Avrei qualcosa da dire sulla non comprovata necessità di alcuni comportamenti. Ad esempio, l’attività fisica viene considerata, in questo periodo d’emergenza, come tale. Un bene non indispensabile, un lusso che non ci si può concedere. Si è stati molto attenti, giustamente, nel diffondere il quadro normativo su cosa sia possibile fare e cosa no, ma ci si è dimenticati di fare informazione e formazione sui benefici che l’esercizio fisico può produrre in termini di prevenzione e ostacolo alla diffusione del virus. È risaputo è provato scientificamente, infatti, che un giusto livello di attività motoria - né di bassa entità né stressante - produca delle trasformazioni a livello fisiologico tali da rendere il nostro sistema immunitario più resistente agli attacchi patogeni di corpi esterni. Si potrebbe dire - o, meglio, si dovrebbe - che se è vero che la rarefazione forzata degli incontri sociali ha il compito di abbassare notevolmente la diffusione, allo stesso tempo il rafforzamento delle difese personali può diventare uno strumento fondamentale di contrasto. Più resistenza al virus, meno contagio. I sacrosanti appelli a stare a casa dovrebbero essere accompagnati da una vigorosa campagna di sensibilizzazione a non stare fermi e a mantenersi in forma. Un corpo allenato sarà in grado di respingere con minori perdite l’offensiva che sta aggredendo il pianeta. Si sta buttando via una grande occasione per offrire alla collettività non solo misure di contenimento precauzionale, ma anche modalità attive di prevenzione dove l’esercizio fisico ha un ruolo preminente e non secondario. Questo è il momento opportuno per capire che il movimento non è un accessorio, una pratica facoltativa per fanatici, ma l’antidoto naturale all’insorgenza di malattie. Il nostro Paese deve ancora camminare in questa direzione: quando capirà che, proverbialmente e saggiamente detto, ‘prevenire è meglio che curare’, forse avrà raggiunto la piena maturità. Per quel che può valere, il mio consiglio è di stare a casa, ma non di stare fermi.
"Non è il cammino impossibile, ma l'impossibile è cammino"
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sabato 14 marzo 2020
domenica 15 dicembre 2019
agonismo in bolletta
C’è stato un momento, netto e limpido, in cui lo sport agonistico è entrato in crisi profonda. Da quando è diventato a pagamento. I miei coetanei e le generazioni appena seguenti sanno bene di cosa si stia parlando: le famiglie non tiravano fuori un becco di quattrino e l’organizzazione dell’attività - palestre, allenatori, trasferte, - era totalmente a carico del Presidente-Padrone, spesso titolare di un’azienda locale, bramoso di far conoscere il proprio marchio e di investire nello sport. Erano tempi in cui il cartellino, ossia il valore in denaro della proprietà di un giocatore giovane, poteva far gola a molti imprenditori che consideravano il mondo sportivo un ramo fresco su cui far fiorire possibili guadagni. Nella nostra seppur piccola realtà locale, si ricordano passaggi milionari - quando ancora esistevano le lire - di giocatori come Fantin e Brusamarello trasferiti a società importanti di serie A. Il Presidente-Padrone aveva interesse che i giocatori migliorassero e quindi si accaparrava gli allenatori funzionali ai propri disegni di mercato: in genere giovani e bravi, motivati a dovere, desiderosi di lasciare un segno per affermarsi nell’emisfero nazionale e firmare, magari un giorno, contratti con società blasonate delle serie maggiori. Sia ben chiaro, non sono nostalgico di quei tempi, se non per le grandi abbuffate in pasticceria dove se ne andava metà del rimborso mensile in compagnia dei miei colleghi: sì, perché anch’io ho fatto parte di questo meccanismo e, seppur in piccola parte, ho contribuito attraverso la mia opera all’arricchimento di chi deteneva il potere assoluto sui giocatori. In questa sorta di camuffato schiavismo moderno, spiccava altresì un aspetto non trascurabile: in palestra si lavorava alacremente, non ci si risparmiava, ci si sbatteva dalla mattina alla sera. Non è un caso che quello sia stato il periodo, con alcune eccezioni, in cui la ‘produzione’ di giocatori sia stata ingente. Non ingannino i tempi moderni, il passaggio dal Presidente-Padrone al pagamento della quota ha certamente ridato valore al giocatore come persona con il diritto di scelta, ma ha inevitabilmente portato con sé danni irreparabili. Per la mentalità corrente, pagare significa avere diritto di parola e, nel peggiore dei casi, possibilità di invadere il campo altrui con conseguenze devastanti. Spesso le società sportive, che si arrabattano per far quadrare i conti, sono costrette ad umilianti compromessi per non incorrere in dispute sfinenti o, addirittura, per scongiurare il rischio che alcuni sbattano la porta e si accasino presso il vicino concorrente. Difficile, se non impossibile, creare giocatori in un clima ricattante e provvisorio, a meno che tutti gli ingredienti - giocatore, famiglia, allenatore e società - si trovino in perfetto allineamento, situazione più unica che rara. Tra il Padre-Padrone e il Padre-libero arbitrio non saprei cosa scegliere. Una cosa però penso di sapere: di questo passo la pallacanestro, e non solo, rischia l’estinzione. E non solo per colpa della denatalità.
