Se fossi interista, sarei felice se Antonio Conte se ne andasse. Un allenatore così impaziente, così avido di vittorie, può essere solo dannoso per una società che deve crescere un pezzo alla volta. Vice campioni d’Italia e in finale in Europa: dove è la tragedia? Cosa dovrebbero dire in Inghilterra, sponda City o United non fa molta differenza, dopo gli ingenti investimenti fatti? Nel calcio attuale, come in tutti gli sport del resto, vincere diventa ogni giorno un’impresa sempre più ardua: molti investono, tanti ambiscono, quasi tutti con pari possibilità. Quale è la linea sottile, il filo che separa successo o fallimento? Un autogol, un rigore non dato, un salvataggio, una parata fenomenale? Non sarà una campagna acquisti onerosa a dare certezza sugli esiti delle stagioni: una sola alza la coppa o si cuce il tricolore e a determinarlo concorrono vari fattori, primo fra tutti la pari determinazione fra i componenti del gruppo, ma anche la buona sorte ha il suo peso. Se fossi interista, sarei contento dell’esito di questa stagione. Se Antonio Conte non lo fosse, meglio che se ne vada. La costruzione di una squadra non segue una linea dritta, subisce alti e bassi come normalmente accade a tutti, grandi club compresi. Il Milan che ha vinto tutto in Europa non è stato costruito in un giorno: dopo qualche mese, il buon Sacchi era già in odore di esonero. La Juve, retrocessa in B, prima di tornare a dominare, e Conte lo sa bene, dovette fare gavetta. Ci vuole tempo per vincere, ma il nostro eroe sembra non averne. Se fossi interista, invece, avrei pazienza. Un passo alla volta. Consapevole che ciò che è fatto diventa acquisito. Che dopo una finale persa è ingiusto e crudele pensare che rimanga il nulla. Se fossi interista, e purtroppo o per fortuna non lo sono, mi accontenterei.
"Non è il cammino impossibile, ma l'impossibile è cammino"
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sabato 22 agosto 2020
lunedì 18 giugno 2018
non solo giovani
È sbagliato pensare che un vero settore giovanile possa stare in piedi senza una prima squadra. Guardiamo al Friuli Venezia Giulia: non è un caso che le squadre giovanili più impattanti siano Trieste e Udine dove c’è la serie A. Che si debba lavorare sulle nuove generazioni è un fatto assodato: se non c'è costruzione non c'è ricambio, se non c'è ricambio non c'è futuro per la pallacanestro. Allo stesso tempo, i ragazzi devono intravvedere un'immagine prospettica: un punto di approdo, una linea di arrivo. A Trieste, tutti i cestisti in erba sognano di calcare quel parquet, agognano di giocare nella squadra della propria città: ecco perché l'entusiasmo è alle stelle, perché sono molti i praticanti e perché ci sono ragazzi di sicuro avvenire. L'effetto traino dato dalla squadra della città diventa carburante affinché la pallacanestro giovanile possa correre ad alta velocità. Frasi del tipo ‘ ci occupiamo dei giovani, non ci interessa la squadra senior ‘ appaiono come slogan altisonanti ma privi di lungimiranza. È come costruire le fondamenta di una casa e poi lasciare tutto a metà. Penso alla mia città e capisco perché molti ragazzi sentano forte attrazione per quei lidi dove la pallacanestro si trova ai piani alti: non è questione di qualità delle squadre, spesso non così alta, nemmeno di staff tecnici, non così superiori. Giocare in un settore giovanile di una società importante vale di per se sacrifici e chilometri, se non altro per inseguire un sogno, per dare un senso alla passione. Anch'io ho un sogno: che i giovani di Pordenone possano avere l’ambizione e sentirsi fieri di giocare nella squadra della città. E, che attraverso quella maglia, possano indossarne altre, più prestigiose, come è successo già a tanti nativi di questa terra. Ecco perché sono felice che si stia risalendo la china: questa città merita una prima squadra di valore, se non altro per la storia importante e per ciò che rappresenta. Quando gli allenatori parlano ai giovani, non hanno bisogno solo di idee, ma anche di esempi: le idee sono astratte, gli esempi hanno carne e ossa e li puoi vedere, ascoltare, toccare tutte le domeniche, al palazzetto dello sport, ora palaCrisafulli, solo per ricordarne uno - pace all’anima sua - che pordenonese doc prima di giocare con le celebri scarpette rosse indossava la prestigiosa maglia della Romolo Marchi.
