"Non è il cammino impossibile, ma l'impossibile è cammino"
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domenica 17 marzo 2019

l’armatura di Rodrigo



È difficile intuire cosa stia succedendo. Qualcuno le chiama crisi di mezza età ( se di mezza età, in questo caso, si possa parlare ). C’è un attimo, un lampo quasi, che ti suggerisce la strada da prendere. Ti accorgi che tutto quello che ti sei portato dietro - esperienza, soddisfazioni, e con un pizzico di vanità e in un certo senso, celebrità - siano un carico troppo ingombrante per procedere spediti. Non può non venire in mente la scena di Mission dove De Niro, nei panni di Rodrigo mercenario schiavista, si trascina faticosamente per chilometri il peso della vita precedente, fatto di ferrame, stigma di terrore per il popolo indio perseguitato. Noi stessi siamo abili a costruirci gabbie sicure dalle quali è impossibile scappare e dove l’orizzonte disegna sempre lo stesso paesaggio. Abbiamo una certa destrezza, che a volte si tramuta in presunzione, nel compiere i nostri gesti quotidiani in nome delle conoscenze acquisite in tanti anni di scalata verso il successo. Ho fatto come Rodrigo: ho visto l’armatura legata alle caviglie scivolare giù dalla scarpata e stavolta l’ho lasciata andare. Riprendere il passato significa far rivivere storie che non possono più essere vissute: i nostri ricordi stanno bene dove sono, pensare di dare vita a ciò che è accaduto è come illudersi di fermare il tempo che scorre. Ciò che è successo, non può essere cancellato, ma deve rimanere al suo posto. Mi sono messo in gioco: ho alzato lo sguardo, ho riapparecchiato il tavolo, ho mescolato il mazzo. Mi muovo in un mondo totalmente nuovo, dove, finalmente, dopo tanto tempo e dopo tanto insegnare, riprendo ad imparare. Prima avevo certezze, ora sono immerso nella nebbia più fitta. Ero sicuro, competente, ricercato, chiuso nella mia torre d’avorio. Ora sono in campo aperto e sono all’oscuro sia dei pericoli e di ciò che potrà accadere. Mi sento come un fragile e vuoto vaso di creta pronto ad essere riempito. Vivo nel dubbio, ma mai come ora, da un bel pò di tempo, così bene. 

domenica 13 maggio 2018

11 maggio 2018




Mi chiedo se sia il caso di festeggiare. La linea del traguardo si avvicina inesorabilmente e l’idea di attraversarla mi terrorizza. Poi penso a quanti bambini, ragazzi, donne appena divenute madri, hanno incolpevolmente e prematuramente varcato la soglia anticipando, loro malgrado, i tempi del viaggio ultra terreno. Mi vengono in mente Luca, Andrea, Matteo, Giò, Caterina, solo per citare alcuni angeli che hanno un posto privilegiato nei nostri cuori. Esiste una miriade di sopravvissuti sparsa in tutto il mondo che invoca inutilmente una risposta che purtroppo mai avrà. Perciò, dopo ampia e approfondita meditazione, non mi è permesso essere scontento e soprattutto mi è impossibile smettere di essere grato ogni minuto per tutto ciò che quotidianamente ricevo. Persino l'odio ed il dolore, i torti dati e ricevuti, possono trasformarsi, nei lunghi tempi, in miele che addolcisce e quieta, almeno in parte, il lato oscuro dell’anima. Ho vissuto e, se Dio o chi per lui vorrà, vivrò. C’e stato un momento in cui il corpo guidava la mente e ne sosteneva i pensieri, ora è la testa che va in fuga e le membra faticano a tenerne il passo. Ma c'è bellezza - ahimè - anche nello scorrere degli anni: ciò che un tempo faceva perdere le staffe e destabilizzava l'equilibrio emotivo, ora diventa acqua sottile che scorre sul marmo rimanendo in superficie. Qualcuno dice che invecchiando si diventa saggi: di una cosa sono certo, aumentano i dubbi e diminuiscono le certezze. Non so se questo può definirsi saggezza. A volte mi sale la nostalgia dell’epoca delle idee chiare, quando, lancia in resta, si era disposti a sfidare il mondo intero in nome della verità. Tutto ciò non torna, ed è giusto così: i nostri predecessori ci hanno insegnato che ogni stagione ha i suoi frutti. Perciò, anche ci fosse un solo giovine a leggere queste inutili parole, spero non rinunci a lottare per ciò che crede, perché solo i folli ed i ribelli - e i ragazzi lo sono - possono davvero cambiare le cose. 

