Ero un bambino spiumato quando mi alzavo di notte. La mia curiosità non era per quei due muscolati che se ne davano di santa ragione, ma per mio fratello, ormai in fase ribello-adolescenziale, corrotto dalle idee rivoluzionarie in arrivo, che rompeva il silenzio notturno con urla e gesti scomposti. Potevo capire un certo trasporto verso i contemporanei Giggi Riva e Bonimba Boninsegna, eroi della finale in Messico dove sbatterono contro la selecao probabilmente più forte di sempre. Per quelli avrei dato tutta la mia voce. In questo preciso caso, preferivo accodarmi al parere tradizionale e rassicurante di mio padre che giudicava il pugile che aveva cambiato nome e religione come uno sbruffone meritevole di condanna. Così, quando cadde per terra, spontaneamente esultai guadagnandomi vagonate di insulti fraterni, al punto di dover abbandonare la postazione al più presto per evitare guai peggiori. Ero un bambino spiumato che pendeva dalle labbra dello status quo paterno, non potevo capire che quello non era solo un pugile, ma un idolo, un simbolo, un modello. Come non erano solo velocisti Tommie Smith e John Carlos che alle olimpiadi alzarono il pugno al cielo. In quel momento, la vittoria rappresentava l'unico modo per urlare i propri diritti al mondo. Confesso: da uomo di sport, non mi è mai piaciuto il pugilato, nemmeno in età avanzata. Lo considero brutale e dannoso. Ho un concetto dell'attività fisica condizionato da deformazione professionale: lo sport deve portare benessere, anche se, ad onor del vero, nessuna disciplina, nemmeno il ping pong, é immune da rischi. Gli ultimi trent'anni di Mohammed Alì sono lì a dirci proprio questo: i suoi movimenti rallentati, il suo sguardo nel vuoto, raccontano la storia di chi, più che darne, ne ha prese tante. L'uomo che ha fatto del suo corpo, dei suoi pugni e delle sue parole un manifesto politico lanciato contro i benpensanti dell'epoca lascia il posto ad un altro inerme e indifeso, incapace oramai di nuocere a chicchessia. In questi giorni in cui é giusto ricordare un atleta e un uomo straordinari, non si può far finta di niente e tapparci gli occhi di fronte a tanta sofferenza e dolore: chi sta seduto e paga il biglietto, non può pretendere che tutto questo faccia parte dello spettacolo. Al termine della sua gloriosa carriera, avrei voluto sentire Alì parlare di pace e farsi ambasciatore nel pianeta di valori e diritti, cosa che non ha potuto fare, se non in piccola parte e suo malgrado. Gli hanno fatto accendere il braciere ad Atlanta, ma avrei preferito sentirlo parlare. Gli hanno chiesto: ti manca la boxe? Risposta: sono io che manco alla boxe. Verissimo: ma soprattutto sei mancato a tutti noi.
"Non è il cammino impossibile, ma l'impossibile è cammino"
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domenica 5 giugno 2016
sabato 14 marzo 2015
belli come noi
Dell'uomo dal simpatico baffo - diversamente dall'uomo con i baffi, decisamente minaccioso ed inquietante - ricordo soprattutto il grande fosforo e l'irridente sicurezza con cui si beveva, mentalmente, gli avversari. Da tifoso Olimpia - oggi un po' meno, sia per età che per contingenza - mi gloriavo nel vedere questo giocatore, fisicamente ininfluente, dominare il filo e il ritmo della partita a colpi di rubate, palleggi a slalom, passaggi, come si dice oggi, no look. Un genio del parquet, di quelli che ne nascono ogni mezzo secolo. Facile vincere così, vero Dan? Se poi vicino ci metti il pivot più forte d'Italia e altri pezzi da novanta, il piatto é servito. Quella fu davvero una squadra dove il peso specifico dell'intelligenza e della personalità superava di gran lunga il talento diffuso nei singoli. Non per niente fu la più amata e ricordata negli anni. Vidi dal vero Mike D'Antoni la prima volta contro l'Hurlingham, a Trieste, nella stagione 1980/81. Palazzetto di Chiarbola gremito, già due ore prima della palla a due. In campo un giocatore: i raccattapalle locali che fanno a spinte per passargli la palla mentre si esibisce in