mercoledì 11 ottobre 2017
liberi tutti
Il vincolo sportivo, oltre ad essere un illegittimo impedimento della libertà personale, è diventato negli anni un grande freno alla crescita della pallacanestro italiana. Non certo l’unico, forse nemmeno il più evidente, certamente artefice della mediocrità con cui si lavora nei settori giovanili. Cerco di spiegarmi prima che qualcuno cominci a mettermi le mani addosso: quello che sto per dire non farà piacere a molti, ma se vogliamo trovare un antidoto ad una situazione che va deteriorandosi ora dopo ora, è necessario essere crudi e onesti nell’ammettere che ciò che può dare vantaggi nell'immediato può provocare danni irreparabili nei tempi lunghi. Esempio classico: in ogni squadra che si rispetti accade che uno o più giocatori abbiano qualità tecniche più elevate rispetto al resto del gruppo; se dovessero chiedere di andare ad allenarsi e giocare in un ambiente più prestazionale, nella quasi totalità dei casi verrebbero respinti grazie anche al deterrente del vincolo, che funge da chiavistello invalicabile a scoraggiare qualsiasi tentativo di fuga. Così avviene che chi potrebbe migliorare è impedito a farlo, con conseguenze spesso deleterie: nel migliore dei casi lo sviluppo tecnico si interrompe bruscamente, nei peggiori ci troviamo spesso di fronte ad abbandoni precoci o a cambi repentini di disciplina sportiva. Per costringere un giocatore a restare, con le buone e spesso con le cattive, si mette una pezza alle problematiche del momento ma, allo stesso tempo, si scava una buca insormontabile per le speranze di futuro del giocatore stesso. Per salvare una squadra - perché altrimenti come è possibile andare avanti se qualcuno se ne va - stiamo ammazzando la pallacanestro: chissà quanti potenziali atleti di livello sono rimasti intrappolati nelle reti del ricatto del tesseramento. Altra questione, direttamente collegata: il fatto che i giocatori non possano andarsene liberamente ha abbassato di gran lunga la qualità del lavoro formativo in palestra. Se non esistessero vincoli, le società sportive sarebbero obbligate ad assumere i tecnici migliori e a garantirne la formazione, a presentare alle famiglie e relativi giocatori dei progetti credibili e completi. Così come stanno le cose, invece, Il tutto è orientato verso il basso e il risparmio: pochi allenamenti, allenatori reclutati in extremis e spesso demotivati, partecipazione a campionati provinciali più redditizi sia come costi che come risultati, allenamenti brevi e orientati ad aspetti aggregativi più che di apprendimento. La scusa è che il tempo a disposizione è limitato, ma nessuno fa niente per aumentare il carico. In questa situazione, è matematico che non escano giocatori di livello: le poche società che fanno un buon lavoro a livello giovanile non possono sobbarcarsi tutto il peso del reclutamento e della formazione dei giocatori. È risaputo, infatti, che la gran parte del patrimonio agonistico nazionale provenga da società piccole e periferiche e che solo in un secondo momento sia transitato attraverso i canali ufficiali dei club più attrezzati nella costruzione dei giocatori. È chiaro che, a fronte dello svincolo, andrebbero premiati, subito e non a posteriori, i club che hanno reclutato i ragazzi che hanno scelto altre sedi per sviluppare le capacità tecniche: ma questa è un'altra storia e, forse, ne riparleremo un'altra volta.
giovedì 21 giugno 2012
perdenti e vincenti
Il perdente ha sempre una scusa.
Il vincente si prende le colpe.
Il perdente è forte con i deboli.
Il vincente è forte comunque e ovunque.
Il perdente pone problemi.
Il vincente trova risposte.
Il perdente allarga le braccia.