giovedì 11 maggio 2017

11/05/1961



Un giorno qualsiasi. Una data insignificante nello scorrere del tempo. Un puntino invisibile nel firmamento. Una parola nel libro della vita. Tirati a sorte. Così siamo usciti alla luce. Come un dito che si ferma sul mappamondo. Come un numero uscito dalla sacca della tombola paesana. Come una pallina che gira beffarda sulla roulette. Dal mare della tranquillità alla spiaggia del caos. Dal mistero alla conoscenza. Dall'eternità alla mortalità. Nessuno ci ha chiesto il permesso. Non abbiamo fatto richiesta, né abbiamo meriti o colpe. Non abbiamo scelto di nascere, tuttavia scegliamo ogni giorno di vivere. Lottiamo e siamo disposti a tutto pur di vivere. Anche quando la bilancia è in rosso, quando i titoli per stare aggrappati sono più bassi di quelli per lasciarsi cadere. Anche quando il dolore è più forte della resistenza. Abbiamo un debito con chi ha voluto tutto questo: chi ci ha preceduto, ci ha fatto entrare nella propria storia e in quella di tutti gli uomini. Madri, padri, non vi abbiamo mai ringraziato abbastanza, perché, malgrado tutto, ne valeva la pena. Chi ha superato la boa non ha più tempo da perdere e sprecare. Chi pensa di aver visto tutto, rimarrà deluso. Il libro degli appunti è sempre aperto, c'è ancora molto da imparare. Vivere come se fossimo appena nati: con gli occhi spalancati, scoprire ogni giorno, ora, attimo, qualcosa che ci fa sobbalzare dalla sedia. Soprattutto, cercando di rendere felice chi ci sta accanto. ' Non contare i giorni, fa in modo che i giorni contino ' ( Muhammad Alì ): così vorrei vivere il tempo che mi resta.

martedì 28 marzo 2017

delirio psichiatrico



' Un delirante gesto altruistico '. Mi si rivolta lo stomaco. Cosa c'è di altruistico nel prendere a martellate due figli di tre e quattro anni? Sei uno psichiatra e hai studiato tanto? Bene, mi viene da dire che hai buttato nel cesso il tuo tempo, anzi, che l'hai usato nel peggiore dei modi. Le parole non sono innocue, vanno pesate e somministrate nel modo giusto. Il significato corretto di altruismo è dare se stessi per gli altri, non dare gli altri per se stessi. E chi titola a lettere cubiche queste bestialità è complice e colpevole in egual misura. Non ci si deve stupire se l'emulazione è diventata una disciplina di massa. E se la paura di alcuni e la crudeltà di altri aumentano ogni giorno di più. La terminologia clinica può essere usata tra ricercatori, non data in pasto al pubblico senza istruzioni. Ho profondo rispetto e cordoglio per il dramma umano, ma non esiste un buco da dove non si possa uscire: è piena la storia, fortunatamente, di chi è partito in svantaggio ed è arrivato davanti. Di chi aveva un etichetta di perdente appiccicata in testa e se l'è tolta grazie a tenacia e coraggio. Questo è il messaggio che dovremmo lanciare: che non c'è un libro con le pagine già scritte, che il destino è nelle nostre mani e, soprattutto, che il nostro dolore non deve contagiare e rovinare altre vite. Lottare: per questo siamo al mondo. Ognuno ha i suoi fantasmi da combattere, compresi quelli che ad una vista superficiale paiono privilegiati. Questo è quello che dovremmo insegnare ai nostri figli: a non mollare, anche quando tutto sembra andare storto. Ecco un'altra definizione di altruismo: avere fiducia nell'uomo.