mercoledì 8 maggio 2019
a scuola sventola bandiera bianca
Tra un preside o un insegnante preso a schiaffi e pugni ed un decreto che cancella le sanzioni e impone il divieto di bocciatura alle elementari, c’è sicuramente un filo di coerenza che li tiene uniti: la morte della scelta educativa all’interno delle mura scolastiche ( e forse, anche oltre le mura ) e la resa incondizionata di quella che dovrebbe essere una delle istituzioni di riferimento per i giovani. Le famiglie, che non sudano e non lacrimano sangue nel difficile compito di crescere le nuove generazioni - perché una cosa è la crescita antropometrica, ben altro quella umana - , trovano risorse supplementari per accanirsi in difesa della propria stirpe, a detta loro perseguitata da provvedimenti assurdi ed esagerati, se non addirittura tendenziosi verso atti non commessi, o comunque di lieve entità. Mi chiedo quali siano, in questo particolare momento storico, gli strumenti a disposizione per chi si occupa di educazione dei giovani. Certo, se vivessimo nelle favole dei fratelli Grimm, non ci sarebbe bisogno di ammonizioni, punizioni, sospensioni: nella visione ideale pedagogica, l’educatore non abbisogna di mezzi correttivi e gli allievi mettono in atto dinamiche e relazioni efficaci sia verso l’adulto che tra coetanei. La realtà odierna ha una faccia molto diversa: nella gran parte dei casi, i ragazzi sono male educati ( e non maleducati ) perché non hanno potuto fare esperienza di cosa significhi essere bene educati ( diverso da beneducati ). Se gli adulti, al posto di responsabilizzare i giovani di fronte ai loro errori, li proteggono anche quando questi hanno torto, commettono un vero e proprio peccato capitale dalle conseguenze catastrofiche. Il messaggio, tradotto in linguaggio popolare, suona più o meno così: ‘sappi che hai ragione anche quando hai torto e se qualcuno si permette di dire che hai torto deve fare i conti con me; sappi che nessuno può permettersi di dire che hai torto se non il sottoscritto e che delle sanzioni o sospensioni che siano me ne faccio un baffo’. In sostanza, non siamo di fronte ad un conflitto famiglia-scuola ( magari! ), ma ad una vera e propria negazione della realtà, un meccanismo di difesa che mina alle radici il senso etico dell’agire: i ragazzi, con questo andazzo, non sono più in grado di capire cosa sia giusto o non giusto fare, con gli effetti che tutti vediamo. Sono anni di trincea, prima o poi una baionetta arriverà; quota 100 non mi riguarda, la Fornero è ancora lontana. Sono datato, senz’altro superato, ma su questo terreno non ho intenzione di disertare: quando la scuola, per motivi di convenienza o quieto vivere, smetterà di ‘educare’, saremo tutti in pensione, anche se quotidianamente occupati ad ‘insegnare’. La bandiera bianca la porti qualcun altro.
giovedì 5 luglio 2018
Gallo nel Sacc(hetti)
Meo Sacchetti mi è piaciuto fin dall'inizio. Qualcuno lo ha considerato un ripiego, altri una scelta inevitabile. Fatto sta che il meno aziendalista e il più naïf fra gli allenatori italiani ha dimostrato ampiamente di essere l'uomo giusto nel posto giusto al momento giusto. Diciamoci la verità: per quanto l'azzurro sia un colore molto attraente, nessuno fra i coach più titolati avrebbe accettato la patata bollente di guidare un drappello di bravi ma inesperti ragazzi, privo per regole assurde e dispotiche dei big impegnati all'estero o oltre oceano. Meo ha accettato di getto, senza pensarci troppo, come il suo gioco fatto di poco controllo e di responsabilità affidata ai giocatori. Il perfetto erede del compianto professore Dido Guerrieri, che ho avuto l'onore e la fortuna di affiancare in una breve comparsa in città dopo il malore che lo tolse al grande basket. Dido era un genio, quasi sempre mal compreso: amava i giocatori duttili e una pallacanestro semplice - non banale - e sbilanciata offensivamente. La sua Torino non vinceva gli scudetti ma riempiva il palazzo e si faceva amare. L'impronta indelebile del professore stampata in Meo la si può notare nel lancio dei giovani: come Dido fece esordire in serie A il giovane Carlo della Valle - padre di Amedeo - affidandogli responsabilità inconsuete, così Sacchetti ha mandato in campo un diciassettenne - Pace Mannion - in una importante partita di qualificazione ai mondiali concedendogli minuti e fiducia. Chi l'avrebbe fatto tra gli illustri allenatori di cui, giustamente, l'Italia va fiera? Tutti quanti sbigottiti perché gli azzurri hanno perso le ultime due gare e messo in discussione la qualificazione ai mondiali, pochi però si sono spellati le mani quando, contro ogni pronostico, un manipolo di ragazzi abituati a ruoli da comprimari hanno messo sotto la Croazia in casa propria. Ora tutti ad invocare rinforzi dall'Europa e dall’America, come se l'unica soluzione al problema venisse da Gallinari, Belinelli e com. Dobbiamo farcene una ragione: per tornare ad essere competitivi, bisogna sfornare continuamente giocatori di livello internazionale. Ritenere Gallinari e soci la panacea dei nostri mali significa mettersi una bella benda sugli occhi: ecco perché condivido il rigurgito d’orgoglio di Meo quando afferma che alla nazionale bisognerebbe rispondere positivamente e incondizionatamente. Chi non vuole la maglia azzurra se ne resti a casa e quelli che ci sono vanno considerati i migliori, a prescindere. Gallo ha sbagliato, non doveva rifugiarsi sotto le gonne di Petrucci per giustificarsi. Bastava chiarire con l'allenatore, da uomo a uomo, evitando i riflettori mediatici e le vie virtuali. Preferisco Da Tome, che ha scelto il silenzio per rispetto a chi è sceso in campo: ma si sa, a qualcuno, l’America, dà alla testa.
martedì 3 luglio 2018
giù le mani
Ora basta. La misura è colma. Lo sport non ha bisogno della politica e la politica non ha bisogno dello sport. Usare gli atleti per veicolare concetti ideologici è diecimila volte peggio che per fini commerciali. Gli atleti sono degli atleti. Punto. Come hanno giustamente detto le staffettiste d'oro ai giochi del mediterraneo, nessuna di loro ha fatto caso al colore della pelle: la cosa importante, imprescindibile, è dare il massimo per se stesse e per la nazione di cui si fa parte. Lo sport non può risolvere i problemi dell'immigrazione, meglio ancora, non si pone nemmeno il problema. Il colore della pelle è l'ultima delle questioni in gioco: ciò che conta è la lealtà, l'impegno, il rispetto, l'altruismo, il sacrificio, l'appartenenza. E potremmo continuare con una serie infinita di valori, che non sono parole, ma un codice condiviso da tutti. Coloro che strumentalizzano gli atleti per fini di parte sono gli stessi che si occupano di sport una volta ogni quattro anni, quando ci sono le Olimpiadi o i mondiali di calcio. Chi vive ogni giorno di sport sa bene che non c'è tempo e nemmeno ragione per occuparsi di questioni che nulla hanno a che fare con la sacralità della competizione, basata su regole e principi assolutamente indipendenti e inviolabili. In una nazionale, gli atleti vengono scelti in base a criteri scientifici e verificabili, ossia a risultati certi conseguiti durante la stagione. Perciò, lasciamo in pace lo sport e proteggiamolo da qualsiasi contaminazione: già deve difendersi da minacce endogene quali doping e scommesse, ci mancano solo le mani addosso della peggiore politica, quella fatta di slogan e frasi facili per demolire le ragioni dell'avversario. Nello sport, che è tutto un altro mondo, l'avversario non è un nemico, semmai un'opportunità per misurare i propri limiti.
