"Non è il cammino impossibile, ma l'impossibile è cammino"

martedì 17 dicembre 2013

dalla pallacanestro al basket




Sorrisi, abbracci, forse qualche lacrima - naturalmente nascosta, perché chi fa sport non deve piangere! -. Merito di un libro, delle sue foto, dell'uomo che faticosamente e meticolosamente ha messo insieme 80 anni della storia della pallacanestro pordenonese. Che é poi la storia di ciascuno di noi: se non ci fosse stato Dado Lombardi, se non gli fosse venuto in mente di passare di qua,  chissà ora dove saremmo tutti quanti. Colpiti e affondati da un omone livornese di origine - perciò inevitabilmente focoso - che faceva paura solo a vederlo. Un giorno mi passó accanto, avevo 14 anni, e mi chiese se mi avrebbe fatto piacere giocare nella Romolo Marchi. Certo che mi avrebbe fatto piacere! Finalmente avrei avuto quell'alieno di Domenico Fantin dalla mia stessa parte e forse avrei potuto giocare qualche finale nazionale. Ma ero tesserato con l'Edera, la vecchia società repubblicana, e Bosari, presidente nonché dirigente tuttofare - perché a quel tempo i presidenti facevano tutto -, mi avrebbe impalato all'istante. In qualsiasi caso, non avrei avuto scampo: decisi di restare, un po' per codardia e un po' per fedeltà, così tornai alle irrimediabili stoppate dell'uomo con le antennine maledendo ogni giorno la scelta, o non scelta, fatta. Mario Ferracini, burrascoso ma indefesso allenatore della squadra, ci riunì in spogliatoio dicendo che avrebbe lasciato andare chiunque ne avesse fatto richiesta: stavo per alzare la mano quando cominció ad elencare gli obiettivi tecnico-tattici della nuova stagione. In sostanza non me ne andai perché fui troppo lento. Così capii l'importanza del tempo: se arrivi tardi, perdi. Questo vale anche oggi, dopo quasi quarant'anni. Malgrado non fossi un fenomeno come giocatore e non avessi mai vinto niente in carriera, conservo gelosamente ancora oggi il mio inattaccabile alibi di ferro: nacqui purtroppo nello stesso anno del giocatore locale più forte mai visto in città. Sfido chiunque a contestare la veridicità di questa tesi. Lombardi non era solo l'allenatore della prima squadra: non perdeva una partita delle giovanili stando in tribuna e, talvolta, quando le cose si mettevano male, ci metteva poco malgrado la mole a scavalcare le transenne del vecchio palazzetto ( quello con un piano solo, dove la domenica si stava pigiati mentre oggi che c'è un piano in più non si capisce a cosa serva ) e prendersi d'autoritá il posto in panchina spostando di peso il malcapitato allenatore nei guai. Se oggi possiamo fare pallacanestro, lo dobbiamo agli uomini che hanno amato prima di noi e come noi questo sport, questa città, questi colori. Grazie a Roberto Ponticiello e al suo lavoro certosino, questa storia non é più leggenda narrata, ma storia vera scritta e impressa nei cuori di ognuno. Malgrado le delusioni, le cadute, i tradimenti, le sconfitte, i rimpianti, siamo ancora qui a lottare e soffrire per la pallacanestro. Un motivo ci deve essere. O siamo masochisti o eternamente innamorati. Forse tutte e due le cose. 

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