sabato 31 dicembre 2016

uomo nuovo



Vorrei poter dire che allo scoccare della mezzanotte, né un secondo prima né uno dopo, tutti i mali del mondo, quindi anche i nostri, cesseranno. Non ci saranno più guerre, pestilenze, carestie, terremoti, omicidi. Sappiamo tutti che non sarà così: non lo sapevano, o forse avevano bisogno di attenzione, i fanatici delle sette che l'ultimo giorno del millennio uscente fecero bagagli e salirono sulle vette più alte dei monti in attesa del diluvio universale. In realtà non cambierà niente perché, sempre in realtà, nulla può cambiare. Le armi, per quanto più sofisticate, rimarranno; la terra tremerà ancora, le malattie mieteranno vittime, le tragiche fatalità ci colpiranno. L'unica speranza davvero spendibile è che a cambiare sia l'umanità, ossia tutti noi, nessuno escluso. Per gli esseri umani esiste sempre una scelta, se imbracciare il fucile o metterlo a terra, se considerare l'altro come nemico o come fratello, se vivere ciò che succede con rassegnazione o come opportunità. Credere nell'uomo è diventato, di questi tempi, il più difficile e costoso atto di fede: più facile e comodo credere in Dio, e in nome di Dio compiere azioni criminali. Credere nell'uomo è un esercizio faticoso, comporta ascolto, pazienza, bontà d'animo, comprensione. Nulla cambierà di ciò che vediamo se nulla cambierà in ciò che non vediamo e che è dentro di noi. " Non c'è nulla fuori dell'uomo che, entrando in lui, possa contaminarlo; sono invece le cose che escono dall'uomo a contaminarlo ". È questo, e niente più, ciò che aspetto da me stesso e dal domani.

giovedì 22 dicembre 2016

guerrieri solitari




Lottiamo. Spesso inconsapevolmente, lottiamo. Tutti i giorni, tutto il giorno. Natale e Pasqua compresi. Senza sosta. A mani nude. Contro il male, inferto a noi e fatto agli altri. E, incomprensibilmente, contro il bene. Contro noi stessi, di cui dovremmo avere maggiore cura. Contro i pensieri cattivi, che ci conducono su vicoli ciechi. Lottiamo. Contro la malattia, dove spesso ne usciamo sconfitti. Contro il dolore, che ci attanaglia e ci rende fragili. Contro gli incubi, diurni e notturni, di cui siamo spettatori indifesi. Lottiamo. Senza armi e senza gradi. Contro il ricordo di chi ci manca e di cui non abbiamo ancora spiegazione. Contro le ombre del passato, gli errori fatti e ripetuti, le occasioni perse e lasciate, le cose fatte e abbandonate. Contro le incertezze del domani. Lottiamo. Con le mani sul volante. Con le dita sulla tastiera. Con le pentole sul fuoco. Dietro una cattedra. Con un fischietto in bocca. Nelle piazze. Nelle strade. Nelle case. Nelle aule. Nelle palestre. Per un parcheggio. Per un sorpasso. Per una parola. Per un gesto, uno sguardo. Lottiamo. Pur esausti, non ci fermiamo. Contro gli anni, che inesorabilmente passano e ci ricordano della materia di cui siamo fatti. Contro la solitudine, che talvolta, però, ci viene incontro amorevolmente. Contro il tempo, di cui siamo amministratori ma che ci sfugge in continuazione. Guerrieri. Solitari. Nè più né meno. Senza trincee da scavare, fucili da imbracciare, divise da sfoggiare. Un esercito sparpagliato e disarmato perennemente in guerra. Piccoli e sconosciuti eroi che non avranno medaglie al collo. Ecco quello che siamo. E forse un giorno, chissà, ce la faremo.

lunedì 15 agosto 2016

angeli custodi


Un brutto ferragosto. Ferragosto di morte. Non parliamo di destino, per favore. Quale destino che ti strappa nel bel mezzo della fioritura? E nemmeno di errore umano. Ci siamo passati tutti su quella strada, a tutte le ore e in tutti i modi. Parliamo di tragedia piuttosto, per chi resta e non ha più lacrime nè spiegazioni. Nessuno di noi ha spiegazioni. Giò aveva l'età di mio figlio. Poteva essere mio figlio. Amava la pallacanestro, come mio figlio. Sono spaventato. Tutti siamo spaventati. E siamo stretti nel dolore. A questo punto non ci resta altro da fare. Vorrei gridare la mia rabbia, per tutti i ragazzi, e sono molti, che invece di essere chissà dove dovrebbero stare su un campo a giocare oppure in un bar a ridere e chiacchierare. Perché questa dovrebbe essere la gioventù, libera e spensierata. Ma la rabbia non farà riportare in vita ciò che si è dissolto nell'aria. La rabbia accumula dolore e di dolore ce n'è già abbastanza. Non abbiamo scelta: o ci diamo uno slancio di vera umanità, o non ce la faremo. Non siamo in grado, da soli, di sopportare tutta questa tristezza. Per una volta, dimentichiamo ciò che ci tiene distanti e proviamo ad essere prossimi. Se non siamo in grado di capire, almeno possiamo stringerci e sostenerci a vicenda. Perché se il dramma è condiviso, ha un impatto minore e una sopportabilità maggiore. Non è retorica, Giovanni era un ragazzo splendido. Come tutti gli altri che non ci sono più. È davvero una brutta ingiustizia, a cui purtroppo non si può riparare. Ciò che possiamo fare è non disperdere il bellissimo ricordo che abbiamo di lui e di Matteo, Luca, Andrea. Avremmo voluto averli qui, ora sono i nostri angeli custodi.