giovedì 12 aprile 2018
la papera di Gigi
Sulle parole di Buffon c'è da riflettere, persino troppo. Onore e gloria al campione, che non si discute. Se la nazionale italiana di calcio è riuscita a vincere qualcosa negli ultimi tempi - o non a perdere troppo -, lo deve al portierone che spesso è riuscito a nascondere qualità sempre più carenti nelle nuove leve calcistiche tricolori e la conseguente sterilità offensiva. Lo sfogo dopo il rigore concesso al Real costituisce una grande caduta di stile e, soprattutto, una speculazione che, per un uomo di sport navigato come lui, non è ammissibile. Mi chiedo come sia possibile che un arbitro, che deve fischiare ciò che vede, possa essere influenzato dall'andamento della partita. Ossia, che possa fischiare rigore o meno a seconda dello stato delle cose in campo o in base a quanto successo nella partita precedente. In sostanza, il fischietto in questione avrebbe dovuto tener presente che la Juventus aveva fatto una fatica del diavolo per recuperare e perciò negare il penalty agli spagnoli, o comunque tenere in seria considerazione che nella partita d’andata fosse stato negato, forse ingiustamente, ai bianconeri un altro tiro dal dischetto in una situazione similare. A questo punto sarebbe lecito chiedersi se questo modo di agire debba essere applicato in ogni situazione o contesto: ad esempio, il Benevento, sotto di due gol con i campioni dopo aver fatto una partita gagliarda, avrebbe dovuto chiedere un trattamento diverso e quindi sperare in un gesto di benevolenza arbitrale, magari sorvolare su un fuorigioco o annullare una rete per manifesta superiorità. Secondo questa teoria, che prevede una capacità di lettura del pensiero, l’arbitro dovrebbe regolarsi anche in base alla situazione psico-emotiva di ciascun giocatore in campo: sostanzialmente, se un atleta dovesse vivere una situazione difficile a livello umano, dovrebbe essere trattato diversamente da chi invece gode di estrema felicità esistenziale. In pratica, l’arbitro non deve fischiare ciò che vede, ma ciò che sente e immagina di ciascuno. Come i giocatori hanno tempi decisionali brevissimi, anche l’arbitro deve intervenire avendo libera la testa da qualsiasi influenza esterna. Mi dispiace Giggione, stavolta hai cannato, e non poco. Capisco possa bruciare, ma un campione resta tale anche fuori dai pali. Questa può essere considerata una vera e propria ‘papera’.
sabato 24 febbraio 2018
alto tradimento
Sulle due squadre pugliesi che hanno giocato a perdere non è stato detto tutto. Perfino le sanzioni comminate non rendono totale giustizia. È stato omesso un aspetto fondamentale: gli allenatori sono gli esecutori pratici, gli spietati sicari del crimine avvenuto in campo. I giocatori, specialmente in età giovanile, sono tenuti a rispettare le disposizioni tecnico-tattiche che ricevono in spogliatoio: se non si attengono, li aspetta uno spiacevole e lungo riposo in panca. Perciò, gli atleti sono solo l'ultimo anello di una perversa catena che ora si stringe al collo di ciascuno, dato che non potranno proseguire nel percorso agonistico conquistato con merito prima che il fattaccio si consumasse. Delle società sportive e dei loro pensieri contorti mi interessa il giusto: gli allenatori rappresentano l’ultimo se non l'unico baluardo di lealtà sportiva a cui ciascun ragazzo deve affidarsi per crescere in un ambiente non contaminato da beghe politiche o interessi di parte. Hanno ricevuto pressioni dall’alto? Bene, avrebbero potuto lasciare la panchina da uomini d’onore, ora se ne andranno - almeno spero, visto che il giudice sportivo li ha graziati - con disonore e disprezzo. Sono sincero: è ( ancora ancora ) ammissibile trovare mille scorciatoie - anche se non del tutto ‘legali’ - per cercare di vincere, ma è inconcepibile giocare a perdere. Come è inconcepibile ritirare una squadra, anche se palesemente danneggiata. Nessun allenatore ha il diritto di decidere su una contesa agonistica, lo sport ha valori decisamente più grandi e nobili di qualsiasi sconfinamento dell’ego di chicchessia. Gli stessi ideali che pretendono lo schieramento della squadra migliore per raggiungere il risultato più alto possibile, vera forma di correttezza con cui affrontare l’avversario, qualunque esso sia. Le società non hanno compiti educativi diretti, se non quelli di reclutare i tecnici migliori per sviluppare un progetto formativo-sportivo adeguato: gli allenatori sono responsabili nell'applicazione dei programmi e delle metodologie necessarie. Ecco perché sono deluso che il giudice sportivo non abbia inflitto pene severe a chi possedeva il comando del gioco: che credibilità possono avere quegli allenatori che insegnano alle nuove generazioni a trarre vantaggio da una sconfitta? Mentre gli adulti urlano e si agitano in tribuna ( a volte menandosi ) e le società si barcamenano come meglio possono tra mille difficoltà, chi manterrà la barra a dritta nel marasma generale? Forse è sopravvalutazione, anzi senza forse, ma io ci credo: il compito degli allenatori non è solo quello di insegnare a giocare, ma di ricordare a tutti che sullo sport non si scherza e non si transige. Non è una scappatella, è un forte legame d'amore, dove il tradimento non trova spazio.
