuni di questi diventano campioni per davvero, perché per sfondare ci vuole anche sfrontatezza e sicurezza nei propri mezzi. Gli allenatori in apparenza hanno verso questi un atteggiamento di insofferenza, in realtà sono felici di averli dalla propria parte.
I samaritani
Sono quelli che mettono la squadra davanti a se stessi. Sono realmente felici anche quando non entrano in campo, la cosa più importante è la vittoria. Usano molta voce e gestualità per aiutare i compagni impegnati e sono orgogliosi di far parte del gruppo. Quando entrano in campo, consapevoli dei propri limiti, restano dentro le righe e svolgono il compitino senza strafare e mettendosi a disposizione. Sono i preferiti dagli allenatori e, in genere, diventano allenatori a loro volta.
I Paperon de Paperoni
Sono quelli che mettono se stessi prima della squadra. È possibile che siano felici quando la squadra perde e tristi quando vince: tutto dipende dalla prestazione personale. Hanno un gioco bulimico, nel senso che ogni pallone che passa fra le mani viene tradotto in conclusione. Sono fissati con le statistiche, in genere prodotte dal clan famigliare e, in qualche caso, anche viziate in positivo. Hanno poco senso di appartenenza e amano stare con la valigia in mano, pronti a saltare su un nuovo carro che finalmente riconosce il talento nascosto. Per gli allenatori rappresentano le cosiddette mine vaganti: possono funzionare in alcuni casi, in altri avere effetto boomerang.
I belli senz'anima
Sono i classici giocatori d'allenamento ma non da gara. Atleti da copertina per capirsi. Ottimi dimostratori ma pessimi agonisti. Vengono ribattezzati, un po' malignamente, come giocatori finti. Quando è il momento di tirare fuori gli attributi, si nascondono dietro la colonna e fanno da osservatori. Purtroppo manca il fuoco sacro, ciò che trasforma un atleta qualsiasi in animale da guerra. Sono quelli che fanno più arrabbiare gli allenatori, che non riescono a capacitarsi della improvvisa metamorfosi da giocatori di prima classe a mezze calzette.
i coccodrilli
Sono quelli che frignano sempre e che trovano colpe e responsabilità esclusivamente al di fuori della propria sfera personale. Di solito nel mirino ci sono gli arbitri, ma ci possono essere altri validi alibi per spendere lacrime: le scelte dell'allenatore, il sole che entra dalle vetrate, il pubblico maleducato, la temperatura fredda ecc ecc. Hanno una gestualità inconfondibile: allargano spesso le braccia, sbuffano come vaporiere, aggrottano le ciglia. Con gli allenatori giusti, possono perfino trovare la spalla sulla quale piangere.
Appendice: le affermazioni contenute nell'articolo sono puramente casuali e non hanno a che fare con persone o fatti realmente esistiti ( giurin giuretto )
venerdì 30 dicembre 2016
la pallacanestro che verrà
La pallacanestro che vorrei. È fine anno, tutti quanti abbiamo dei desideri. Tutti vorremmo che qualcosa cambiasse: innanzitutto, prima di ogni cosa, siamo noi che dobbiamo cambiare. Avere una marcia in più, diventare capaci di sorprendere e farsi sorprendere, non aver paura di mettersi in discussione anche quando le convinzioni sono solide. Mi piacerebbe che si giocasse per vincere e non per il risultato: non è un gioco di parole, sono due cose totalmente differenti. Chi gioca per il risultato è disposto a tutto e a passare sopra ogni cosa, chi gioca per vincere considera la sconfitta non come la fine del mondo, ma come una possibilità. Chi gioca per il risultato ha in testa solo il presente, chi gioca per vincere pensa anche al futuro. Mi piacerebbe che la federazione non nascondesse la polvere sotto il tappeto e avesse il coraggio di ammettere che non è oro tutto ciò che luccica: fare autocritica non guasta, anzi, solitamente diventa motivo di slancio per traguardi migliori. Dire che va tutto bene significa prendere in giro tutti quelli che si sbattono quotidianamente in mezzo a mille ostacoli e difficoltà. Mi piacerebbe che le società sportive avessero più coraggio, non si accontentassero di amministrare l'ordinario - che comunque è già un bel daffare - ma investissero su progetti di lungo corso. Mi piacerebbe che anche la mia città avesse una prima squadra di valore ma che, simultaneamente, non si ripetessero gli errori del passato dove l'ambizione bulimica ha prevalso sulla costruzione graduale e solida. Mi piacerebbe che gli allenatori fossero talmente appassionati da contagiare qualunque giocatore capiti a tiro. Prima ancora di insegnare, c'è bisogno di far innamorare. Mi piacerebbe che i giocatori fossero esigenti con se stessi e avessero la sfacciataggine di pretendere di essere allenati. Mi piacerebbe vedere le tribune piene, non di adulti boriosi e maleducati, ma di coetanei allegri e festanti. Mi piacerebbe che gli arbitri e gli ufficiali di campo non funzionassero a gettone e non si sentissero obbligati, ma che provassero il gusto di partecipare anche se la partita si svolge ai confini del mondo tra bambini che hanno appena iniziato. Mi piacerebbe vedere i genitori che non portano la borsa ai figli e che dispensano incoraggiamento e sostegno anche quando, inevitabilmente, qualcosa non funziona: sparlare dell'allenatore fra le mura domestiche equivale all'inizio della fine e alla fine dell'inizio. Questa è la pallacanestro che vorrei. Questa, spero, è la pallacanestro che verrà, parafrasando il compianto Lucio di Bologna che, guarda a caso, da vero tifoso la portava nel cuore.