giovedì 30 giugno 2016

orsi felici



Ho un brutto carattere. Così dice chi mi sta vicino. I lontani, oltre a starmi distante, non hanno il coraggio di dirlo. Mi è difficile immaginare la differenza tra ciò che rende una persona trattabile o meno; un indice ipotetico potrebbe essere la quantità di frequentazioni, beninteso non solo e non tanto virtuali. In questo, devo dire, sono notevolmente peggiorato negli anni: da una certa capacità di adattamento alla diversità del genere umano, attraverso la fase della disillusione, si è passati  inesorabilmente al distacco. Allo stesso tempo, e con identiche e motivate ragioni, anche gli altri imparano a prendere le distanze. I giovani hanno maggiore duttilità, sono freschi e curiosi, hanno ancora in dote il dono della perseveranza e della sopportazione. Anch'io, come Edoardo Bennato, - anche se per ragioni e proporzioni diverse - non potrò mai fare ad esempio il politico, che fa di mestiere la persuasione e il sorriso: essere piacenti non è per tutti. La mia incapacità a indossare maschere diverse ha vietato l'accesso alle stanze più importanti dei palazzi, ma era un rischio calcolato e prevedibile. Non riesco a bluffare di fronte ai miei figli, figurarsi davanti ad una platea di sconosciuti. Eppure, stare al mondo comporta anche l'abilità camaleontica di sapersi travestire a seconda delle circostanze. Oppure di saper fare buon viso a cattiva sorte, cosa che mi é sempre mal riuscita. Nascondere le emozioni risulta un ottimo antidoto contro la decifrazione della personalità: alcuni ci riescono brillantemente, riscuotendo consenso e attirando curiosità per un mistero non ancora svelato. Gli orsi fanno vita solitaria: il dato preoccupante é che sono felici. Non vorrei che prima o poi capitasse anche a me.

sabato 7 maggio 2016

età d'oro




Praticamente inesorabile. Come una lama tagliente. Come la notte che vince sul giorno. Così é il tempo. Non c'è sconto. Non c'è raccomandazione. Non c'è premio. Non c'è controllo. Il tempo c'è e basta. Non esiste possibilità di allungare nemmeno un secondo di ciò che é già scritto. Abbiamo la memoria, per ripercorrere il passato, e la fantasia, per immaginare il futuro. Ma nient'altro. Possiamo solo scorrere, trascinati dalla corrente di un fiume di cui non conosciamo né la sorgente né la foce. Incredibilmente giusto. Come due pesi uguali sulla bilancia. Come il sole dopo la pioggia. Nessun privilegio. Nessuna deroga. Si viaggia tutti in classe standard. Ciascuno invecchia, i buoni come i cattivi, ricchi e poveri, celebrità o sconosciuti. Per quanto ci si possa dannare su questa terra, non potremo conservare nulla di ciò che abbiamo. Siamo venuti al mondo e ce ne andremo nudi. Tutto ciò che facciamo in mezzo vale il giusto, niente di più. Maledettamente prezioso. Come l'acqua per la terra. Come il latte materno. Mentre la vita si accorcia, il tempo si allunga. Non c'è più tempo per ciò che non ha valore. Non c'è tempo da perdere, soprattutto in lamentele o inutilità. Quando capisci che il tempo é la cosa più importante, ormai é troppo tardi. I giochi sono fatti. Chi ha tempo a diritto a sbagliare, chi non ne ha non può permetterselo. Il tempo non è denaro. Il tempo è tempo. Non c'è nulla che valga di più. 

