Avviso ai lettori: non sempre si può essere buonisti. Domanda del giorno: che cosa ci fanno i genitori ad una partita di pallacanestro? (Pallavolo, rugby, calcio, pallamano, ecc....) Visto che in molti sono trasecolati dopo l'ennesimo atto di violenza nei confronti degli arbitri ( per giunta minori ) l'indignazione, per quanto comprensibile, non è più sufficiente. È necessario indagare nei profondi meccanismi che scatenano reazioni ingiustificabili e animalesche. Non possiamo cavarcela solo con la condanna o la ricerca di soluzioni drastiche: per agire, occorre innanzitutto capire. Primo: si deve velocemente uscire dal luogo comune che vuole lo sport come ambiente protetto, immune a qualsivoglia forma di inciviltà dominante. Lo sport fa parte della società e ne è contaminato alla stessa stregua di altri settori di convivenza. È pura follia immaginare che ci si possa scazzottare per un parcheggio e non per una partita di calcio: cambia la scena, ma gli attori sono gli stessi. Secondo ( e qui mi gioco la reputazione ) : i genitori, per quanto in apparenza possano sforzarsi a dare un'immagine diversa, non vanno a vedere la partita, o la squadra che gioca, ma come se la cava il proprio figlio/a nel contesto di un evento sportivo. Ci vogliono enorme forza morale e ingenti dosi di autocontrollo per rimanere emotivamente ai margini in situazioni dove i propri figli/e sono coinvolti, pubblicamente, nel produrre il meglio di sé. In verità, gli arbitri sono spesso la punta dell'iceberg e i capri espiatori di un disagio più ampio, faticosamente contenuto: stress personali associati a delusioni o alte aspettative rappresentano un cocktail esplosivo con effetti deflagranti. Alcuni, forse i più avveduti, risolvono il problema tirandosene fuori: come i miei, ora sottoterra, che non finirò mai di ringraziare per non aver conosciuto nemmeno quale sport praticassi: un giorno, compiutasi la nemesi in quanto nonni, se ne andarono nel momento in cui il nipote uscì dal campo pensando che non sarebbe più rientrato ( tarli calcistici ). Terzo: bisogna farsene una ragione, allenatori e genitori hanno inevitabilmente visioni diverse. I primi hanno in testa il bene della squadra, i secondi, innanzitutto, il bene dei propri figli. Non è detto che le due anime entrino necessariamente in conflitto, ma ci vuole equilibrio, controllo e una certa dose di fortuna. Ci sono magnifici dirigenti ex genitori che costituiscono la colonna portante delle singole società sportive, ma sono spesso mosche bianche che faticano ad imporsi. Si fa tanto vociare delle aggressioni che subiscono gli arbitri, ma bisognerebbe trattare anche delle pressioni a volte subdole che devono subire gli allenatori per far quadrare il cerchio. Mi fermo: dopo queste parole, forse ci sarà un nuovo bersaglio su cui scaricarsi. Tanto sono vecchio, ho le spalle larghe.
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