"Non è il cammino impossibile, ma l'impossibile è cammino"

venerdì 16 settembre 2016

materia prima

Il ragionamento di Vincenzino Esposito non fa una grinza. Che poi non è la prima volta che salta fuori. Parlare - in gergo sportivo - di giovani a ventidue anni è senza dubbio un paradosso. Anzi, per chi ha esordito in serie A da quindicenne suona quasi come un insulto. Per non andare troppo lontano - geograficamente intendo - anche un certo Domenico Fantin esordì a soli sedici anni con la  Postalmobili nell'anno della promozione dalla B alla A. Ma erano altri tempi: non esisteva l'esercito di stranieri che oggi invade - spesso ingloriosamente - i campi di gioco e che necessariamente impedisce al contingente italico di avanzare. Inoltre, non si usavano campionati tardo giovanili come paravento - l'under 20 di oggi per capirsi - perciò l'iniziazione, a volte brutale,  avveniva con largo anticipo sui tempi. Ma il vero motivo sta altrove ed è di origine culturale: sembra banale, ma i ragazzi di oggi invecchiano più tardi di quelli di ieri. Non è una affermazione di valore, è pura e semplice constatazione. Avete presente la pellicola che protegge lo schermo dei cellulari? Ecco, i nostri ragazzi hanno addosso quella pellicola. Non si sporcano, non si graffiano, se cadono non si rovinano. Si è creato intorno a loro un corpo gelatinoso che li tiene lontano dalle brutte esperienze. Gli adulti sono talmente spaventati - anch'io fra questi - che preferiscono soffrire piuttosto che far soffrire. La frustrazione non è più concepita come tappa di un processo, ma come spauracchio da evitare. La paura non è più un'emozione che rientra nella normalità, ma è una malattia da cui vaccinarsi o, alla peggio, guarire in fretta. La verità è che i ragazzi, se non obbligati, sono ben felici di non crescere: la sindrome di Peter Pan ha invaso tutti gli ambienti. Fate un salto alle scuole superiori per rendervi conto quanti giovanotti vi parcheggiano: con il principio, peraltro giusto, che l'istituzione scolastica debba accogliere tutti, siamo arrivati alla patologica applicazione che molti non hanno nessuna fretta di andarsene. Sarà solo il mercato del lavoro saturo? Spiacente Vincenzo, in questo clima è impossibile avere un sedicenne in squadra. Forse è cambiato il compito dello sport: aiutare i ragazzi a diventare grandi. Perché è l'unico ambiente che non vive di filtri - se non qualche genitore ansioso e paranoico. Le sconfitte sono sconfitte, le vittorie sono vittorie. Giochi male, panca. Giochi bene, campo. Agli allenatori oggi è richiesto, più di un tempo, di crescere uomini più che giocatori. Troppo facile e troppo bello avere il pezzo pronto. Oggi c'è solo materia prima.

Nessun commento:

Posta un commento