sabato 13 febbraio 2016

hic et nunc


Siamo crudeli con i vivi e teneri con i morti. Eppure siamo gli stessi, sia da questa che dall'altra parte. Usiamo parole terribili nei bar, sui social, nei tribunali e dolci nei funerali, spesso dal pulpito. Chissà perché, si diventa buoni, bravi e belli solo quando si smette di esistere. Dobbiamo aspettare il passaggio dalla terra al cielo per ricevere la giusta ricompensa. Ma se ci sono dei meriti, perché non riconoscerli adesso? Ora che gli occhi possono brillare, le bocche sorridere e il corpo vibrare. Prima che sia troppo tardi. Quante parole rimaste dentro, quanta dolcezza inespressa che poi marcisce nei sacchi neri del rimorso. Quanti anziani con un carico inestimabile di memoria e vita vissuta arrancano e lottano contro il logorio del tempo: non sembrerebbe, ma sono gli stessi che, in giovane età, hanno lasciato un segno indelebile e tracciato il cammino ai posteri. Il cinismo, la vera malattia moderna, ci ha distanziato dall'uomo: eppure, non c'è bene più prezioso che essere riconosciuti dagli altri. Quante occasioni perse per orgoglio, invidia, amor proprio: abbiamo confuso o invertito i fattori, non siamo uomini quando mostriamo freddezza o superiorità, lo siamo quando riusciamo a tirar fuori il meglio che c'è fuori e oltre a noi. Non ho saputo dire a mio padre e mia madre quello che avrebbero voluto sentire: é un vuoto terribile, del quale non so darmi pace, e che vorrei colmare. Hic et nunc, qui ed ora, imparando dagli errori, prima che sia troppo tardi.

giovedì 21 gennaio 2016

voi



Voi.
Voi che avete diviso l'umanità in colpevoli ed innocenti.
Voi che siete sempre innocenti.
Vi invidio.
Voi che avete chiara in mente la distinzione tra il bene e il male.
Voi che state sempre con il bene.
Vi ammiro.
Voi che conoscete la verità prima che sia fatta.
Voi che avete la sfera di cristallo.
Mi compiaccio.
Voi che avete spesso cose da dire agli altri.
Ma mai a voi stessi.
Voi che non mettete la faccia.
Che affidate i vostri pensieri alle dita.
Vi onoro.
Vi chiedo un favore.
Portate rispetto per chi brancola nel buio.
Per chi non ha certezze.
Per chi non emette verdetti.
Per chi è più confuso oggi di ieri.
E preferisce stare in silenzio.

giovedì 31 dicembre 2015

porgi l'altra guancia

Porgi l'altra guancia. Assurdo. Impossibile. Posso concepire l'amore per il prossimo, la solidarietà verso chi soffre. Qui mi viene chiesto di rimanere impassibile, di non reagire alle offese. Chi é quella donna o quell'uomo che riesce a praticare la nonviolenza non solo come metodo, ma come atteggiamento dell'anima. Forse Madre Teresa, Gandhi, Martin Luther King. Io non ci riesco. Non ce la faccio a perdonare il male. La cattiveria che ci arriva addosso invece di depositarsi si infrange e rimbalza fuori: forse questa é una spiegazione  - non certo l'unica - dell'infelicità umana. Chi ha pronunciato queste parole era pazzo? Ci ha sopravvalutati? O forse era solo un bravo oratore a caccia di facili consensi? Eppure le donne e gli uomini che hanno lasciato un'impronta indelebile -  non lo dico io ma la storia - sono quelli che hanno scelto di vivere in pace con gli altri ma, soprattutto, con se stessi. Quando c'è un cuore sano e pulito non c'è spazio per il rancore: se c'è amore per se stessi, non c'è odio per gli altri. Tutti noi conosciamo queste verità in superficie, ma in profondità siamo vulnerabili e preferiamo obbedire agli istinti primordiali. Purtroppo, per natura  siamo più orientati ad ottenere la ragione piuttosto che a vivere bene. Porgi l'altra guancia, cioè fai in modo che il male che ti è stato fatto non si trasferisca altrove, ma si perda nei rivoli nascosti e inutili dell'anima. É un'impresa titanica, ma é anche l'augurio che mi faccio. Ed è anche l'augurio che vi faccio.

