E' l'uomo del giorno, forse dell'anno. Ha un nome poco calzante: Prandelli è tutto fuorchè Cesare. E' signorile, cortese, elegante. Ma soprattutto e sorprendentemente umile. Fugge la ribalta. Vive l'incanto con disincanto. Furbo e intelligente senza darlo a vedere. Sarà ricordato come colui che ha raccolto e rimesso insieme i cocci: dopo il trionfo in terra tedesca e il fiasco di Donadoni non era certo un compito facile ridare un'immagine positiva all'italia calcistica. Ha proposto in attacco una coppia naif: non c'è allenatore al mondo in grado di imitare tale gesto intrepido. Uno scampato alla morte e sul punto di abbandonare la carriera agonistica, l'altro linciato per atteggiamenti eufemisticamente poco adeguati. Mi viene in mente Sacchi, che nella sua maniacale organizzazione di squadra mal sopportava il genio di Roberto Baggio: chissà cosa avrebbe fatto con quei due. L'Italia finalmente ha un gioco: non specula sugli errori altrui, cerca di imporre la propria qualità tecnica. In fondo, ciò che ci caratterizza da sempre è l'estro e la fantasia: come nell'arte, anche nello sport ogni popolo esprime un'identità, un gusto, una peculiarità. Per questo i tedeschi ci supereranno in efficienza e produttività, ma continueranno a perdere: l'organizzazione e l'ordine non sono tutto, spesso ci vogliono creatività e improvvisazione. Del nostro uomo affascina la sobrietà con cui vive la professione: poche parole, nessuna sbavatura, carezze per tutti. Un gentiluomo verrebbe da dire. Talmente distaccato da lasciare una prestigiosa panchina per stare accanto alla moglie malata. Forse il dolore fortifica. Di sicuro crea delle gerarchie: non c'è sofferenza più grande che perdere un proprio caro. Nemmeno perdere ai rigori una finale europea. Anche se noi tutti gli auguriamo di vincere. Se c'è qualcuno in credito con il destino, è proprio lui.

Nessun commento:
Posta un commento