martedì 19 luglio 2016
questione di preposizioni
Sono debitore con i Papu perché, oltre a raccontare magistralmente e puntualmente la 'nostra' storia, stavolta si sono superati raccontando anche la 'mia'. Non sarei qui e ciò che sono se circa sessant'anni fa un milanese di belle speranze non avesse preso la sua valigia, l'ambizione e ciò che restava della sua famiglia e le avesse portate in un paese sconosciuto e prossimo ai confini orientali. Erano gli anni del boom economico, anche del baby boom, e la Zanussi faceva gola a tutti: non solo a chi era in cerca di un lavoro qualunque, ma anche a quelli che erano impazienti di dare sfogo alle proprie qualitá tecniche e applicative. Mio padre faceva parte di questa schiera, aveva fatto studi professionali e possedeva un certo talento per il disegno e la matematica: ricordo ancora le ripetizioni su limiti e derivate, tempo sprecato per un alunno che era sprovvisto sia di materia prima che di motivazioni. Posso tranquillamente affermare - senza motivo di imbarazzo - di essere un vero figlio della Zanussi: stabilità lavorativa e, di conseguenza, economica, hanno se non altro seminato qualche dubbio in una coppia che sembrava accontentarsi del figlio unico. Ecco il motivo per cui nacqui da genitori, per quei tempi, abbastanza anziani: nessuno però avrebbe potuto avvisarli in anticipo che avrei vestito i panni del ribelle e che, soprattutto, mi sarei orientato verso scelte in direzione ostinata e contraria. Furono due gli shock terribili che misero a dura prova sia l'equilibrio che il cuore della patria potestà: il primo, la pratica religiosa. Figlio di operai, mangiapreti fino al midollo, non poté sopportare la mia frequentazione parrocchiale e nelle associazioni. Il secondo, ancora più agghiacciante: quando gli dissi che avrei voluto fare l'Isef e il professore di ginnastica. Come? Hai fatto studi alti per non prenderti nemmeno una laurea? ( a quel tempo l'Isef era un corso post diploma triennale ). Aveva già perso un figlio nel ramo medico, gli sarebbe piaciuto averne almeno uno che seguisse le sue orme. Fu l'ultimo proiettile a cadere in terra, si rese conto, già pensionato, che la storia con la Zanussi sarebbe terminata quel giorno. Ma il destino, beffardo come sempre, ci ha fatto di nuovo incontrare. Chissà come mai mi trovo una cattedra in un istituto professionale e, guarda a caso, che porta il nome dell'artefice dell'esplosione non solo economica di questa città. C'è la sua scultura all'ingresso nel ricordare che solo attraverso la formazione ci può essere successo. Vedi, papà, alla fine tutto torna. Tu lavoravi 'alla' Zanussi, io 'allo' Zanussi. É solo questione di preposizioni.
sabato 25 giugno 2016
bue o sovrano
Onestamente fatico a comprendere tutta questa acredine nei confronti della sovranità popolare. Soprattutto quando il popolo decide in maniera diversa dal nostro modo di intendere e volere. Se la gente la pensa come me, significa che é matura, colta, consapevole; se invece la pensa in altro modo, diventa gretta, corrotta, infantile. Accettare democraticamente il verdetto significa, prima di tutto, chiedersi se tutto quello che è stato detto e fatto per convincere ha prodotto l'effetto desiderato. Può piacere o meno che i cittadini della Gran Bretagna abbiano deciso di uscire dalla comunità europea; considerare stupida o inopportuna questa scelta non è altro che la conferma di una scuola di pensiero ideologizzata che non ammette diversità, dove la ragione sta sempre da una parte e il torto dall'altra, dove la presunzione di essere migliori comporta un netto distacco dal sentire comune. É come se - usando un parallelismo sportivo visto che siamo in un blog di genere - l'allenatore, dopo una sconfitta, trovasse alibi ovunque fuorché in se stesso. La colpa é dei giocatori che sono incapaci, oppure degli arbitri che non conoscono le regole. Non si domanda, ad esempio, se c'è qualcosa da cambiare, sia nei metodi di allenamento che nella gestione della gara. Ecco, la mia impressione è questa: si dà la colpa al popolo per non avere il coraggio di guardarsi dentro e di cambiare. Noi, tutti quanti, me compreso, siamo popolo: o forse c'è qualcuno che si distingue, che si trova ad un livello più alto, come nelle stratificazioni feudali di scolastica memoria. Suggerirei un certo esame di coscienza: probabilmente - evito un' analisi accurata dal mio livello di ignoranza - non tutto quello che é stato fatto o non fatto in Europa ha convinto pienamente i britannici e probabilmente non solo loro. Non esiste solo un'ideale di comunità europea - che tutti quanti credo siano disposti a sposare - esiste anche un agire che non mortifichi ma valorizzi le identità. Sembra un bisticcio di parole, ma è proprio chi sta con il popolo che oggi gli si volta contro. Dietro una scelta non c'è ignoranza, c'è sempre un messaggio chiaro, a volte un grido. Chi vuole ascoltare, lo faccia. Troppo facile e supponente parlare dall'alto di popolo bue.
