La fortuna nello sport non esiste. Esiste nel gratta e vinci, nella lotteria di capodanno, nella tombola di paese. La fortuna e, di conseguenza, il suo contrario, sono l'ennesimo pretesto per trovare una facile e, mi si lasci dire, banale spiegazione alle vittorie o sconfitte, a seconda di dove le si guardi. É bene dire che non è il caso - o il caos - a governare le sorti di un incontro: trovo più appropriato il termine imprevedibilità, che costituisce il fascino di qualsivoglia contesa agonistica. Possiamo preparare alla perfezione il piano partita e provarlo con ogni minuzia sul campo, ma la successione degli eventi sarà talmente sorprendente da rendere inevitabili adattamenti e manovre inusuali. L'imprevedibilità può essere allenata: ad esempio, variando continuamente situazioni di gioco o utilizzando trucchi strani come attaccare o difendere in vantaggio o svantaggio numerico. É chiaro che se la preparazione segue tracciati predefiniti e ripetuti alla noia, non ci si può lamentare di risultati impari alle attese. I giocatori in campo sono - o dovrebbero essere - anime pensanti, in grado di operare scelte per il bene della squadra: ogni decisione comporta delle conseguenze, perciò fare un passaggio in più o in meno determina la buona o cattiva riuscita di un'azione di gioco. Parlare di buona sorte significa mancare di rispetto a chi lavora quotidianamente per levigare le impurità e trasformare un insieme di giocatori in una squadra sinfonica. Lo stesso concetto vale per il buzzer beater, il cosiddetto tiro da lunga distanza. Chi é allenato per fare canestro da dieci centimetri, può fare canestro da venti metri. Ecco perché l'impresa di Antonia Peresson, nostra concittadina in USA, che ha fatto il giro della rete e dei social network in poco tempo, non è casuale e nemmeno frutto della fortuna: certamente é più facile sbagliare, ma sbaglio o si sbaglia anche da sotto canestro? Non sono stupito di quanto successo, più che altro preoccupato per quel povero maestro d'armi di vecchia scuola che le ha insegnato a tirare e al quale vogliono scippare i pochi meriti rimasti.
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