martedì 14 novembre 2017
s-Ventura a parte
Assisto non più di tanto sbigottito all’incenerimento virtuale e morale, per fortuna non ancora reale, del povero Ventura che, dopo le ultime disavventure, farebbe bene ad aggiungere una S maiuscola al cognome, se non altro per coerenza con i fatti di cronaca. Purtroppo per lui e per l’italia del pallone, è solamente capitato nel posto sbagliato al momento sbagliato. Non è certo colpa di Ventura - ribattezzato qui S-ventura - se Totti ha smesso di giocare o se Florenzi non vale nemmeno un’unghia di Alex Del Piero. Se in centottanta minuti - quasi centonovanta - gli azzurri non sono riusciti a segnare nemmeno un goal, significa che c'è un problema a monte e scaricare tutto sul navigato - se non altro per l’età - CT non è altro che l’ennesimo codardo tentativo di nascondere la polvere sotto il tappeto. In verità, e lo dice uno che di calcio non ne sa un piffero, non c'è traccia in giro di giocatori degni del tricolore sulla maglia. Il fallimento - almeno momentaneo - del calcio è del tutto coerente - e solo ultimo in ordine di tempo - a quanto sta succedendo allo sport nel nostro paese: a parte qualche caso eccezionale, dovuto a talento inimmaginabile e non programmabile ( vedi Cagnotto e Pellegrini ad es. ), non esistono risultati eclatanti o degni di nota: la pallacanestro e la pallavolo ( persino femminile ) sono usciti ormai da un bel pezzo dal radar mondiale, il rugby, dopo una fase di entusiasmo iniziale, sta tornando ad essere uno sport di nicchia tant’è che molte nazioni vorrebbero ripristinare il vecchio 5 nazioni e rispedirci nel dimenticatoio. Cosa sta succedendo? Succede che un governo sportivo che finanzia solo lo sport di alto livello ( e solo per alcune discipline ) enfatizzando le medaglie olimpiche e dimenticandosi colpevolmente della fase formativa rivolta agli atleti in evoluzione ha smarrito la propria funzione e la strada maestra da seguire fedelmente. Mentre le generazioni precedenti compensavano attraverso iniziative di stampo personale e privatistico - si pensi solamente alla funzione degli oratori, dei parchi e dei campetti - oggi è necessario costruire percorsi di apprendimento tecnico studiati scientificamente per opporsi alla pigrizia e sedentarietà dilaganti nel mondo giovanile. Gli stessi ragazzi che praticano sport non hanno la benché minima idea di cosa significhi allenarsi, complici metodologie di stampo moderno - o modernistico - che contemplano sessioni di lavoro non troppo faticose e, soprattutto, dilazionate nel tempo. Per paura di perdere clientela (mah!), si è pensato di abbassare il livello dell’offerta con il risultato che gli atleti veri sono sempre più merce rara e non certo frutto di programmazione. Perciò, non ci si strappi i capelli se per un’estate mancheranno le magiche giocate azzurre: ben venga, invece, questa eliminazione se riuscirà non tanto a disfarsi del solito capro espiatorio ma farà aprire gli occhi a chi di dovere. Ecco perché perdere, a volte, può essere salutare. L'importante, come dice Velasco, non è cercare il colpevole, ma capire il motivo. ( 1-continua )
venerdì 15 settembre 2017
taglia extralarge cercasi
Francamente fatico, non poco, a capire. La nazionale esce ai quarti, tutti immediatamente a stracciarsi le vesti e trovare il colpevole nel movimento che non crea più giocatori. Mi viene da pensare che se avessimo vinto con la Serbia ( quasi impossibile ) e fossimo entrati in zona medaglia, avremmo inneggiato al grande valore della scuola cestistica italiana nascondendo per l'ennesima volta la polvere sotto i tappeti, dispensando sorrisi di facciata in lungo e in largo, concedendosi meriti inesistenti. In verità, la pallacanestro sta male da tempo e non è certo una onorevole eliminazione ad aggravare il quadro clinico. Non è sbagliato dire che esistono in circolazione nel campionato italiano troppi stranieri ( e nemmeno così bravi, anche se poi puntualmente ci fanno il mazzo quando indossano i colori del paese di provenienza ). Come è vero che c'è stato negli ultimi anni uno scadimento notevole del valore complessivo delle squadre, con conseguente allontanamento dagli scenari internazionali e l’inevitabile riflesso negativo sui giocatori in pieno sviluppo: non va dimenticato che i vari Da Tome, Melli e Hackett hanno dovuto emigrare per completare il percorso di crescita che oggi li vede protagonisti con la maglia azzurra. In pratica, una volta la nazionale era il punto di arrivo: oggi, se va bene, è il punto di partenza per molti ragazzi che sono privi di dimensione europea. Nella follia delle nuove finestre invernali per le nazionali, c'è comunque una buona notizia: ci saranno dodici giocatori nuovi, o quasi, a parteciparvi e chissà che qualcuno possa trarne vantaggio per consolidarsi ad alti livelli. Tutti alibi, comunque, di facciata. Il virus è molto più potente e viaggia in profondità. Se l’Italia si trova continuamente sotto misura con le altre nazioni significa che esiste una programmazione sbagliata, fin dal reclutamento dei giocatori. Si è pensato per anni che il minibasket fosse la scuola di avviamento per i futuri giocatori: niente di più sbagliato, il minibasket è un gioco che ha un valore in se. Nessuno fa più reclutamento nelle scuole, zero coinvolgimento degli insegnanti nella ricerca di ragazzi che, al termine del processo di crescita puberale, possano fare al caso. Si conservano gruppi chiusi e definiti dimenticandosi che molti giocatori soprattutto alti attualmente nell’elite della pallacanestro mondiale hanno mosso i primi passi in fase adolescenziale: il basket non è la ritmica o il nuoto, chi ha detto che non si possa cominciare anche tardi? Forse nella nostra programmazione tecnica non c’è né spazio né tempo per aspettare chi si trova indietro ma che, al termine del percorso, risulterebbe indispensabile per misurarsi con i migliori. La cultura della fretta e della vittoria ad ogni costo ci ha allontanato dal vero obiettivo: se vogliamo continuare a crogiolarci per aver battuto i rivali nella stracittadina di turno, accomodiamoci. Poi, però, dobbiamo essere onesti, quando le cose non funzionano, nel non cercare colpe altrove. Una fetta, seppur minima, di responsabilità, ce l’abbiamo tutti.