giovedì 25 febbraio 2016
nessuna offesa
Chissà perché dovrei offendermi. Essere chiamato professore di ginnastica é semmai un vero onore. La parola ha origine dal greco gymnos e significa nudo, visto che i greci praticavano attività fisica senza nulla addosso. Ed era una disciplina che godeva di un valore assoluto, al pari della filosofia, della musica e della letteratura. É forse cambiato qualcosa - in termini di importanza - da quando si è passati all'appellativo nobiliare e altisonante di scienze motorie attraverso la fase di interregno dell'educazione fisica? Tutti siamo educatori non solo quelli che si presentano in tuta sportiva - quindi per equità dovremmo parlare di educazione linguistica, matematica ecc - men che meno scienziati. Scienziati di che? Perché avremmo letto qualche libro di fisiologia o anatomia? Piuttosto ciò che preoccupa non é tanto la discussione semantica, quanto il valore che questa arte degli esercizi - così la chiamavano i greci - assume all'interno della formazione integrale dei giovani. L'impressione, quindi assolutamente passibile di dubbio, é che ci si accorga degli insegnanti di ginnastica - ormai diamolo per acquisito - quando non sono presenti. Ad esempio, alle migliaia di riunioni dove si deve parlare di aria fritta o di sesso degli angeli. Non appena però aprono la bocca per contribuire umilmente alla descrizione non solo apparente o superficiale degli studenti o dovessero attribuire qualche voto insufficiente o sufficientemente basso, ecco che scatta immediatamente il blocco costituito dalla santa alleanza generalmente rappresentato dalle materie cosiddette di peso che é preferibile non elencare per correttezza politica. Ciò che si chiede, perciò, é solo un filo di coerenza: se non interessa il parere del professore di ginnastica, non si vede come debba interessare la sua presenza o viceversa. Per fortuna, come osa ripetere più di qualcuno, non si deve lavorare in aula e non si devono correggere montagne di compiti. L'insegnante di ginnastica non è altro che un capitano di vascello che vive lontano dalle sponde assolate e tranquille e conduce la ciurma verso orizzonti inesplorati. A proposito, ho visto professori di ginnastica di ogni tipo - in questa lista mi ci metto anch'io - ma mai avrei pensato a Giuseppe Peppe Battiston, bravo attore corregionale: ottima scelta, direi.
lunedì 28 dicembre 2015
dietro la linea gialla
Rimango sinceramente esterrefatto. Leggo su piazza virtuale - anche locale - resoconti di presunte e mirabolanti prodezze da parte di bambini ( o giù di lì ) già campioncini in erba e capaci di eroiche gesta sportive tra coetanei. É l'ultimo ritrovato di violenza - mascherata da adulazione - perpetuata dal mondo degli adulti nei confronti dei minori. I genitori proprio non ce la fanno a stare dietro la linea gialla: in tribuna urlano, a casa parlano ( spesso sparlano ), ora addirittura scrivono. C'è da preoccuparsi, e non poco: crescendo con una percezione deformata della realtà - perché, parliamoci chiaro, a quell'età nemmeno Gallinari era un fenomeno - l'effetto che si ottiene è inevitabilmente catastrofico. Quando si accorgeranno di essere stati ingannati, quei bambini, ormai adolescenti, ci metteranno poco a rinnegare tutto quanto e cercare altrove soddisfazioni veritiere. Le parole, dovremmo saperlo, sono più potenti di qualunque spada: possono accarezzare, incontrare ed alleviare, ma anche illudere, fuorviare e generare malintesi. Dire ad un bambino che ha compiuto una vera impresa nell'aver vinto contro i simili del paese accanto - che, magari, hanno cominciato proprio ieri a fare sport - , significa non aver compreso quale sia il messaggio autenticamente formativo da usare in questi casi. Chiediamoci seriamente se la penuria di giocatori di alto livello - intendendo atleti al termine del percorso giovanile - sia dovuta anche - certamente non solo - ad un'esaltazione sconsiderata delle capacità tecniche che conduce come esito ad un abbassamento delle motivazioni a migliorare. Poi, non ultimo, c'è il rispetto per i perdenti, elemento per nulla secondario. Chi ha subito una sconfitta, in particolare se giovane d' età, non sente necessità di ulteriori commenti. Una sconfitta, come una vittoria, parlano da sé, non hanno bisogno di aggiungere parole. Fosse per me, vieterei non solo gli articoli, ma anche i tabellini e le menzioni individuali: i risultati delle squadre sono visibili sui siti ufficiali delle singole federazioni. Sono consapevole, non è un discorso particolarmente natalizio, ma quando ci vuole ci vuole.
giovedì 5 novembre 2015
Ettore eroe invincibile?