Il vincente si rimbocca le maniche.
Il perdente vede il bicchiere mezzo
vuoto.
Il vincente quello pieno.
Il perdente se la prende con gli altri.
Il vincente se la prende con se stesso.
Il perdente quando perde sbatte la
porta.
Il vincente quando perde abbraccia
l’avversario.
Il perdente quando vince deride.
Il vincente quando vince rispetta.
Il perdente non ha bisogno di
migliorare.
Il vincente cerca sempre di farlo.
Il perdente si tiene tutti i meriti.
Il vincente li divide con gli altri.
Il perdente parla in prima persona
singolare.
Il vincente parla in prima persona
plurale.
Il perdente qualche volta è contento di
perdere.
Il vincente non lo è mai.
Il perdente qualche volta non è contento
di vincere.
Il vincente lo è sempre.
Il perdente ha un obiettivo solo:
vincere ad ogni costo.
Il vincente ne ha un altro: provare a
vincere.
Il perdente non è un buon compagno di
squadra.
Il vincente è il compagno che vorresti
avere sempre.
Perdenti o vincenti non si nasce.
Perdenti o vincenti si diventa.
Perdenti o vincenti.
Non si scappa, non c’è via di mezzo.
tratto da Le Parabole del Console
martedì 1 novembre 2011
Luca....
E' difficile fare quello che mi appresto a fare. E' difficile, è improbo, è... è forse ingiusto, come ingiusto, profondamente ingiusto, è ciò che è accaduto: troppo pochi i giorni che sono trascorsi dalla scomparsa di un amico, di una amico vero, di Luca; troppo pochi i giorni trascorsi dal suo abbraccio, quando ci incontrammo per accompagnare Cesco, suo fratello. E se doverosi sono i ringraziamenti a Livio, al Console, che mi ospita per queste due righe, probabilmente inadeguate, doveroso è anche sottolineare come non sia io forse la persona adatta. Troppo parte in causa, troppo legato a una persona che con me ha condiviso passioni, e gioie, delusioni e speranze. Di una persona con la quale la vita è stata davvero crudele. Era un gigante Luca, era un adulto con la testa di un ragazzino, era superman, quando schiacciava mente noi gioivamo per aver toccato la retina. Era la sua voglia di vivere, di essere allegro, di crearsi un futuro, lo stesso che parzialmente non ha avuto. Era la pallacanestro, era la Perseo e i rockabilly, era la sua banana ed era le Cripper. La musica, Luca era la musica e le sue ragazze. Era la sua Cagiva, era il suo sorriso. Era le tante partite vinte, ed era l'ammirazione ed il rispetto per i grandi, perchè allora un anno era un muro, due erano un abisso che Luca sapeva sorvolare diventando amico di tutti. In punta di piedi, con la curiosità di un bambino. Luca era la vita, anche dopo quel maledetto incidente, quell'attimo che lo ha segnato, strappandogli molto ma non tutto, lasciandogli un sacco di cose alle quali aggrapparsi con un coraggio che non so, non credo riuscirei ad avere. Anche a Treviso, in lungodegenza, Luca era tutto ciò: era la speranza di tornare ad essere ciò che era, era l'allegria di chi non ti fa piangere, lui che avrebbe dovuto essere il primo a farlo. Una parola buona, una parola giusta, per tutti. Con una disarmante sensibilità, Luca, ci provava, ci ha provato sino in fondo. Lasciando in tutti l'impressione – e probabilmente anche la certezza – di non aver fatto abbastanza, di non essergli stati vicini a sufficienza. Sarebbe facile dire ora che la vita, in fondo, è così:
no, Luca, la vita non dovrebbe essere così, dovremmo avere più voglia più tempo, perchè quello che avrei dovuto passare con te sarebbe stato il tempo migliore.
“Ero il più forte di tutti!”, me lo dicevi spesso, Luca. Mai come ora posso dirlo, davvero. Si, eri il più forte di tutti. Di tutti quelli che, come me, ora non trovano chi non li faccia smettere di piangere. Non è giusto, Luca. Non è giusto.
Piero Della Putta
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