un crescendo di tiri dalla distanza - la linea da 3 punti ancora non esisteva - mentre il pubblico non riesce a staccare gli occhi da quell' insolito evento pre partita. Nessun fischio, tantomeno insulti: tutti attratti magneticamente e verosimilmente spaventati da un giocatore speciale, io ventenne in adorazione nel contenere l'entusiasmo per evitare il peggio nella curva degli ultras. Per la cronaca Milano vinse a fatica, D'Antoni giocò malino - come succede spesso in questi casi - Trieste retrocedette quell'anno e l'Olimpia perse lo scudetto. Feci fatica, molti anni dopo, a considerarlo in panchina: lui era un mago in campo, un vero leader, uno che sapeva vincere e che odiava perdere. Le stagioni migliori come allenatore le ha vissute, guarda caso, con quella che può essere considerata la sua reincarnazione pura: Steve Nash, forse l'unico che poteva somigliargli, per tipologia e concetto di gioco. La verità é che in panchina non si è padroni come in campo. Ci hanno messo un po' di tempo ad appendere la maglia, forse troppo. Anche i bambini del minibasket sapevano che con il suo ritiro si sarebbe chiusa un'epoca. Come si dice a Milano, bej cume nunch la mama ne fa pù, s'é rott la machineta e ul papà al fa andá pu! Belli come noi la mamma non ne fa più.
venerdì 4 ottobre 2013
quel tesoro prezioso
Il millenovecentottantotto (1988) é passato alla storia per tre fatti realmente accaduti: nasce Danilo Gallinari, si sposa lo scrivente, il Friuli Venezia Giulia vince il Decio Scuri femminile (l'attuale trofeo delle regioni) per la prima e, se la memoria non mi gioca brutti scherzi, unica volta. Non avrei dovuto sedere su quella panchina: all'ultimo momento l'allenatore designato, Maurizio Zuppi, fu costretto a declinare per motivi di lavoro. Patrizia Galli era l'assistente perciò ci trovammo, improvvisamente, due pordenonesi al comando del timone. Giocammo a Loano, incantevole cittadina della riviera ligure di Ponente: gli onori di casa spettavano a Settimio Pagnini, mitico tecnico dell'universo cestistico rosa, al quale dovetti volentieri prestare la giacca per le premiazioni finali. Un uomo straordinario, che ha dedicato la vita alla pallacanestro e che non ha avuto esitazioni ad abbracciarmi alla sirena finale: in fondo, le regioni piccole vivono intese istintive. La squadra era forte, un fantastico mix di esuberanza ed imprevedibilità triestina unite a solidità e personalitá concordiese: queste ultime passate al nemico confinante seguendo le tracce del bravo e compianto Luciano Valerio, allenatore della serie A2 in città. Qualche nome: fra tutte, Renata Zocco, che farà una carriera splendida nella massima serie, ma anche Brezigar, Rossi, Varesano, Gobbato, Falcomer, Bianco...oggi tutte quarantenni, con altri pensieri per la testa. Vincemmo tutte le partite, in successione Piemonte, Calabria, Liguria. Poi ai quarti Toscana, in semifinale con il Lazio ( ai supplementari ) e in finale con la Lombardia che prevalse sul favorito Veneto. In realtà, trionfammo non solo perché eravamo bravi, ma per altri segreti motivi. Primo, perché era scritto. Secondo, e lo scoprii solo alla fine, perché il nostro fedele accompagnatore, di cui non ricordo il nome ma faceva il tabacchino a Grado, si infiló per sbaglio il gilet color bordeaux a rovescio durante la prima partita e non lo tolse fino al fischio finale - la leggenda narra che perfino a letto l'uomo non si sbarazzò della scaramanzia - appropriandosi pubblicamente di meriti non sportivi ma indiscutibilmente reali. Tornammo a casa orgogliosi e speranzosi di ricevere ufficiali e pubblici riconoscimenti che, ahimè, non ci furono. Solo una medaglietta commemorativa, di cui ho perso noncurante le tracce. Pensavamo erroneamente che l'inabitudine alla vittoria potesse una volta tanto smuovere l'apparato. Tutto quel che resta é una fotografia sbiadita ed una zona nascosta nel cervello dove, qualche volta, fare ricorso per illuminare il buio. Le vittorie sono rare e vanno conservate come un tesoro prezioso.
