4 giugno 1983. Scendo in strada con il tricolore e mi trovo da solo. Ma come? L'anno prima avevamo vinto il mondiale di calcio e tutti, perfino il sindaco, avevamo fatto il bagno in fontana. Invano cerco qualche amico, un compagno di squadra per condividere quella gioia sconfinata. La prima volta dell'Italia del basket! Un manipolo di eroi con le contropalle che finalmente aveva regalato alle nuove e vecchie generazioni una soddisfazione unica. Li cito tutti perchè davvero quella era una vera squadra, dove ciascuno era al servizio degli altri e il risultato comune era superiore a qualsiasi ambizione personale: Caglieris, Marzorati, Meneghin, Sacchetti, Villalta, Brunamonti, Premier, Gilardi, Bonamico con in panca Gamba e Sales. Uomini prima che atleti con una miscela perfetta e vincente di coraggio ed intelligenza.L'Italia riuscì a battere per ben due volte la Spagna di San Epifanio e addirittura la Yugoslavia di Kicanovic e Dalipagic: celebre la rissa dopo un fallo omicida degli slavi in cui ci furono scambi di cazzotti proibiti e addirittura la comparsa di forbici e oggetti contundenti. Era la prima volta che vedevo gli jugoslavi soffrire e gli italiani difendere così strenuamente l'orgoglio nazionale. Erano gli anni d'oro della pallacanestro in Italia: boom di praticanti, allenatori preparati nei settori giovanili, entusiasmo alle stelle: logico che il finale fosse congruente alle attese. Per arrivare in fondo, per vincere, ci vuole sempre qualcosa in più rispetto agli altri: quegli uomini, quei giocatori, ce l'avevano: l'appartenenza ad una terra, ad un popolo, ad un sogno. Quel giorno, nel vedere Caglieris baciare il pallone e portarselo via, non riuscii a contenere le lacrime. Piansi da solo, ma ne valse la pena.

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