Se una
partita di pallacanestro finisce 48-42 e non ci troviamo di fronte ad un torneo
aquilotti ma ad una finale nazionale under 17 maschile c’è qualcosa che non funziona.
Posso capire tutto: difese fisiche ed asfissianti, ricerca del risultato,
tensione, emotività. Segnare sei canestri – lasciando fuori ipotetici tiri
liberi – in dieci minuti è davvero poco ed è un segnale d’allarme. Ci interessa
vincere? Allora va bene anche 10-9. A tutti interessa vincere, ma non possiamo fingere di non essere preoccupati. O meglio: ci preoccupiamo troppo degli altri piuttosto che di noi stessi. Guardiamo migliaia di video e scoutizziamo al dettaglio ogni giocatore della squadra avversaria e forse ci dimentichiamo della cosa più importante: fare canestro,che è poi lo scopo del gioco. E' aumentata la qualità difensiva o è scesa quella offensiva? Probabilmente vere entrambe le tesi. La prima non può che farci felici, ma la seconda è inquietante. Il nodo cruciale della questione non sta tanto nella conoscenza dei fondamentali: l'italia è piena di giocatori "belli", intendendo con questo termine pulizia e grazia nei movimenti. La verità è che pochi sanno usare la tecnica di gioco, ossia la capacità di leggere le situazioni e fare le scelte giuste. Atleti di copertina, ma non di sostanza. Un conto è saper palleggiare, un altro saper usare il palleggio. Molti ragazzi che noi alleniamo sanno palleggiare, passare e tirare, ma pochi sanno servirsene in partita. E' su questo che dovremmo lavorare di più. Meno tempo alla tattica, più tempo a situazioni reali di gioco. Sgomberiamo il campo da un falso stereotipo: chi non dedica tempo alla tattica, è destinato a perdere. Non è vero: chi dedica tempo a migliorare i propri giocatori vince. Ed è dimostrato. Non si tratta di fare mille tiri ad allenamento; si tratta di imparare a scegliere quando e come tirare. Come mai i giocatori della mia generazione che avevano allenatori più improvvisati e minori spazi di allenamento risultavano comunque efficaci? La risposta è semplice: facevano pallacanestro sui campetti degli oratori, dove potevano tradurre in pratica le lezioni teoriche ricevute in palestra. Partite all'ultimo sangue, dove chi perdeva doveva lasciare il campo. Se non è più possibile tornare indietro, si possono però ricreare situazioni analoghe in allenamento: abbandonare le esercitazioni ripetitive e asettiche e fare proposte riconducibili alle reali fasi del gioco.In sostanza, il vecchio 3 contro 3 su un campo è molto più utile di mille altri esercizi. Dicevano che i 24 secondi avrebbero apportato maggiore spettacolo e quindi punteggi più alti: la mia opinione è che invece è successo il contrario, fretta e approssimazione hanno abbassato il quoziente offensivo. Se nelle università americane si giocano 35 secondi per azione un motivo ci deve essere. Torniamo ad occuparci dell'attacco: con la difesa, è vero, si vincono i campionati. Basta non lamentarsi se la nostra nazionale non riesce a qualificarsi per le olimpiadi.
Nessun commento:
Posta un commento