Quando ero giovane mi chiedevo che senso avesse allenare squadre di un altro paese. Hanno cominciato gli slavi con il calcio: frettolosamente li definii mercenari, santoni frustrati incapaci di ottenere risultati in patria. Ora ne è pieno il pianeta: italiani all'estero e stranieri in Italia. Anche il mio giudizio è cambiato: se potessi, andrei anch'io volentieri in giro per fare nuove esperienze in ambienti incontaminati. Vedendo Velasco allenare la nazionale iraniana di pallavolo mi è salito un sentimento misto di ammirazione e invidia: ammirazione per un uomo che ha vinto tutto e che riesce a trovare nuovi stimoli, invidia per l'adorazione dei giocatori nei suoi confronti. L'entusiasmo di queste squadre esordienti nel panorama internazionale é davvero contagioso: spesso gli allenatori hanno bisogno di un bagno di vitalità ricreandosi in ambienti dove è necessario partire da zero ma la volontà di crescere è impareggiabile. I casi di longevità sulla stessa panchina sono sempre più rari: Fergusson, Wenger, Pianigiani. Ma questi sono in una botta di ferro. Ogni tanto c'è bisogno di cambiare e di portare il proprio credo da altre parti: spesso la nostra spinta vitale trova inevitabile esaurimento quando è spesa per troppo tempo nello stesso posto. Insomma, l'ambiente è stufo di noi e noi siamo stufi dell'ambiente. In questo senso capisco Messina, Scariolo, Anastasi, Guidetti, Capello, Trapattoni: di certo loro sono su un altro livello, ma la questione in gioco è la stessa. Trovare altri stimoli e soddisfazioni nuove: il desiderio di sentirsi ancora utili li ha portati in giro per il mondo. Forse a noi, comuni mortali, basterebbe solo qualche chilometro.

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