Non c'è nulla di più soggettivo della soglia del dolore. Lo stesso incidente può determinare, in persone diverse, reazioni totalmente opposte. C'è che si lamenta per nulla e chi non si lamenta mai. Io ho preso la mia decisione: se un giocatore dice di star male, non lo faccio giocare. Motivazioni: mai mettere in campo controvoglia; soprattutto, se vuoi giocare, impara a non frignare. Nessuno è indispensabile, tantomeno chi si chiama fuori dalla contesa. In genere le nuove generazioni sopportano meno fatica e dolore: non è un problema genetico o evolutivo, semplicemente sono stati abituati così. Potrei fare nomi e cognomi di atleti che hanno gareggiato sopportando fastidi di ogni genere dichiarando falsamente di star bene: questi signori, pur rischiando a volte sulla propria pelle, hanno dimostrato prima a sè stessi e poi agli altri di avere delle qualità superiori. Non si lasciano i compagni nella bufera, c'è un codice d'onore che va rispettato. Si crea un circolo virtuoso: se vedo un mio compagno soffrire e tenere duro, anch'io non mi tirerò indietro quando ci sarà da resistere. La forza di una squadra sta proprio in queste cose: non è il talento, semmai la volontà di soffrire assieme. Non la bravura, casomai il rispetto. Quando le gambe stanno per crollare e il fiato sta diventando corto, ci deve essere pur qualcosa che ci fa continuare: sapere di poter contare sull'onestà e la tenacia dei compagni ci fa gettare il cuore oltre l'ostacolo. Tutti siamo doloranti, ma non c'è miglior medicina di una vittoria conquistata con i denti. Se sarà sconfitta, la coscienza è salva. I dolori passano, i rimorsi meno.
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