Dalla vicenda Petrucci-Pianigiani, pur assistendo da lontano e a differenza di Dan Peterson, non ricavo messaggi confortanti. A noi, gente di palestra abituata a dirsi in faccia le cose, non piace molto il politichese ed il contorsionismo diplomatico: sarebbe stato meglio e più credibile dire pane al pane e vino al vino. Ho sentito spesso in passato il Presidente usare lodi sperticate verso l'allenatore della nazionale ( ormai ex ) definendolo come l'uomo giusto per risollevare le sorti cestistiche della nazione: mi chiedo, é un tiro entrato od uscito a far cambiare repentinamente opinione? O ci sono altri interessi in gioco? O ci si è raccontati frottole per tanti anni? La proverbiale impopolarità mi impone ancora una volta di schierarmi contro la logica: non ho nulla contro Ettore Messina, ci mancherebbe, ma Pianigiani avrebbe dovuto terminare il suo lavoro. Sono stati fatti sforzi impressionanti per avere un allenatore a tempo pieno che si occupasse anche di programmazione giovanile: ora avremo due tecnici super pagati - perché non credo che il buon e bravo Ettore, giustamente, faccia questo solo per amor patrio - ed un preolimpico gravosissimo se organizzato tra le mura amiche e dall'esito fortemente incerto ( é sufficiente un super allenatore per vincere? E se poi dovesse fallire anche Messina, che facciamo, chiamiamo Popovich? ). Aggiungo due amare considerazioni: mettendo in un angolo Pianigiani a proseguire il percorso con le nazionali giovanili, necessariamente ed inevitabilmente ci sarà un ridimensionamento proprio in una fase storica dove l'intervento verso le generazioni future dovrebbe essere primario: onestamente, non riesco a scorgere all'orizzonte ( certo l'età non aiuta la vista ) qualcuno che possa somigliare a Gallinari, il quale ha ricordato a tutti nella malinconica e sincera intervista post Lituania di non essere più quel giovane talento di cui tutti andavamo fieri ormai qualche anno fa. Secondo: non vedo come un allenatore a perdere ( nel senso con il destino segnato ) possa investire tempo, mente, cuore verso qualcosa che sa di dover abbandonare. Credo che la testa di Simone, in questo momento, sia comprensibilmente verso impegni futuri che, a rigor di logica, lo porteranno lontano dalla penisola. Il compromesso non è mai un buon affare: tutti vogliamo vincere, caro Presidente, non solo lei, ma non ad ogni costo. Pensare alla nazionale sganciata dalla base, é come credere che uscirà la spiga senza gettare la semente. I due più forti giocatori italiani sono figli d'arte: non si potrà sempre ricorrere al DNA. Ultima confessione: se fossi stato Ettore Messina avrei declinato: ma io sono io e lui é lui. Qui si che c'è una bella differenza.
giovedì 22 ottobre 2015
un pane per amor di Dio
L'ultima buffonata corrisponde al bonus di 500 euro per gli insegnanti: chi ha la mia età si ricorda " un pane per amor di Dio ", quando si consegnavano le scatoline in Chiesa piene di tintinnanti monetine per i bambini poveri. Non ho mai sopportato l'elemosina da giovane quando ne avevo bisogno, figurarsi adesso che sono adulto. Perché di carità, in senso spregiativo, vera e propria si tratta, con tanto di presa per i fondelli. C'è un contratto del comparto pubblico fermo ormai da 10 anni: cosa ci si inventa? Si tira fuori dalla grande tasca erariale un obolo nazionale e lo si allunga ai bisognosi: così, almeno per un po' di tempo, smetteranno di lamentarsi. Come nel feudalesimo, quando il gran signore di turno, nascendo il primogenito, si faceva improvvisamente prendere da impeto solidale. Ma la vera beffa é un'altra: questi soldi devono essere spesi solo in un certo modo e, per giunta, rendicontati, con tanto di ricevute fiscali, scontrini e fatture. Addirittura, se non saranno spesi come richiesto, verranno restituiti. " Così gli insegnanti potranno andare a teatro! " così è stato detto, tra squilli di tromba, tappeti rossi e sguardi soddisfatti. E se con quei soldi volessi fare la spesa? Oppure pagare l'erasmus dei figli? O la benzina che mi porta da una scuola ad un'altra? No, solo aggiornamento, teatro, libri, addirittura cinema ( mi chiedo: se vado a vedere 007 o Indiana Jones, tengo lo scontrino? ). Non sono mai stato e non sono tutt'ora di sinistra, destra, centro; non mi interessa nemmeno correre dietro a battaglie opportunistiche, da qualsiasi postazione vengano. Non ci vuole però una mente particolarmente raffinata per capire il significato di questa manovra: visto che lavori poco (?) e che soprattutto ti formi poco (?) ora ti controllo per vedere se fai davvero il tuo dovere, dato che (presunzione?) non lo fai abbastanza. E poi, dare i soldi per il teatro non é un riconoscimento pubblico che questa categoria, di fatto, non se lo può permettere? E ancora, siamo proprio sicuri che gli insegnanti fino ad oggi non andassero a teatro? Sinceramente trovo particolarmente irritante che qualcuno mi dica cosa fare del denaro: piuttosto, non darmelo, come si è fatto sempre ci si ingegnerá a trovare le soluzioni. Per caso, ai tanti vitalizi elargiti agli uomini in politica viene chiesto di spenderli in opere di bene? Forse mi sono perso qualcosa, ma al momento non risulta. Perciò, per quanto mi riguarda, io non li ho chiesti e non li spenderò: continuerò ad aggiornarmi e andare a teatro comunque. Invece mi batterò per quelli che sono dovuti e che attendono risposta da anni, per quelli che non hanno bisogno di pezze giustificative, semmai di giusta considerazione e, di conseguenza, attuazione.