lunedì 31 luglio 2017
combattimenti e opportunità
Vado contromano, come capita spesso ( non in auto, be quiet ). Qualcuno, da chissà dove, ha ordinato il combattimento del Gallo. E che si procurasse un danno, guarda caso incompatibile con gli Europei. Non si augura mai il male a nessuno, soprattutto ad un campione come Danilo , ma questa è davvero manna per la nazionale e la pallacanestro italiana. Messina sbollirà la rabbia in poco tempo, capirà al volo l'occasione prelibata per lanciare nuovi protagonisti sul palco. Solo il grande e carismatico allenatore è in grado di anticipare un nuovo corso che, prima o dopo, irrimediabilmente, si sarebbe presentato all'ordine del giorno: con buona pace per i vertici federali, che dovranno pazientare per vedere i colori azzurri nei piani alti del circuito europeo e mondiale. Già il fatto che un giocatore talentuoso come Flaccadori sia stato richiamato é una bella notizia: a questi ragazzi non manca niente per competere, se non la necessità di giocare gare importanti in ambito internazionale. Purtroppo la scomparsa delle squadre italiane dalle coppe che contano ha condizionato in negativo la formazione dei giocatori indigeni con maggiore impatto agonistico: la nazionale diventa perciò un laboratorio di crescita in ambiti poco conosciuti e trampolino verso lidi più stimolanti. Non è un caso se i migliori spesso emigrano in Europa per competere ai livelli più alti - motivo per cui il campionato italiano si è abbassato di livello perdendo di appeal - completando un percorso di crescita altrimenti monco. Non è certo colpa degli under 20 tantomeno del povero Buscaglia se si è dovuto sudare mille camicie per non retrocedere in divisione B: tutti gli altri giovani europei hanno spazi importanti in patria o fuori mentre i nostri marciscono nelle panchine che gli allenatori avvertono troppo instabili per permettersi scelte rischiose. Perciò, signori, non tutti i mali vengono per nuocere: fuori Gentile, Bargnani, Gallinari, dentro Flaccadori, Biligha, Tonut. È una metamorfosi inevitabile. Non vinceremo l'Europeo? Pazienza. Ce ne faremo una ragione. Questo e altro per vedere una nazionale che si rinnova continuamente. In fondo, e gli allenatori lo sanno, si lavora per questo: per vedere l'inesistente scalzare l'esistente. A meno che ci piaccia vivere di ricordi e di nostalgia: Atene, ad esempio, possiede ancora un forte effetto placebo. Ma indietro non si torna. Mai.
mercoledì 19 luglio 2017
le scarpe dello zar
“ Basta ‘a salute e un par de scarpe nove poi girà tutto ‘er monno “. Così per Nino Manfredi. Non per Ivan Zaytsev, che di scarpe nuove ne ha un rimorchio pieno, ma non andrà agli europei con la nazionale di pallavolo. Motivo? La federazione impone le Mizuno, il nostro campione veste solo Adidas. Per i profani sembra una ridicolaggine, in realtà ci sono in ballo molti denari, visto il lauto contratto di sponsorizzazione firmato dallo ‘zar italiano’ con il grande marchio bavarese. Se chiedessimo a cinquecento ragazzi italiani se fossero disposti a vestire la maglia azzurra con l’unica clausola di giocare a piedi nudi, la risposta sarebbe affermativa al 100%. Il nostro capriccioso eroe non è comunque l’unico colpevole di questa grottesca vicenda: le calzature non fanno parte della divisa e appartengono agli utensili di lavoro strettamente personali. Ogni piede ha caratteristiche diverse e non a caso ci sono migliaia di modelli in vendita per tutti i gusti. Nelle altre discipline sportive, in nazionale non viene imposto ai giocatori di indossare le stesse scarpe: è un ragionamento sensato, considerato che i piedi sono l’unica componente corporea in contatto stabile con il terreno, dovendo sopportare continue sollecitazioni nei diversi spostamenti e variazioni di ritmo. C’è una bella differenza tra un’esclusione per motivi disciplinari - tra l'altro già applicata in passato giustamente nella pallavolo - ed un'altra per ragioni legate alle scarpe: il buon senso avrebbe suggerito di trovare una soluzione prima che il bubbone potesse scoppiare. Che gli altri giocatori non facciano storie non è un valido motivo per sostenere la giustezza delle proprie tesi: non è un bene per lo sport e per la pallavolo in particolare privarsi del miglior giocatore italiano in una competizione internazionale. Se il regolamento statutario prevede che gli atleti indossino le stesse scarpe, va cambiato in fretta: non è dai piedi che si riconosce l’attaccamento ai colori azzurri. Con buona pace dei giapponesi, che dovranno farsene una ragione.
mercoledì 28 giugno 2017
here comes the sun ( au revoir filles )
Quattro anni. Straordinari. Indimenticabili. Porterò con me i vostri sorrisi, i desideri, le buone ambizioni. E perché no? I pianti, le incazzature, le paure, la rabbia. Quando accettai l’incarico, molti mi chiesero: che ci fai al femminile? La risposta è sempre stata la stessa: si tratta di pallacanestro, mica di riviste specializzate. E la pallacanestro è unica, che sia maschile o femminile: se si insegna, si impara; se si gioca bene, si vince. Chi dice che la pallacanestro femminile è una disciplina diversa da quella maschile, mente sapendo di mentire, oppure non ha mai frequentato lo sport in rosa: soddisfazioni e frustrazioni sono identiche, come identico è il rapporto tra impegno profuso e prestazioni ottenute. Cos’ho imparato? Per prima cosa a dosare il linguaggio. Chi mi conosce sa perfettamente che nel passato non ho certo brillato per delicatezza: voi mi avete insegnato che le cose giuste possono diventare sbagliate se dette in malo modo. Mi avete ricordato il peso specifico delle parole: quando escono non si possono più cancellare ( non è vero Verba Volant! ), e possono ferire quanto cicatrizzare. Ma, soprattutto, per un allenatore di lungo corso ( forse troppo ) come il sottoscritto, che pensa erroneamente di aver visto quasi tutto sui campi di pallacanestro, avete lasciato un’impronta indelebile: l’entusiasmo. Non c'è stata una volta che abbia percepito una sensazione di disagio o monotonia: tanta era la voglia di stare in palestra che avete costretto i vostri allenatori a dare il meglio, a spendersi in tutto e per tutto per la vostra crescita. La vostra domanda era talmente forte che la risposta non poteva che essere adeguata: tutto ciò ci ha messo in discussione, ci ha fatto lavorare, in una parola, ci ha cambiati. In meglio. Avete ricaricato le pile che si stavano consumando. Ora il futuro è roseo, vi aspetta: non ponetevi limiti, tirate fuori sempre la parte buona che c'è in voi. Non smettete di sognare in grande: guardate Cecilia Zandalasini, pochi anni fa era una di voi e adesso è tra le migliori giocatrici d’Europa. Spero, un giorno, di vedervi librare in cielo come le aquile che avete portato cucite sul cuore. Soprattutto, che i sorrisi rimangano sui volti e che il ghiaccio si sciolga perennemente. Here comes the sun, abbiamo cantato a Bormio. Cantiamolo sempre. Au revoir, mes chères filles. Bonne chance. Merci pour tout.