mercoledì 25 settembre 2013
quei giri sul ferro
Palazzetto stracolmo. Mi chiedo dove abbiano nascosto le bottiglie: sono ad una partita dalla promozione, ma nessuno tradisce euforia. Entriamo in campo con la faccia dei guastafeste: in fondo, non abbiamo nulla da perdere, dobbiamo solo fare la nostra onesta figura e tornare nell'ombra. Non abbiamo paura: i fischi ci rimbalzano e tornano indietro. Gli insulti, sparuti ad onor del vero, ci passano sopra. Fatichiamo, come é giusto che sia. Non c'é discussione su chi sia più forte: loro sono la conferma, noi la sorpresa. Rimaniamo aggrappati, in fondo siamo orgogliosi e vogliamo continuare a stupire. Nel frattempo il pubblico si preoccupa: quella che doveva diventare una cavalcata vincente si sta trasformando in lunga e pericolosa agonia. Arriviamo alla fine punto a punto, ma con una zampata di Stefano "barba" Barbisin - uno dei giocatori più belli e puliti - in senso cestistico ovviamente - visti in circolazione da queste parti, mettiamo il naso avanti. Gli spalti ammutoliscono, si sentono delineatamente le urla della panchina ospite, accarezziamo il sogno di battere la capolista e di ritardare i festeggiamenti. L'addetto al tavolo, malandrino, ferma il tempo: cavolo, non siamo ancora nel basket moderno, i secondi devono scorrere. Sulla rimessa, Fabio Napoli, rubato tra i pali per fare il giocatore di basket, devìa ma non trattiene. Mancano tre secondi, siamo sopra di uno, non possiamo nemmeno fare fallo. Ci aspettiamo un passaggio in area, dove i bravi ed atletici Grion Montagner e Freeman avrebbero potuto disporre facilmente. Copriamo bene l'area ed il pallone va sul perimetro. Lí per lí siamo contenti: non c'é tempo per andar dentro, si può solo tirare. Riceve Pontani, ottimo giocatore per entrare nel pitturato ma non specialista nelle conclusioni da lontano, si alza in sospensione da otto metri con i tentacoli di Marco Stroppa addosso. Succede l'inverosimile: il pallone comincia a girare sul ferro per un tempo indefinito ma interminabile. Non si sente una mosca, forse un bambino che gioca sugli spalti ignaro di quanto stia accadendo. Gli occhi di tutti non si staccano dalla scena: per un attimo la palla pensa di uscire, poi inesorabilmente viene risucchiata dalla retina. Mi tolgo la giacca e la sbatto per terra mentre suona la sirena e d'incanto veniamo sepolti da un urlo animale e liberatorio e annegati da fiumi di alcool che attraversano noncuranti il parquet. Mi dico che é tutto maledettamente scritto e che sarebbe meglio evitarci questo dolore: avessimo perso di quaranta, la sofferenza sarebbe stata minore. Abbraccio i giocatori e cerco inutilmente parole consolatorie: non possiamo lottare contro il destino. Lasciamo il palco ai protagonisti e usciamo fra gli applausi: siamo combattuti tra rabbia e dolore, tra orgoglio e beffa. A volte vorresti uscire dal campo tra gli sputi ma con la vittoria in tasca. C'é chi piange in spogliatoio, chi impreca, chi si morde le mani. Questo é lo sport. O meglio, questa é la pallacanestro: in quei momenti non ci sono gioie più forti, non esistono dolori più grandi. Tutto quello che c'é da provare lo trovi, non c'é bisogno di affannarsi troppo. É sufficiente trovarsi un anno qualunque in una cittadina semisconosciuta del nord est in un campionato di serie D: anche questa è leggenda e come tale va raccontata.
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