C'è un momento in cui tutto esce dalle orecchie. Gli alunni, i giocatori, le palestre, i colleghi. In base alla par condicio, anch'io devo aver subito la stessa sorte in qualche orecchio altrui. Vorresti prendere una chitarra e salire sul palco. Oppure un pennello. Picozza e scarponi. Barca a vela. Fuggire? Si, fuggire. Come clandestini nella notte. Come ladri in pieno giorno. Come vigliacchi, non importa. Il rapporto con la quotidianità è ambivalente: è lavoro, guadagno, famiglia, relazioni. Ma è anche ripetizione, nausea, orari. Fare e disfare. Ricominciare daccapo, adattando continuamente il sistema nervoso alle novità, spesso squilibranti e irrispettose. Continuiamo a farci del male, incuranti degli effetti irreversibili. La pensione non è più il giusto compenso dopo anni di lavoro: è libertà, riappropriazione, identità. Non ci penso: di questo passo potrei togliere il disturbo molto prima. Siamo animali complessi: il mio cane, da cui dovrei imparare, si accontenta delle carezze giornaliere. Purtroppo, a cinquantanni suonati, non ho ancora imparato l'arte: trasformare l'ordinario in straordinario. Ci provo, ma ogni volta inciampo. Dovrei godere di quello che ho, se non altro per rispetto all'umanità ferita. Sono fatto male: amo ciò che faccio, ma sono innamorato di altro.

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