"Non è il cammino impossibile, ma l'impossibile è cammino"

martedì 3 luglio 2018

giù le mani

Ora basta. La misura è colma. Lo sport non ha bisogno della politica e la politica non ha bisogno dello sport. Usare gli atleti per veicolare concetti ideologici è diecimila volte peggio che per fini commerciali. Gli atleti sono degli atleti. Punto. Come hanno giustamente detto le staffettiste d'oro ai giochi del mediterraneo, nessuna di loro ha fatto caso al colore della pelle: la cosa importante, imprescindibile, è dare il massimo per se stesse e per la nazione di cui si fa parte. Lo sport non può risolvere i problemi dell'immigrazione, meglio ancora, non si pone nemmeno il problema. Il colore della pelle è l'ultima delle questioni in gioco: ciò che conta è la lealtà, l'impegno, il rispetto, l'altruismo, il sacrificio, l'appartenenza. E potremmo continuare con una serie infinita di valori, che non sono parole, ma un codice condiviso da tutti. Coloro che strumentalizzano gli atleti per fini di parte sono gli stessi che si occupano di sport una volta ogni quattro anni, quando ci sono le Olimpiadi o i mondiali di calcio. Chi vive ogni giorno di sport sa bene che non c'è tempo e nemmeno ragione per occuparsi di questioni che nulla hanno a che fare con la sacralità della competizione, basata su regole e principi assolutamente indipendenti e inviolabili. In una nazionale, gli atleti vengono scelti in base a criteri scientifici e verificabili, ossia a risultati certi conseguiti durante la stagione. Perciò, lasciamo in pace lo sport e proteggiamolo da qualsiasi contaminazione: già deve difendersi da minacce endogene quali doping e scommesse, ci mancano solo le mani addosso della peggiore politica, quella fatta di slogan e frasi facili per demolire le ragioni dell'avversario. Nello sport, che è tutto un altro mondo, l'avversario non è un nemico, semmai un'opportunità per misurare i propri limiti.

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