giovedì 8 ottobre 2015
crém de la crém
Dopo parecchie primavere ( autunni, inverni) trascorse/i in trincea, mi sono fatto una mezza idea del perché l'insegnante di educazione fisica - o scienze motorie, ultima beffarda definizione valida più in apparenza che in sostanza - sia particolarmente inviso all'ambiente scolastico, studenti naturalmente esclusi. In una parola: invidia. Invidia? Si, invidia. Per prima cosa, l'aspetto esteriore: in genere - anche se circolano illustri eccezioni - il docente di ginnastica - non è così che Battiato chiama le ore di lezione in palestra? - si presenta sufficientemente in forma, con il sorriso stampato in faccia ( quasi a dire che la vita grama ha risparmiato una piccola fetta di eletti ) e la battuta quasi sempre pronta in bocca. Molti si chiederanno: ma cos'hanno da ridere questi? E come si permettono di ironizzare sulla scuola? Ma soprattutto, guarda come passano il tempo libero, a scolpire il corpo invece che a nutrire la mente e l'anima. Esiste poi tutta la gamma di privilegi didattici: non c'è aula, bensì palestra ( che poi sia piccola, sporca e buia non importa, sempre di palestra e non di aula si tratta ), non ci sono compiti da correggere, lezioni da preparare ( ma chi lo dice? ), non fanno i coordinatori di classe ( pensa te che fortuna ) e in genere non si occupano della governance organizzativa ( ma qualcuno ha mai chiesto qualcosa? ). Soprattutto - e questo é il punto maggiormente dolente - occupano i pomeriggi nelle varie società sportive dove guadagnano caterve di soldi (?) e sprecano energie preziose che potrebbero essere dirottate in attività congeniali e affini, come la lettura, lo studio, l'aggiornamento ( e chi dice che non sia fatto? ) e chi più ne ha più ne metta. Ultimo peccato, ma non ultimo, questa lobby mette in testa idee strane ai ragazzi, incoraggiandoli a svolgere attività sportiva quando invece, rappresentanti delle istituzioni, dovrebbero indurli a prendersi carico, in primo luogo, dei doveri scolastici con tutto ciò che ne consegue, perfino l'abbandono se tale esercizio dovesse distrarli dall'obiettivo principale. Sento parlare di scuola moderna, al passo con i tempi: la mia sensazione é che il famoso dualismo corpo mente di crociana memoria non sia del tutto sparito dalle nostre scuole, anzi stia tornando prepotentemente in auge. Continuiamo a riempire la testa dei nostri ragazzi, chissenefrega se poi non riescono a percorrere nemmeno tre minuti di corsa perché il peso non glielo permette. Belli i discorsi sul valore della salute, di cui tutti si riempiono la bocca: peccato che, alla resa dei fatti, se si facesse un referendum sull'educazione fisica a scuola - e di questo ne sono certo, con mano sul fuoco - verrebbe abrogata per lasciare spazio ad argomenti più validi e necessari, come i computer, l'inglese, l'economia. Naturalmente non verrebbe permesso ai ragazzi di esprimere il parere. Continuiamo a valutare le persone per ciò che sanno, non per ciò che sono: e nella sfera dell'essere, esiste anche un buon rapporto con il proprio corpo. Detto ciò, gli insegnanti di ginnastica sono belli, magri, sorridenti, ricchi: perché dovrebbero lamentarsi? Crém de la crém....
