Chi al villaggio. Chi in albergo. Chi in nave: i figli del dream team - quello vero, che non solo fu e rimane la più forte squadra mai esistita su un campo di pallacanestro ma che ebbe l'eleganza e semplicità di vivere, se non altro per uno spazio breve e definito, insieme agli altri - hanno preferito tenere le distanze dalla terra ferma: paura di contagio, norme di sicurezza, o semplicemente assuefazione al lusso? É caduto, in verità ormai da tempo, l'ultimo simbolo autentico del dilettantismo e universalismo olimpico: alla fiaba dell'atleta decubertiniano non professionista svelata dall'approdo inopportuno ai Giochi del calcio detto soccer ( con la formula addolcita e mascherata dell'under 21 ) ha fatto seguito il fai da te nel vitto e alloggio. Una città costata un sacco di soldi e vite umane che ospiterà solo una parte del mondo sportivo: in pratica, le federazioni e le nazioni che non possono permettersi di aggiungere spese ai bilanci già sanguinanti. Insomma, per farla breve, non ci si potrà fotografare con kevin Durant durante un pranzo frugale in mensa: ci si dovrà accontentare al massimo di Clemente Russo o Elisa Di Francisca. Anche alle olimpiadi la virtualità ha preso il posto della realtà. Il villaggio rappresenta il cuore dei Giochi e contiene un messaggio immutabile dai tempi di Olimpia ai giorni nostri: durante le gare, città e nazioni anche nemiche si affrontano lealmente attraverso abilità ginniche. Una vera e propria tregua, dove la politica sta alla finestra - o dovrebbe stare - per lasciare spazio al talento naturale e alla bravura dei singoli e dei gruppi di battere l'avversario attraverso il rispetto delle regole. Nel villaggio convivono gruppi, etnie e popoli diversi: un'occasione unica di scambio e conoscenza reciproca, dove la rivalità si chiama superamento e non soppressione. Io, uomo sfortunato - come molti altri - ho sempre guardato le olimpiadi attraverso lo schermo: per questo mi sembrano inutili, forse pretestuose, le lamentele sullo stato dell'arte degli alloggi brasiliani. Mi verrebbe da dire: se lasciate libero un letto, avvisatemi. Sarebbe come entrare al Madison Square Garden e piagnucolare per il posto assegnato in alto. O a Mirabilandia per la fila. Chi c'è e chi non c'è: questa é la vera differenza. Volete che chiediamo ad Ettore Messina cosa avrebbe scelto tra un armadietto spoglio e la sconfitta con la Croazia?
Nessun commento:
Posta un commento