martedì 22 dicembre 2015

un anno da non so dove

Un anno. Chissà che risate dal non so dove nello spiare noi poveri mortali preoccupati di futilità e invano affannati a far quadrare conti che non tornano mai. Chissà se nel non so dove ti è capitato di incontrare i nostri angeli - Matteo Luca Andrea - che come te hanno lasciato questo mondo troppo in fretta e con intere pagine di domande che attendono ancora risposta. Un anno. Chissà se nel non so dove esistono il tempo e lo spazio, chissà, se dalle tue parti, é passato davvero un anno. Chissà se nel non so dove i miei genitori possono sentirmi, se è possibile recuperare il tempo perso, perché non sono bastati quasi cinquant'anni per dirsi e perdonarsi tutto. Chissà, forse il non so dove non si trova così lontano, forse siete nei nostri pensieri, nei gesti, siete al nostro fianco nella lotta quotidiana contro il marcio che cresce dentro e fuori di noi. Chissà, forse siete artefici impalpabili della faticosa e lenta trasformazione dei cuori da pietra in carne. Forse, se il mondo non è ancora sprofondato negli abissi, lo dobbiamo a voi, anime silenziose che vegliate sui nostri passi incerti. Un anno. " Caterina, se ancora per un attimo potessi averti accanto " sembra scritta apposta per chi ancora non riesce a spiegare e a darsi pace per la tua assenza temporale. Chissà, forse non te ne sei mai andata, forse sono i nostri occhi che non sono in grado di vedere il tuo sorriso e il tuo immancabile libro. Forse sono le nostre orecchie che non riescono più a sentire la tua fine ironia e le tue idee stravaganti e creative che ci hanno fatto e ci fanno navigare nel mare della tranquillità. Dal non so dove, insieme a tutti gli altri angeli, vigila su di noi, creature fragili e fallibili. 

mercoledì 26 agosto 2015

auf wiedersehen


I figli se ne vanno, come i nostri bisnonni. Altri moventi, ma i sorrisi e i pianti sono quelli, gli stessi. Se ne vanno in cerca di qualcosa, che qui non hanno, non trovano. Fanno quello che noi, con un misto di viltà e pigrizia, non abbiamo avuto il coraggio di fare. Con la presunzione di avere l'america in casa, ci siamo costruiti l'illusione di bastare a noi stessi. Siamo rimasti e vediamo loro partire. Siamo contenti perché li vediamo contenti, ma siamo trepidanti perché qualcosa ci verrà a mancare. Ci mancherà la lotta corpo a corpo quotidiana, la fatica del comprendersi, la voglia di perdonarsi dopo essersi feriti. Avranno forza e resistenza? C'è la tecnologia, ma non la percezione. Potremo parlare e vederci, forse più di quanto si faccia normalmente, ma non ci si potrà toccare, abbracciare, salutare come si deve. Qualcuno lo chiama destino: io, malato di incoerenza, ribelle di vocazione, con i capelli lunghi e incolti non vedevo l'ora di andarmene ed ora non vorrei che se ne andassero. Si è compiuto il mio destino? Ma è giusto ciò che è giusto: scegliere una strada, incamminarsi, togliere le pietre d'inciampo, insistere e sudare fino ad arrivare a destinazione. Forse è per questo che, inconsapevolmente, malgrado tutto, continuiamo a spingerli: perché la nostra meta ci sta un po' stretta o forse perché abbiamo sensazione che quella raggiunta non sia giusta. Come i nostri predecessori, avranno valigie, speranze, timori. Per quanto può contare la vicinanza,  seppur virtuale, nessuno potrà sostituirsi nell'agire e prendere decisioni. ' Ognuno è solo nel cuor della terra '. Ma il destino è altrove e al destino non si comanda. Il distacco é ciò che ci fa diventare adulti. Auf wiedersehen, meine tochter. Gute fahrt und viel glück. 

venerdì 14 agosto 2015

problemi di vista


Abbiamo bisogno di altri occhi per gustare fino in fondo la bellezza che ovunque ci circonda. I nostri sono stanchi ed assuefatti, troppo distratti, impiegati in faccende inutili se non dannose. Accompagnare diventa un esercizio catartico: ciò che da soli non riusciamo più a vedere riprende vita attraverso le espressioni e le emozioni di chi fa l'esperienza per la prima volta. Nel linguaggio fisico ci troviamo di fronte ad un riflesso: nel mondo reale a nuove e affascinanti riscoperte. Siamo troppo accecati dal risentimento - giustificato a volte, ben inteso - per apprezzare ciò che abbiamo attorno e che ci è stato consegnato - spesso colpevolmente immemori - a titolo gratuito. Forse che ci siamo meritati piazza dei Miracoli o la Basilica di San Marco? Il Ponte Vecchio o il Cupolone? Abbiamo un patrimonio infinito ma cerchiamo ricchezze altrove. Siamo troppo accecati da vitelli d'oro per cogliere il privilegio che ci è toccato in sorte. Siamo un popolo di lamentosi e insoddisfatti ( molte rivendicazioni, per carità, sono persino plausibili ) ma abbiamo un po'  perso l'equilibrio giudiziale e, in certi contesti, invertito la scala di valori. Arrabbiarsi fa male alla vista: rende miopi, nel senso che si perde di vista l'orizzonte; e pure presbiti, non mettendo a fuoco le cose che ci stanno attorno. Non saranno gli abitanti a salvare il paese: chi verrà con occhi nuovi, puliti, incantati, ci rimetterà in carreggiata. Forse.