martedì 20 giugno 2017
gigio libero
Francamente, per quanto mi sforzi, non riesco a trovare in Donnarumma alcuna colpa, se non quella di essersi affidato a gente senza scrupoli e con il profitto come unica ragione di vita. A 18 anni appena compiuti, con un campionato europeo in corso e una maturità da fare, ha staccato di gran lunga i coetanei - posso dirlo con certezza per esperienza diretta - per abnegazione, impegno, determinazione. I naviganti virtuali lo accusano di alto tradimento, noncuranti dei precedenti famosi che pullulano la storia non solo calcistica ( Meneghin da Varese a Milano ad es. ) : qualcuno pretende che un ragazzo appena maggiorenne diventi una bandiera quando, in realtà, deve ancora diventare uomo. Se per i procuratori conta esclusivamente riempire il forziere, per i giocatori contano celebrità e vittorie: da quando è stato inventato lo sport professionistico, il sogno di tutti è sempre stato quello di giocare nei club più titolati e vincenti. Se Gigio fosse arrivato ai tempi del grande Milan, forse non si sarebbe nemmeno posto il problema. Tutti volevano giocare nel Milan degli invincibili: oggi non è così, giocarci è una scommessa che non tutti sono disposti a rischiare. Del Piero, Totti, Maldini? Ognuno fa le proprie scelte e ne paga le conseguenze: se Maldini giocasse oggi, forse si guarderebbe intorno. È risaputo, non si può vincere da soli: in questo la storia di Totti, un fenomeno, è paradigmatica. Cristiano Ronaldo, il più forte di tutti, per vincere ha dovuto accasarsi a Madrid: se fosse rimasto in Portogallo, non sarebbe successo. E così vale per Messi e gli altri campioni. I giocatori non inseguono i soldi, bensì la gloria. Fin dalle olimpiadi dell'antichità, gli atleti venivano considerati alla stregua degli dei e incoronati con l'alloro, simbolo consacrato ad Apollo. Le chiacchiere da bar e le esternazioni intestinali da tribuna nord devono lasciare il posto a riflessioni più ponderate: esiste un diritto alla vittoria? E poi finiamola una buona volta con questi discorsi patetici sulla riconoscenza: se non ci fosse stata ‘ingratitudine’ da parte di Van Basten verso l’Aiax, il Milan non avrebbe vinto tutti quei trofei. Perciò, o si è tutti, o nessuno è in obbligo.
mercoledì 14 giugno 2017
aule fronte mare
Ultimo giorno di scuola. Per me il trentesimo da insegnante. I ragazzi non invecchiano, io si. La distanza è incolmabile, ogni anno di più. Rifletto sulla frase di Aristotele, stampata beffardamente e perentoriamente sulle pareti della palestra, per molto tempo luogo di culto e di lavoro: 'dove si incrociano le tue capacità e le necessità del mondo risiede la tua chiamata'. Non sono più sicuro di essere così capace; ancor meno che la mia presenza sia così necessaria. Mi reputo severo e rigoroso mentre il mondo si muove in tutt'altra direzione; amante del controllo, vedo schegge impazzire ovunque. Sono un combattente, ma l'arma bianca non può nulla contro l'artiglieria pesante. Due ore alla settimana non possono cambiare le persone: possono, tutt'al più, trascorrere con il minimo danno. Eppure, arrivano messaggi chiari: la scuola dovrebbe farsi carico anche del periodo estivo. Lo vogliono le famiglie, lo vuole il ministero. Nessuno si premura di ascoltare i diretti interessati: alunni e insegnanti. Mi chiedo cosa possa fare la scuola di più e di meglio di quanto stia già facendo: occuparsi per nove mesi dei figli degli altri mentre coloro che dovrebbero occuparsene sono troppo occupati è già un bel daffare. La scuola non è e non deve diventare l'esclusiva maestra di vita dei ragazzi: ci sono migliaia di altri interessi che possono e devono essere soddisfatti al di fuori delle aule e dei laboratori. Se i ragazzi oggi si annoiano e non sanno utilizzare il tempo in modo prolifico, prima di trovare soluzioni preconfezionate, occorre porsi qualche interrogativo: perché sono continuamente distratti? Perché hanno istinti distruttivi? ( purtroppo in alcuni casi auto ) Perché sono pigri? Perché non sono curiosi? Potrei continuare a lungo, chi sta con i ragazzi percepisce il disagio ma vive con frustrazione l'impotenza di farvi fronte. In verità, la gran parte ( non tutte per fortuna ) delle famiglie hanno abdicato al dovere - e piacere - della patria potestà: educare i figli è il mestiere più difficile, soprattutto quando è necessario bilanciare affetto e rigore. È faticoso dire di no, correggere, andare in frontale: è però inevitabile se non si vogliono creare "mostri" sociali ( mi sia permessa la licenza ), individui troppo pieni o vuoti di sè, capaci di gestì incontrollabili o irrispettosi alla faccia delle conseguenze. Gli insegnanti sono dei nemici quando mettono voti negativi e bocciano, ma possono diventare preziosi alleati durante le giornate afose e lunghe d'estate ( 'il pomeriggio è troppo azzurro e lungo' Celentano docet ). In soldoni, i ruoli si sono invertiti: quello che si dovrebbe fare a casa si fa a scuola e viceversa. Per la mia età è una rivoluzione troppo costosa: se a qualcuno piace, si faccia avanti. D'estate avrei voglia di vedere di tutto, fuorché i miei alunni - con rispetto parlando -. E credo che loro siano pienamente d'accordo.
domenica 4 giugno 2017
sadismo popolare
Sono onesto, ho partecipato anch'io in passato all'infantile godimento dei mali sportivi altrui. Oggi me ne vergogno. È un esercizio becero, messo in atto da chi non può concedersi soddisfazioni se non nell'altrui sventura: verrebbe da dire da chi non ha mai fatto sport in modo serio, se non indossando magliette tarocche davanti a boccali di birra facendo uso di volume sconsiderato della voce. Chi fa o ha fatto sport conosce la sofferenza della sconfitta: il peso schiacciante di aver perso un'occasione quasi unica, la frustrazione di aver faticato molto e raccolto nulla. Non sono juventino, giammai, perciò al di sopra di ogni sospetto: l'improvvisata con tanto di vestizione madridista - salvo indossare i colori azzurri in altre occasioni con gli stessi protagonisti ieri beffeggiati - non fa onore allo sport, al popolo italiano, all'essere umano. Qui non si parla di antipatia, di gufaggine, di sfottò o altro: si parla di malcostume, che spesso si applica anche a situazioni non sportive e, quindi, con accezioni e conseguenze ben più gravi. Sperare nel fallimento del prossimo è uno degli esercizi più popolari e divertenti: questa sorta di sadismo dei tempi moderni è purtroppo una disciplina - pseudo sportiva - che possono praticare tutti, soprattutto coloro che litigano spesso con la realizzazione dei propri sogni. Chi è centrato su se stesso, difficilmente ha tempo da perdere ad osservare gli altri. Da milanista convinto e frustrato - sono anni ormai che non giungono belle notizie dalla sponda rossonera - ho preferito andarmene a spasso nelle strade deserte. Che la Juve vinca o perda, conta il giusto. Ma se qualcuno cade - metaforicamente intendo - e altri ridono, la cosa conta un po' di più. E, sinceramente, mi piace poco ( no like ).
