Il discepolo supera il maestro. Fattore K alla ribalta: Knight e Krzyzewsky si passano il testimone. 903 partite vinte in carriera. Un abbraccio commovente a fine partita. Il discepolo, visibilmente emozionato, dirà:" sono orgoglioso di aver avuto un maestro come Bobby ". Una bella storia, fra due giganti del basket universitario che hanno dato un'impronta indelebile a questo sport. Chi non ha succhiato le idee di questi due mostri? Knight artefice del concetto difensivo di squadra e della disciplina nel lavoro: i suoi metodi duri, al limite della sopportazione, hanno forgiato centinaia di giocatori. Sua la celebre frase provocatoria: vorrei allenare 10 giocatori orfani. Mike Krzyzewsky, signore in panchina, fautore del gioco pulito ed organizzato in attacco, capace di riportare al posto giusto l'immagine del basket americano: quando ci fu da scegliere l'allenatore della selezione statunitense alle ultime olimpiadi, il consenso su coach K fu praticamente unanime. Duke, l'università per la quale allena, gioca sul K court, riconoscimento dato solo ai grandi della pallacanestro d'oltre oceano. Dobbiamo molto a questi due personaggi: l'identificazione dell'università con l'allenatore è il modo migliore per dare continuità ad un progetto. Il paragone con Ferguson e il sistema Manchester non è inopportuno. Chi va in queste squadre è perfettamente consapevole di ciò che può trovare e di ciò che l'aspetta. Abituati ai facili esoneri e agli incarichi ad tempus, ci suona strano pensare ad allenatori che stanno nella stessa piazza per molti anni: in Italia una cosa del genere sarebbe improponibile. Il segreto? Un ambiente sano e unito, senza pressioni e inutili polemiche, dove tutti sono orgogliosi di lavorare per la stessa causa. E dove la parola fiducia trova ancora ragione di essere pronunciata.

Nessun commento:
Posta un commento