Faccio sempre più fatica a terminare l'anno scolastico. È cambiata l'età. Sono cambiati gli alunni. È cambiata la scuola. Sono cambiati i dirigenti. Se penso che dovrò insegnare almeno per altri quindici anni, mi vengono i brividi. Poi mi viene in mente Giovanni Trapattoni che a settantatré guida una nazionale in perfetta forma e immediatamente mi passa la tramontana. La mia pazienza si trova in riserva: negli anni di noviziato, avrei sorvolato con brillante disinvoltura. Come dice un maestro, "fossi stato un pò più giovane l'avrei stracciato con la fantasia". Purtroppo, la fantasia ha lasciato il posto al senso del dovere mentre la grande illusione della semplificazione e sburocratizzazione ha fatto i conti con l'evidente: tra registri cartacei ed elettronici, gli adempimenti sono aumentati alla potenza. Ciò che conta è stare nelle regole: 207 giorni di scuola, firme ovunque, consigli straordinari di ogni tipo. È più facile condannare un assassino all'ergastolo che dare una sospensione ad un monello. I ragazzi hanno una parte di colpe, la più grande ce l'abbiamo noi adulti. Quelli che non ci sono, quelli che ci sono ma fanno finta di niente e quelli che è come se non ci fossero. Indosso costantemente l'elmetto: so di essere duro, spesso anche oltre misura, ma rappresenta il termometro della considerazione che ho verso i miei alunni. In fondo, chi è che ha ancora voglia e tempo di lottare con i nostri adolescenti? Chi ha il coraggio di affrontarli e correggerli? Ho festeggiato il mio personale venticinquesimo con un bel " faccia buone vacanze professore " detto a denti stretti e dita incrociate. So che li rivedrò fra qualche anno, per una caldaia rotta o un impianto andato in fumo. So anche che ci rideremo sopra e forse scapperà qualche parola dolce. Sincera, stavolta.

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