domenica 28 maggio 2017
tutt'altro che Olimpia
Da osservatore esterno: l'Olimpia Milano è una somma di giocatori - a dirla tutta nemmeno così forti - tutt'altro che una squadra. In una squadra tutti ci si sacrifica uno per l'altro; si è disposti a rinunciare ad un piccolo tornaconto personale pur di guadagnare un premio collettivo più grande. Di che sacrifici e rinunce parliamo? Di qualche minuto in meno in campo, di una difesa più forte, di un tuffo, di un rimbalzo, di un tiro in meno preso e di un passaggio in più. Tutto questo Milano oggi non vuole fare e se non cambia in fretta lascerà il trono a qualcun altro e, perché no, alla bella favola Trento che sul piano della lotta e della fame non ha da imparare da nessuno. Giocatori di indubbio valore che scendono in campo con l'ardore e l'umiltà da serie minori: come se questa oramai bella realtà della pallacanestro italiana non avesse mai smesso, fin dalla sua ascesa, di rimanere incollata coi piedi per terra senza rinunciare alla sana ambizione di guardare sempre avanti. Da tifoso: sono incavolato, come tutto il popolo del forum. Perché questa tiritera, questa mancanza di continuità, va avanti da tutto l'anno e non si è mai riusciti a farvi fronte. La gente non capisce come mai giocatori che hanno fatto tanto male agli azzurri indossando le maglie delle rispettive nazionali siano improvvisamente diventati dei brocchi. Si parla da tanto tempo di nervosismo e di forti pressioni: mi piacerebbe sapere da Gherardini come le hanno gestite al Fenerbahce, oppure a Mosca o a Madrid. Quando giochi in un club come Milano devi sapere già in partenza che l'obiettivo è vincere: vuoi una vita più tranquilla? Scegli una squadra minore, avrai un contratto più magro con meno occhi e fiato addosso. Ho come l'impressione che molti dei giocatori approdati alla corte di Repesa siano ormai bolliti, nel senso che la fiamma che dovrebbe alimentare le motivazioni si è spenta da tempo. In due parole, belli ( forse una volta ) senz'anima. Altri, probabilmente, stanno già pensando ad andarsene prima possibile. Gli ultimi arrivati, giovani ed italiani, non sono ancora in grado di risolvere i problemi da soli. Il pubblico fischia, io spengo la TV. Se poi riaccendendo vedrò la serie sul 2-2, ci ripenserò. Al momento, preferisco godermi le lunghe serate quasi estive tra una passeggiata e un cono in mano.
martedì 23 maggio 2017
sport no alcol
Giuro che ci ho provato. In tutti i modi. Ho cercato persino di togliere quella patina di muffa che avvolge il mio tradizionale pensiero. Oppure quell'aria da professorino 'so tutto io' che tanto infastidisce la platea. Niente da fare. Non riesco a trovare nessun abbinamento tra ciò che si intende per sport e ciò che si intende per alcol. Birrathlon è l'emblema di un matrimonio combinato, due termini forzatamente uniti che si eludono a vicenda. Amo il rugby - come potrei diversamente? - e amo i rugbisti. Ho molti giocatori tra i miei alunni e sono tra i migliori. Il concetto di lealtà portato a livelli estremi dove altre discipline sportive arrancano visibilmente. Coraggio, generosità, sofferenza, altruismo: valori in fase di estinzione ma che trovano ancora spazio nel rettangolo d'erba tra un passaggio della palla ovale e un placcaggio. Il terzo tempo, intuizione magica per trasformare l'inevitabile ferocia agonistica nell'apprezzamento dell'avversario. Allo stesso tempo amo il vino - come potrei diversamente in questa regione? -. Ho la cantina fornita, non sono un bevitore accanito, ma all'occorrenza non mi faccio trovare impreparato. Allegria, calore, compagnia: un bicchiere bevuto insieme può smorzare tante spigolature che ci tengono a distanza. La mia filosofia dualistica e Kantiana mi impedisce di vedere relazione fra ciò che tende al benessere e ciò che - in termini spropositati - può portare alla distruzione. Gli sportivi, naturalmente, possono fare quello che vogliono della e nella vita privata - fuorché danneggiare il prossimo - ma quando indossano le divise e si presentano in pubblico devono veicolare messaggi sani e inequivocabili. Non mi piaceva vedere allora Gigi Riva durante le pause, tantomeno oggi Sarri fumare mentre conduce l'allenamento. Perciò, e lo dico senza astio ma con affetto, avrei preferito vedere il manipolo di giocatori correre per la città - ottima idea promozionale - astenendosi dai fiumi d'alcol, a cui lo sport, tutto, ha dichiarato guerra. Che sia una goliardata giovanile, lo capisco: ma da chi fa sport, chissà perché, mi aspetto sempre il meglio. Per questo, e molto altro, a scuola gli agonisti mi odiano. Non so che farci, è più forte di me: chiedere di più a chi ha ricevuto di più.