sabato 18 aprile 2015
puledri e purosangue
Mi hanno stuzzicato - come spesso accade - le parole di Don Padovese, ormai cittadino benemerito. " Lasciate liberi i cavalli ": come dire, largo ai giovani. L'idea è affascinante, spazio a uomini/donne e idee nuovi. Diamo un giro di aria fresca a questa società statica e ammuffita. In politica, sul lavoro, nello sport, c'è bisogno di una mano di vernice con colori forti e caldi. Se potessi abbandonare la mia trincea quotidiana e fare posto ad una giovane leva carica di entusiasmo e di buoni propositi, credetemi, lo farei molto volentieri. Poi - come spesso accade - mi prende un impeto di orgoglio senile che si rifiuta di accettare l'equazione giovane:nuovo=adulto:vecchio. Percorrendo a ritroso gli anni cosiddetti ruggenti scopro di essere stato, nel modo di concepire e vivere determinate scelte, più conservatore di quanto lo sia adesso. Cosa significa essere giovani? É un dato biologico, ossia una combinazione di ormoni? Una tappa dell'esistenza? Un modo riconoscibile di vivere? Ha ragione Michele Serra quando dice che é in corso una feroce battaglia tra generazioni per il controllo della società? Io credo, invece, che la trasformazione possa avvenire in modo graduale e pacifico. Ciò che è già stato non è da buttare e ciò che dovrà essere non é necessariamente frutto di totale innovazione. Tutti quanti abbiamo imparato da grandi maestri che ci hanno preceduto e abbiamo l'obbligo di tenere in vita l'eredità che abbiamo ricevuto. Nulla si perde, tutto si trasforma. Il passato non è nostalgia, ma cancellarlo significherebbe costruire sulla sabbia anziché sulla pietra. Lo dico con convinzione, e non me ne vergogno, non mi piacciono certi appelli un po' populistici sulla necessità di fare spazio, a tutti i costi, alle nuove generazioni. L'immagine dell'accompagnamento mi risulta più familiare e adatta: nessuno si costruisce da solo, c'è bisogno di una guida appassionata e attenta. La riconoscenza é forse il valore a cui dovremmo fare maggiore ricorso in questi tempi. Ciò che siamo, nel bene e nel male, lo dobbiamo a chi ci ha preceduto. Per tornare all'espressione iniziale, liberiamo i cavalli, ma i puledri hanno bisogno dei purosangue per correre. Alcuni dei miei maestri, purtroppo, non ci sono più. E mi mancano. Anche se, come mi ricordano spesso i miei figli, ormai sono vecchio. Cosa voglia dire, ancora non mi riesce di capire.
giovedì 12 marzo 2015
così non è
Pensavo che aiutare la nostra fragile gioventù a temprarsi ed irrobustirsi fosse una buona missione e un valido motivo per dare senso alla propria esistenza. Così non è. Pensavo che fare il proprio dovere fosse il modo migliore per contribuire, in piccolo, alla crescita della civiltà, a tal punto da non derubare ulteriormente uno stato già in ginocchio da sprechi e sperperi. Così non è. Pensavo che dare sfogo al corpo e al movimento fosse una cosa in sé divertente. Così non è. Pensavo che fare fatica, nel limite dell'accettabile, avesse ancora un diritto di cittadinanza. Così non è. Pensavo che giocare, nel senso di mettere due persone o due gruppi in competizione, fosse un'attività affascinante ed attraente. Così non è. Pensavo che la salute fosse ancora un valore con un alto indice di gradimento. Così non è. Pensavo che le discipline più sgradite - senza offesa - fossero italiano e storia. Così non è. Pensavo che un lavoratore che si guadagna la pagnotta sudando fosse meglio di uno sfaticato. Così non è. Pensavo che lasciare un segno nelle generazioni nascenti comportasse un briciolo inevitabile di sana frustrazione. Così non è. Pensavo che agli adulti interessassero giovani educati, forti e creativi. Così non è. Pensavo che ragazzi sani nella mente e nel corpo fossero un grande risparmio per le casse sociali. Così non è. Pensavo che lo sport e l'attività motoria fossero in cima ai pensieri dei nostri governanti. Così non è. Pensavo che le coppe e le medaglie vinte potessero convincere anche i più dubbiosi. Così non è. Pensavo che non vivessimo solo del gioco del calcio. Così non è. Pensavo che i ragazzi, l'ultima speranza rimasta, potessero ribellarsi a questo stato delle cose. Così non è.
Nessuno mi tornerà indietro così tanti anni di illusione.
sabato 7 marzo 2015
ecco perché non credo alla fortuna
La fortuna nello sport non esiste. Esiste nel gratta e vinci, nella lotteria di capodanno, nella tombola di paese. La fortuna e, di conseguenza, il suo contrario, sono l'ennesimo pretesto per trovare una facile e, mi si lasci dire, banale spiegazione alle vittorie o sconfitte, a seconda di dove le si guardi. É bene dire che non è il caso - o il caos - a governare le sorti di un incontro: trovo più appropriato il termine imprevedibilità, che costituisce il fascino di qualsivoglia contesa agonistica. Possiamo preparare alla perfezione il piano partita e provarlo con ogni minuzia sul campo, ma la successione degli eventi sarà talmente sorprendente da rendere inevitabili adattamenti e manovre inusuali. L'imprevedibilità può essere allenata: ad esempio, variando continuamente situazioni di gioco o utilizzando trucchi strani come attaccare o difendere in vantaggio o svantaggio numerico. É chiaro che se la preparazione segue tracciati predefiniti e ripetuti alla noia, non ci si può lamentare di risultati impari alle attese. I giocatori in campo sono - o dovrebbero essere - anime pensanti, in grado di operare scelte per il bene della squadra: ogni decisione comporta delle conseguenze, perciò fare un passaggio in più o in meno determina la buona o cattiva riuscita di un'azione di gioco. Parlare di buona sorte significa mancare di rispetto a chi lavora quotidianamente per levigare le impurità e trasformare un insieme di giocatori in una squadra sinfonica. Lo stesso concetto vale per il buzzer beater, il cosiddetto tiro da lunga distanza. Chi é allenato per fare canestro da dieci centimetri, può fare canestro da venti metri. Ecco perché l'impresa di Antonia Peresson, nostra concittadina in USA, che ha fatto il giro della rete e dei social network in poco tempo, non è casuale e nemmeno frutto della fortuna: certamente é più facile sbagliare, ma sbaglio o si sbaglia anche da sotto canestro? Non sono stupito di quanto successo, più che altro preoccupato per quel povero maestro d'armi di vecchia scuola che le ha insegnato a tirare e al quale vogliono scippare i pochi meriti rimasti.
