Imperscrutabile, avvolto di mistero. Guardato con sospetto, come se fosse un'anomalia, un difetto da correggere. Mi riferisco al fuoco sacro, o sacro fuoco, dove sostantivo e aggettivo possono convivere in un modo o nell'altro, secondo gusti personali o musicalità letteraria. Tutti, indistintamente, abbiamo una caldaia installata nel cuore. Possiamo bruciare, come dice Elisa, e allo stesso tempo freddarci. Possiamo elevare la temperatura ai massimi livelli oppure spegnerci. Dipende, si dice così (che orribile espressione), dall'oggetto delle nostre azioni. Un giocatore, un atleta, dovrebbe ardere sempre, come il roveto di biblica memoria. Mantenendo il controllo della mente, consumandosi di continuo in campo. Rino Gattuso era così. Dino Meneghin era così. Amati e odiati allo stesso tempo, perché quando si è innamorati di una maglia si è inevitabilmente schierati. Chi ha fuoco sacro dentro non guarda alle conseguenze: agisce e basta. Pensa solo a ciò che è giusto fare in quel momento. Non pensa alla vittoria o alla sconfitta, pensa solo a giocare e dare il massimo per se e per gli altri. Non si risparmia, non cerca alibi, non perde tempo a protestare, rimane sul pezzo. Non si avvilisce se le cose vanno male, non si esalta se funzionano. Il suo cuore continua ad ardere e tutto ciò che succede intorno ha un valore relativo. Come allenatori abbiamo l'obbligo di insegnare la tecnica del gioco ma non dispensati dal gravoso compito di tirare fuori tutto ciò che c'è dentro nei giovani che ci sono affidati. Se vedono bruciare noi, bruceranno anche loro. Se noi abbiamo a cuore ciò che facciamo, anche loro non potranno evitare di mettersi a disposizione. Che piangano quando c'è da piangere e che gioiscano quando è necessario: le emozioni non sono altro che il linguaggio del cuore. Che sbottano qualche volta: significa che dentro non c' è il vuoto, che le parole hanno trovato un bersaglio. Non diventeranno campioni, forse, ma in ogni cosa che faranno saranno riconosciuti per tenacia e generosità. Possiamo insegnare ad un robot a fare canestro, ma non a tuffarsi per recuperare un pallone: perché il cervello porta a conservare, il cuore a sacrificarsi. Certe cose non si insegnano. Certe cose si fanno. E non sappiamo bene il perché.
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