Lo sciopero dei calciatori può indurci a conclusioni affrettate. È vero: sono generalmente viziati - ma come nel caso dei figli la colpa è dei genitori - guadagnano molto bene - anche se i veri privilegiati sono quelli che giocano nei grandi club - fanno un lavoro che tutti noi vorremmo fare al loro posto - sebbene l'allenamento ad alto potenziale agonistico contenga degli aspetti poco piacevoli. Ma il cancro sta a monte: nessuno ha ordinato alle società di proporre contratti faraonici e di avere 50 giocatori a libro paga. Ci sono atleti fuori rosa - potremmo chiamarla cassa integrazione calcistica - che hanno stipendi da favola malgrado non siano mai impiegati: non è responsabilità loro se le società si accontentano di pagare in questo modo il silenzio e l'obbedienza. Va però detto - per evitare fraintendimenti - che in genere uno sciopero viene utilizzato per questioni di vitale importanza: la perdita del lavoro, la libertà individuale, le riforme in campo sociale. Fermare il campionato per il contributo di solidarietà - e chi non lo vorrebbe pagare? - o per un emendamento ad un articolo del contratto dove si chiede maggiore autonomia delle società su allenamenti differenziati sembra davvero ridicolo ad un giudizio popolare spicciolo. I calciatori devono capire - Tommasi in primis che ne è rappresentante e che personalmente mi è sempre piaciuto - che non è questo il momento per fare capricci di fronte ad un'Italia ferita e che non riesce a venir fuori dall'incubo della recessione. I giocatori potrebbero nel giro di poco tempo passare da idoli a simboli dell'egoismo sfrenato: a quel punto non sarebbe così difficile accomunarli all'odiata classe politica con devastanti conseguenze anche di ordine pubblico. La gente vorrebbe vedere che tutti - pur da posizioni diverse - sono disposti a fare i necessari sacrifici. Anche noi però abbiamo bisogno di un bagno di coerenza: non possiamo lamentarci dei privilegi altrui e favorirne il mantenimento. Gridare "andate a lavorare" non può fare il paio con "siam venuti fin qua a vedere giocare Kakà". Non dimentichiamoci mai che siamo noi tutti a tenere in vita il circo.

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