sabato 29 aprile 2017
vie di fuga
Da cosa si fugge? In cerca di cosa? Mi viene in mente l'esercito di uomini e donne che hanno trovato fortuna fuori dalle proprie mura. Io non ne faccio parte: sono stato talmente frignone e codardo da accontentarmi di ciò che avevo a portata di mano. Eccetto una breve parentesi di esilio dantesco dalla città dove peraltro ho potuto toccare con mano cosa sia la gratitudine. Lavorare per e nella terra d'origine è un dato di normalità: diventa perciò insensato aspettarsi particolari attenzioni o riconoscimenti. Se potessi tornare indietro, prenderei lo zaino, una certa dose di incoscienza e giocherei le mie carte nello sfidare il futuro e la sorte. Non è il denaro a spingerci altrove: è il desiderio di essere giudicati per ciò che siamo e non per ciò che dovremmo essere. Partire da zero non è detto sia un handicap: possiamo misurarci su ciò che veramente sappiamo e sappiamo fare, non su quello che altri pensano e dicono di noi. Si gioca ad armi pari: nessun retaggio, nessuna raccomandazione, nessun pregiudizio. Dobbiamo uscire dal guscio per capire se la nostra bravura è reale, se i nostri meriti hanno consistenza, se i nostri desideri possono realizzarsi. C'è molto orgoglio nel sedere sulla panchina locale o nel giocare portando sulle maglie i colori e i simboli della propria città: ce n'è molto di più nel vedere i nostri ragazzi o ragazze che si fanno valere in giro per lo stivale o addirittura nel mondo. Esportare noi stessi non equivale a dimenticare: le origini rimangono impresse per sempre, come un marchio leggibile e indelebile. Ecco perché, semmai un giovane dovesse chiedermi un parere, non avrei dubbi: insegui i tuoi sogni, mettiti alla prova, cerca la verità che è dentro di te. Non aver paura di andare, farai sempre tempo a tornare. Anche se l'avventura non andasse come nelle previsioni, c'è sempre qualcosa da portare dentro che ti renderà più forte e migliore. Il coraggio che chiediamo agli altri è lo stesso che dobbiamo chiedere a noi stessi. Sembra un bisticcio di parole, ma è la verità: partire per tornare a casa.
venerdì 14 aprile 2017
come i salmoni
Come i salmoni. Risalgono faticosamente la corrente dal mare al fiume. Percorrono centinaia di chilometri per poi morire sfiancati. Non mi viene un'immagine migliore per descrivere la fatica che fa una regione piccola come il Friuli Venezia Giulia per stare al passo con i grandi. Non siamo la Lombardia, stato nello stato, nemmeno l'Emilia Romagna o il Veneto. Nessuno ci regala niente; nessuno, giustamente, prova pietà. Dobbiamo arrampicarci sugli specchi, lottare con le unghie, rimanere agganciati alla vetta. Con un costo psicologico ed emotivo di dimensioni inumane: è vero, siamo una terra di grandi tradizioni e grandi giocatori e giocatrici, non possiamo deludere le aspettative. Allo stesso tempo siamo schiacciati dal peso delle responsabilità, dalla necessità di lasciare sempre qualcosa in eredità. Giochiamo spesso contro noi stessi, i nostri fantasmi, accecati dalla paura di non soddisfare le aspettative. La tensione ci assale, avvelena i nostri muscoli, annebbia la vista e fa tremare le mani. Eppure orgoglio e istinto di sopravvivenza non ci mancano: quello che ci permette e che ci ha permesso in passato di metterci in salvo, anche con l'ultima scialuppa a disposizione. Eccoci ancora qui, a recuperare centimetro dopo centimetro per guadagnarci la stima e il rispetto del resto Italia. Quello che vogliamo è misurarci con i più bravi per diventare migliori di ciò che siamo: lottiamo per imparare, prima ancora che per vincere. La vittoria non rappresenta l'unico sistema metrico infallibile: esistono coraggio, volontà, sacrificio, coesione. Non saremo giudicati dalle vittorie, ma dalla determinazione a vincere. Come i salmoni: molti non ce la fanno a tornare a casa, ma nessuno di loro si arrende.
giovedì 30 marzo 2017
caro Fabio
lettera appassionata e accorata a Fabio Fognini
Caro Fabio,
Caro Fabio,
( mi rifiuto di pronunciare l'appellativo affibbiatoti storpiando il cognome, anche se a volte parrebbe così indicato....) ci sono due cose che ti invidio: la moglie e il talento. Sulla prima, il vincolo di marito e padre mi impedisce di proseguire. Sul secondo, mi permetto di proporti una breve e facile riflessione - essendo stato in gioventù un discreto tennista amatoriale capace di vincere il master della mia classe alle superiori - convinto che il valore tecnico aggiunto di cui alcuni atleti dispongono in natura possa valere per tutte le discipline sportive. Anche se mi costa molto, te lo devo dire: sei un tennista di grande talento. Che non significa, attento, che tu sia un bravo tennista. Federer è un bravo tennista, capace a trentacinque anni suonati di suonare e di suonarle. Se mi permetti, tu devi ancora dimostrare di esserlo. Cosa ti manca? Semplice, al talento non ha fatto seguito ciò che è necessario per diventare un campione: l'incontro con la fatica e la frustrazione. Non conosco la tua storia, ma immagino ti sia sempre riuscito tutto facile: hai vinto tutti i tornei giovanili che c'erano da vincere e non hai mai incontrato sulla tua strada qualcuno che ti ricordasse quanto sia importante perdere. Sono sincero: ho provato a seguire alcune tue partite, ma non ce l'ho fatta. Non appena vedo quegli sbuffi e quella faccia caracollare i miei occhi sono già su un altro canale. La tua racchetta vola a terra assieme al mio telecomando. Non posso sopportare il fatto che un giocatore con così grande potenziale abbia la cattiva abitudine di autosabotarsi, di rendere difficile ciò che è facile, di buttare a terra per un nonnulla un castello di sabbia costruito con tanta abilità. La rabbia non è un difetto: nello sport, chi non ne possiede non può raggiungere risultati. La rabbia non va repressa, ma nemmeno esibita: va cavalcata, dosata lungo tutto il percorso, diluita. E, poi, lasciatelo dire, smettiamola con questo vittimismo, come se tutto dovesse riuscirti alla perfezione: sai perché Roger è il numero 1? ( anche se nella classifica attuale non lo è, per me rimane e rimarrà sempre ) Perché è capace di andare oltre i suoi errori ( ebbene sì, anche lui sbaglia ), perché non si scompone, perché dentro si sè non smette mai di crederci. Un uccellino mi ha detto che ultimamente stai cambiando e che si vedono già i primi risultati: forse l'età non più verde, forse la cura Pennetta, forse sarai stufo anche tu di buttare al vento tutte le occasioni che ti si presentano. Voglio darti fiducia: davvero puoi essere un top ten, come si dice in gergo. Ma ti aspetto al varco: Parigi e Londra sono i veri esami. Se sei davvero un altro tennista, un'altra persona, è tempo di dimostrarlo.
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