giovedì 22 gennaio 2015
sor' acqua
Non avrei mai immaginato che l'acqua diventasse la principale alleata nella sfida personale con la vecchiaia. Fin da piccolo ne ho sempre temuto la presenza: ho rischiato di annegare in piscina se non fosse stato per un angelo custode travestito da giovane sirena che mi ha trascinato fuori pericolo mentre gli adulti se ne stavano distratti in altre faccende. La mia prima lezione di nuoto all'Isef di Padova fu atroce: il docente mi pescò con un bastone mentre cercavo affannosamente di restare a galla. Mi disse di non preoccuparmi, che avrei imparato, e fu di parola. All'esame, due anni dopo, mi diede il massimo dei voti nello stile libero: sapevano tutti, me compreso, che stava barando, ma gli si leggeva in faccia la soddisfazione di aver trasformato un asino in un quasi cavallo, diciamo in puledro. Da sempre la terra é stata l'elemento ideale: la montagna é affascinante, ma é la pianura che mi ha svezzato e l'altezza, spesso, fa brutti scherzi. Pallacanestro, corsa, poi bicicletta: tutte attività con i piedi per terra, o quasi. Da sempre guardo i nuotatori con ammirazione mista a compassione. Ore e ore di allenamento, vasche ripetute fino alla noia, giornate ritmate da abitudini consolidate. Esseri superiori, indubbiamente: quando il gioco diventa serio, sono in molti a mollare la presa. Non è per tutti, lottare accanitamente contro il tempo senza vedere il cielo né respirare i profumi con una maschera per non bruciarsi gli occhi: uno sport claustrofobico, mi sia permesso, quasi autistico. Eppure, oggi, l'acqua é la mia ancora di salvezza. La mia benedizione. Questa liquida pellicola che separa dal mondo sta ogni giorno di più diventando familiare. Ciò che faceva paura ora é terapia di vita. Non solo allenamento, ma anche percorso interiore, silenzio dell'anima, bioritmo vitale, ritorno a se stessi. Un vero procedimento inverso: quello che doveva essere congeniale durante l'infanzia, lo è diventato in età adulta. Forse é nostalgia. Forse é vero ciò che si dice, che ritorneremo bambini. Se questa é la strada, io l'ho già imboccata.
martedì 17 dicembre 2013
dalla pallacanestro al basket
Sorrisi, abbracci, forse qualche lacrima - naturalmente nascosta, perché chi fa sport non deve piangere! -. Merito di un libro, delle sue foto, dell'uomo che faticosamente e meticolosamente ha messo insieme 80 anni della storia della pallacanestro pordenonese. Che é poi la storia di ciascuno di noi: se non ci fosse stato Dado Lombardi, se non gli fosse venuto in mente di passare di qua, chissà ora dove saremmo tutti quanti. Colpiti e affondati da un omone livornese di origine - perciò inevitabilmente focoso - che faceva paura solo a vederlo. Un giorno mi passó accanto, avevo 14 anni, e mi chiese se mi avrebbe fatto piacere giocare nella Romolo Marchi. Certo che mi avrebbe fatto piacere! Finalmente avrei avuto quell'alieno di Domenico Fantin dalla mia stessa parte e forse avrei potuto giocare qualche finale nazionale. Ma ero tesserato con l'Edera, la vecchia società repubblicana, e Bosari, presidente nonché dirigente tuttofare - perché a quel tempo i presidenti facevano tutto -, mi avrebbe impalato all'istante. In qualsiasi caso, non avrei avuto scampo: decisi di restare, un po' per codardia e un po' per fedeltà, così tornai alle irrimediabili stoppate dell'uomo con le antennine maledendo ogni giorno la scelta, o non scelta, fatta. Mario Ferracini, burrascoso ma indefesso allenatore della squadra, ci riunì in spogliatoio dicendo che avrebbe lasciato andare chiunque ne avesse fatto richiesta: stavo per alzare la mano quando cominció ad elencare gli obiettivi tecnico-tattici della nuova stagione. In sostanza non me ne andai perché fui troppo lento. Così capii l'importanza del tempo: se arrivi tardi, perdi. Questo vale anche oggi, dopo quasi quarant'anni. Malgrado non fossi un fenomeno come giocatore e non avessi mai vinto niente in carriera, conservo gelosamente ancora oggi il mio inattaccabile alibi di ferro: nacqui purtroppo nello stesso anno del giocatore locale più forte mai visto in città. Sfido chiunque a contestare la veridicità di questa tesi. Lombardi non era solo l'allenatore della prima squadra: non perdeva una partita delle giovanili stando in tribuna e, talvolta, quando le cose si mettevano male, ci metteva poco malgrado la mole a scavalcare le transenne del vecchio palazzetto ( quello con un piano solo, dove la domenica si stava pigiati mentre oggi che c'è un piano in più non si capisce a cosa serva ) e prendersi d'autoritá il posto in panchina spostando di peso il malcapitato allenatore nei guai. Se oggi possiamo fare pallacanestro, lo dobbiamo agli uomini che hanno amato prima di noi e come noi questo sport, questa città, questi colori. Grazie a Roberto Ponticiello e al suo lavoro certosino, questa storia non é più leggenda narrata, ma storia vera scritta e impressa nei cuori di ognuno. Malgrado le delusioni, le cadute, i tradimenti, le sconfitte, i rimpianti, siamo ancora qui a lottare e soffrire per la pallacanestro. Un motivo ci deve essere. O siamo masochisti o eternamente innamorati. Forse tutte e due le cose.
