Mi metto dalla parte degli allenatori che spesso lamentano l'inutilità dei propri sforzi. Lavorare con la specie umana è esaltante ma terribile allo stesso tempo: non è così facile ed automatico vedere risultati concreti, se non quelli spesso fallaci che appaiono sui tabelloni elettronici appesi ai muri e che raccontano una parte, a volte molto ridotta, di verità. Come non è detto che una vittoria sia indice di miglioramento, così una sconfitta non lo è di peggioramento. Nel campo della formazione, perché di formazione umana stiamo parlando, non c'è un rapporto diretto e immediato tra causa ed effetto: se c'è un pezzo di ferro storto, posso raddrizzarlo con una martellata; se c'è invece un errore tecnico ripetuto, non è detto che l'intervento correttivo possa dare dei benefici in tempi ragionevoli. Può essere, anzi capita molto spesso, che ci siano attori diversi tra chi semina e chi raccoglie: per quanto si possa ipotizzare il futuro di un giocatore, esistono spazi enormi di incertezza nel percorso tra un prodotto allo stato grezzo e finito in tutte le sue parti. Quindi è tutto inutile? No, non è tutto inutile, ma è necessario essere pazienti e generosi. Pazienti, perché i tempi di costruzione umana non seguono le stesse regole dei materiali solidi: se il mattone è l'unità di misura di una casa, per un giocatore non abbiamo parametri scientifici certi. Generosi, perché è possibile che un giocatore diventi tale prescindendo dalle nostre fatiche e prodezze: donare un giocatore senza appropriarsene significa riconoscere che nessuno è in grado, da solo, di risolvere i problemi della pallacanestro e che tutti, già proprio tutti, abbiamo bisogno uno dell'altro. Sarà capitato anche a voi l'amletico dubbio: dobbiamo essere contenti o arrabbiati che un cestista passato anche per le nostre mani ci faccia il deretano da avversario? Contenti certo, perché abbiamo contribuito a farne un giocatore. Arrabbiati certo, perché avremmo voluto averlo dalla nostra parte. Forse così assumono significato le parole del grande Boscia ' fare il bene senza un perché, a fondo perduto '. Già, a fondo perduto, è così che un allenatore sopravvive allo scoraggiamento: dare se stessi senza aspettarsi nulla in cambio. Che vita grama.
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