Arriva un momento in cui tutti quanti dobbiamo fare i conti con la nostra coscienza. Se quello che stiamo facendo non ci piace, non ci soddisfa, non ci gratifica, meglio abbandonare e lasciare il posto ad altri. Una persona scontenta è in grado di contagiare chiunque navighi a fianco e, indirettamente, condizionare la prestazione altrui. Questa regola antica come il mondo vale per i dirigenti, gli arbitri, gli allenatori, i preparatori, gli atleti. Vale anche per i cosiddetti professionisti, malgrado le gratificazioni economiche possano parzialmente lenire la frustrazione. È sufficiente che uno solo in un gruppo decida di non collaborare per provocare una falla irreparabile: si può cercare di remare più velocemente, di raddoppiare le forze, ma è pressoché impossibile sostituire un pezzo mancante. I musi lunghi, i guastafeste, hanno un potere enorme nello spargimento della negatività: il malcontento si insinua e si diffonde fino a minare le certezze del gruppo. Dopo anni di onorata - e disonorata - carriera ho, a proposito, pochi dubbi: è la passione che ci spinge avanti, il piacere di vedere che le cose, come le persone, possono cambiare, migliorare, trasformare. Se la passione non esiste, o si dirotta su altri lidi, dobbiamo avere l'onestà e il coraggio di non provocare ulteriori danni a chi ci sta intorno. Quando la spinta motrice si esaurisce, condanniamo i compagni di viaggio a rallentare: chi vorrebbe e potrebbe volare, è costretto a tenere i piedi per terra. Non c'è contraddizione maggiore che fare sport ed essere infelici: nei momenti difficili c'è bisogno di incrociare uno sguardo sereno e sicuro di sé, in quelli trionfali di vedere braccia alzate, in quelli disperati di trovare una spalla dove appoggiarsi. Cosa guardano i bambini/e ragazzi/e che entrano in palestra? Non i palloni, non i canestri, ma se il loro allenatore è innamorato di quello che sta facendo: e con il sesto, anche settimo senso che solo loro possiedono, troveranno la risposta.
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