venerdì 7 agosto 2015

centrifughe d'agosto


Presunzione o necessità? Ogni ora che passa mi allontano dal mondo e il mondo si allontana da me. Non é solo questione etica, di bene o di male, ma anche fisiologica, di allergia epidermica. Ci sono gesti, un tempo forse tollerabili, che superano la soglia di sopportazione: faccende di natura privata date in pasto al pubblico e altre di natura pubblica risolte comodamente in privato. É certamente presunzione: credere all'isolamento come forma di realizzazione é un imperdonabile atto di sfrontatezza. Ma è anche necessità: se non mettiamo freno all'invasione saremo condannati a quello che Pasolini definiva il male d'epoca, oggi ancora più attuale, ossia l'omologazione. Clausura e ascetismo sembravano scelte di comodo, comunque estreme e impraticabili. Estrarsi  dal mondo oggi diventa indispensabile: prendere le distanze e guardare da un punto più alto dove le persone e le situazioni appaiono, per assurdo, contestualmente più nitide. Un conto é vedere, un altro osservare. Vedere é un fatto biologico, osservare significa comprendere e, ad un livello più alto, compatire e, per chi ne è capace, perdonare. Non voglio entrare nella centrifuga: subirò gravi perdite, ma è un prezzo che sono disposto a pagare. Alla mia età posso permettermi di rallentare. Quando ero giovane, convinto dalla potenza del dio del fare, pensavo che il moto perpetuo fosse l'unica ragione di vita e che il cambiamento avvenisse grazie alla frenetica successione di azioni. Ora ho imparato anche a stare fermo: forse il mondo non cambierà comunque, ma io non sarò certamente peggiore di quanto sia già.  

domenica 14 giugno 2015

come bambini


Il brusco passaggio dalla fanciullezza all'adolescenza sarà uno degli argomenti più gettonati che vorrei affrontare faccia a faccia con il re dei re, ammesso che ci sia tempo e opportunità per farlo. Perché? Perché rinunciare ad occhi puliti e spalancati di curiosità? Perché appassire un fiore variopinto e gravido di essenze profumate? Perché passare da parole del tipo 'che bello' ad altre come 'che schifo' 'che noia' 'chissenefrega' solo per citare le più pulite. Credo fosse proprio il figlio dell'onnipotente a suggerire di ritornare come bambini. Che cos'è allora? Una prova? Una fregatura? Un assurdo e imprecisato invito a non evolversi? Ho un ricordo straordinario della mia infanzia: gioco, spensieratezza, sorriso. Problemi non mancavano, forse più grossi di quelli odierni, ma riecheggiavano lontani, come i temporali estivi notturni. La nostra corazza protettiva era fatta di sogni, colori, immaginazione. Se gli adulti di oggi sembrano diversi da quelli di ieri, i bambini restano gli stessi. É come se fosse un'età protetta, immune da contaminazione. Per questo sono sempre più convinto che saranno loro a salvarci, a ricordarci quali sono le vere cose che contano, a riportarci sulla retta via. Perché sono gli unici ad essere rimasti puri. É un po' di tempo che non frequento bambini: sarà per questo che sto peggiorando. Quando ero bambino, pensavo di imparare ma in realtà stavo insegnando. Ora che sono adulto, penso di insegnare ma in realtà dovrei imparare. Forse siamo fatti al contrario, come ci ricorda Fitzgerald nel curioso caso di Benjamin Button, che nacque vecchio e morì bambino. Troppe domande, per uno che ha girato la boa.

