Sono onesto, ho partecipato anch'io in passato all'infantile godimento dei mali sportivi altrui. Oggi me ne vergogno. È un esercizio becero, messo in atto da chi non può concedersi soddisfazioni se non nell'altrui sventura: verrebbe da dire da chi non ha mai fatto sport in modo serio, se non indossando magliette tarocche davanti a boccali di birra facendo uso di volume sconsiderato della voce. Chi fa o ha fatto sport conosce la sofferenza della sconfitta: il peso schiacciante di aver perso un'occasione quasi unica, la frustrazione di aver faticato molto e raccolto nulla. Non sono juventino, giammai, perciò al di sopra di ogni sospetto: l'improvvisata con tanto di vestizione madridista - salvo indossare i colori azzurri in altre occasioni con gli stessi protagonisti ieri beffeggiati - non fa onore allo sport, al popolo italiano, all'essere umano. Qui non si parla di antipatia, di gufaggine, di sfottò o altro: si parla di malcostume, che spesso si applica anche a situazioni non sportive e, quindi, con accezioni e conseguenze ben più gravi. Sperare nel fallimento del prossimo è uno degli esercizi più popolari e divertenti: questa sorta di sadismo dei tempi moderni è purtroppo una disciplina - pseudo sportiva - che possono praticare tutti, soprattutto coloro che litigano spesso con la realizzazione dei propri sogni. Chi è centrato su se stesso, difficilmente ha tempo da perdere ad osservare gli altri. Da milanista convinto e frustrato - sono anni ormai che non giungono belle notizie dalla sponda rossonera - ho preferito andarmene a spasso nelle strade deserte. Che la Juve vinca o perda, conta il giusto. Ma se qualcuno cade - metaforicamente intendo - e altri ridono, la cosa conta un po' di più. E, sinceramente, mi piace poco ( no like ).
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