martedì 30 luglio 2013
lunedì 29 aprile 2013
meglio prima
Ho già dichiarato in tempi non sospetti la mia contrarietà alla discesa in politica della campionessa Josefa Idem. Figurarsi se sono contento di vederla giurare nel nuovo governo. Intendiamoci: non ho obiezioni da fare nè sulla persona né sull'atleta - di cui ho lodato spesso le gesta - tantomeno sulla provenienza partitica. É un ragionamento esclusivamente legato all'opportunità. Non credo l'olimpionica abbia potuto approfondire le conoscenze in campo politico-amministrativo mentre si allenava otto ore al giorno tra una pagaiata e l'altra. Essendo moglie e madre, ritengo abbia giustamente trascorso i rimasugli di tempo in famiglia. Che abbia fatto l'assessore nel paese di residenza non toglie i dubbi sulla preparazione necessaria a svolgere un compito di alta responsabilità come un ministero di governo nazionale. Mi sembra una trovata sensazionale da dare in pasto alla superficialità giornalistica - la rosa ne andava fiera, quasi ne fosse l'artefice - e all'ingenuitá del popolo sportivo. Lo sport italiano non si risolleverà grazie ad un ministro ex-atleta: avrei preferito vedere la Idem in un ruolo di affiancamento o di consulenza, grazie al quale mantenere la necessaria libertà di pensiero evitando implicazioni e compromessi. Si accorgerà ben presto che le sue idee di rinnovamento in materia dovranno necessariamente scontrarsi con posizioni differenti e indisponibilità economica. Conservo inoltre un altro motivo di perplessità: non credo siano state date alla super atleta di origine tedesca delle doti speciali al punto di poter vincere tante medaglie d'oro e allo stesso tempo governare con abilità il variegato e complesso mondo dello sport. Se ci riuscirà, sarò il primo a togliermi il cappello e cospargermi di cenere, ma al momento preferisco credere alla teoria dei talenti, consegnati variegatamente ma non indistintamente a ciascuno perché vengano coltivati nel proprio campo. Non sono sicuro di essere un buon allenatore, ma di certo non sono stato un buon giocatore: chi vive di sport, sa quanto sia difficile che le due cose si combinino - con le dovute illustri eccezioni. A maggior ragione fra due campi così distanti come politica e sport: non oso pensare alla Idem chiusa in ufficio per ore e ore dopo aver passato l'intera vita tra acqua e aria: spero la dotino di una finestra con visuale sul Tevere. Buona fortuna Josefa: a me piacevi più dov'eri prima!
martedì 12 marzo 2013
testa o croce
Superata la boa, non rimane granché. Ho due sogni nel cassetto che, prima o poi, almeno uno, spero possa diventare realtà.
Il primo: con la barca di soldi che ho preso come allenatore vorrei finalmente togliermi uno sfizio: comprare una suite panoramica a Las Vegas e darmi una volta per tutte al guadagno sfrenato. Infatti, non esiste migliore occupazione al mondo se non arricchirsi smisuratamente. Nel dubbio, ho sempre usato il denaro come criterio selettivo. Potevo andare in giro, ma mi sarei dovuto accontentare di pochi spiccioli. Perció ho preferito rimanere sempre nei dintorni, dove prebende e compensi hanno sempre soddisfatto le mie venali esigenze.
Il secondo: con il vagone di sterco che ho preso come allenatore vorrei costruirmi una capanna, come fanno da sempre i Masai, nobile popolo guerriero d'Africa. Banditi contatti elettrici e telefonici, totale isolamento dal mondo moderno e tecnologico. Nessun rumore metallico, nessuna vibrazione, forse qualche sibilo di creatura strisciante e nulla più. Facce nuove e sconosciute, probabilmente più amichevoli delle solite. Dal letame nascono i fior, dice il divin poeta. A me piacerebbe uscissero diamanti.
Entrambe prospettive allettanti, ma per ragioni di tempo una alternativa all'altra. Tirerò la moneta, come sempre, sperando nella buona sorte.
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