"Non è il cammino impossibile, ma l'impossibile è cammino"

venerdì 17 febbraio 2017

basta la parola

La voce. Per chi gioca a pallacanestro, il sesto uomo in campo, soprattutto in difesa. Collaborare, mandando e ricevendo messaggi ( non virtuali ), gratificare per un passaggio ricevuto, incoraggiare  risollevando l'umore, arrabbiarsi per dare e ottenere il massimo. Eppure la voce, soprattutto per i giovani in campo, rimane un grande tabù: nessuno parla, nessuno avvisa, pochi incitano se non in rare occasioni. La voce è la differenza tra una somma di singoli e una squadra vera: da una parte un insieme scomposto di pseudo giocatori costruito sulla sabbia, dall'altra un gruppo di cemento armato con identità e appartenenza indistruttibili. Com'è che la confusione, spesso chiassosa, degli spogliatoi non si riversa quasi mai in campo? Sembra di assistere ad una messa: l'arbitro come celebrante, i chierici al tavolo, i giocatori come fedeli osservanti del silenzio, i canestri veri altari proiettati verso il cielo. Ogni tanto si sentono le urla disperate degli allenatori e qualche sortita infelice dalla tribuna: chi dovrebbe parlare tace e chi dovrebbe tacere parla. Spesso la parola viene usata nel peggiore dei modi: per accusare gli altri, per trovare alibi al di fuori di se stessi, per lavare la coscienza con l'acqua quando servirebbe un quantitativo straordinario di sana umiltà. Questa è la cosiddetta voce distruttiva, quella che avvelena e che lascia strascichi fallimentari: di gran moda oggi, purtroppo, perché ferire assomiglia più ad un vanto che ad una colpa. In panchina invece di urlare e di gesticolare, si chiacchiera: certamente molto elegante, ma poco redditizio. Chi partecipa e vive la partita in attesa, si farà trovare sicuramente pronto quando l'attesa avrà fine ( a meno che, si spera di no, l'attesa non abbia mai fine, ma questa è un'altra faccenda ). C'è anche una voce interiore che va ascoltata, quella che dopo ogni errore ci dice di dimenticare e andare oltre e dopo ogni prodezza ci dà una bella pacca sulla spalla: imparare a parlare con se stessi è come giocare con un amico accanto che ci consola e ci premia in continuazione. Nel tentativo maldestro e infausto di correggere le mie sclerotiche abitudini, una madre coraggio un giorno mi avvicina dicendo ' ma lei non dice mai una volta bravo '. Al che ho risposto con la mia solita sgarbatezza ' signora, ma le pare che dopo un canestro, con tutto quello che succede dentro, sia necessario aggiungere qualcosa? ' . Lascio a voi la fine della storia. Ero giovane e inesperto, a quel tempo.

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