giovedì 25 dicembre 2014

nonostante tutto Natale


Abbiamo estremo bisogno di segni. Dal cielo, sulla terra, sottoterra. Quelli che portavano i doni, figure comprimarie del presepio, avevano stelle comete, presagi, sogni. Hanno trovato la capanna, hanno evitato di tornare dal sovrano sanguinario, sapevano con certezza che il vero re si trovava in un posto sperduto del medio oriente. Oggi abbiamo gli occhi accecati, le orecchie sorde, il naso chiuso. Avanziamo a tentoni, sbattiamo ovunque, senza direzione e senza equilibrio. Qua e lá si percepiscono vari canti delle sirene, proposte illusorie ed evanescenti, seducenti per anime fragili e in pena. Dobbiamo assolutamente ritrovare la via, e dobbiamo farlo insieme, mano nella mano, senza perderci più di vista. Da soli non possiamo farcela: la tentazione di fare a meno del prossimo ci ha portato nel baratro. Abbiamo bisogno di momenti particolarmente gravi per ricompattarci: dal dolore, dalla sofferenza, dalle tragedie abbiamo sempre riscoperto ciò che ci unisce, l'anima pulsante del popolo. Oggi che vediamo in modo confuso, come in uno specchio rotto, dobbiamo cercare legami più forti facendo leva su ciò che ci distingue, ossia il senso di umanità. Se c'è un augurio da fare, in giorni natalizi di fatica e smarrimento, che siamo capaci di tornare a misurarci come persone, dove il dolore e la gioia di uno diventano quelli di tutti. Non ci rimane molto tempo: o ci comportiamo come fratelli universali o siamo destinati inesorabilmente all'umana estinzione.

mercoledì 24 dicembre 2014

signora del tempo


Non si fa annunciare. Viene quando meno te l'aspetti. Non bussa alla porta e nemmeno si presenta. La sua non è mai la nostra ora. Non dá il tempo nemmeno di salutare, di sbrigare le ultime cose, di preparare le valigie. Non chiede il permesso, se lo prende. Non prende ordini da nessuno, nemmeno da colui che possiede il libro della vita. Non fa distinzioni tra meritevoli e indegni, tra bambini e vecchi, tra ricchi e derelitti. Prende e se ne va, senza parole, senza spiegazioni. Lascia il vuoto, il dolore, il silenzio, lo sgomento. Lascia domande senza risposta, lascia figli senza madri, madri senza figli. Lascia case vuote, cuori infranti, vite spezzate. Non se ne cura: passa e fugge altrove. É imbattibile, non esiste sfida ad armi pari. Insegue tutti: é impossibile sfuggirle. Si avverte in lontananza, ma spesso e volentieri si fa vedere anche da queste parti. Ci conosce tutti, uno per uno, ma a noi non é concesso guardarla in faccia. Abbiamo paura, perché siamo nati per compiere un viaggio e non per lasciarlo a metà. É signora e padrona del tempo, mentre noi siamo umili servitori: non abbiamo scampo, possiamo solo ubbidire.

martedì 26 agosto 2014

a muso duro


I segnali di decomposizione, non solo fisica, avanzano implacabilmente. L'intolleranza é la prima comparsa: la non accettazione indiscriminata di ciò che vediamo e sentiamo marca l'inevitabile e spiacevole passaggio dall'età della spensieratezza a quella del muso duro e del confronto spesso conflittuale con la vita vera. Ci sono cose, abitudini e comportamenti, non necessariamente fondamentali, che non si è più disposti ad approvare: ad esempio, il rumore in montagna, la suoneria dei cellulari ( perfino in chiesa ), la maleducazione in strada ( nessuno escluso anche pedoni ), la spettacolarizzazione della solidarietà, le riunioni infinite e intrise di parole vuote, la morbosità nel dare e ricevere le notizie ( particolarmente tragiche ), lo spreco vissuto con estrema normalità, il fatto che altri possano decidere o meno sulla preziosità del nostro tempo. E molto altro ancora. Il passo verso l'isolamento é breve: ciò che fino a un po' di tempo fa sembrava indispensabile, ora diventa inutile se non irritante. Ciò che abbiamo combattuto diventa improvvisamente famigliare. Abbiamo indossato gli stessi panni che ci eravamo ripromessi di togliere. Siamo diventati gli stessi padri e madri che avevamo giurato di rinnegare. Come insegna Pavese, vivere é il mestiere più difficile e non esistono né formatori, né regole, né corsi speciali. Vivere si impara da sé. Anzi, non si impara mai.