"Non è il cammino impossibile, ma l'impossibile è cammino"

martedì 23 agosto 2016

mollare gli ormeggi

Non è un vizio capitale, ma la gelosia, parente ma non sorella dell'invidia, procura danni irreparabili. Si può essere gelosi del proprio amante, ma anche del proprio studente o atleta. Un allenatore geloso non riuscirà mai a staccarsi dal proprio giocatore al punto da indurlo alla dipendenza. Il rischio è quello di trovarsi in una dinamica adulto-giovane talmente dominante che nessun altro sarà in grado di proseguire il percorso iniziato. Lasciare un giocatore, soprattutto se di un certo valore, comporta una certa sofferenza ma è un atto dovuto e inevitabile se si vuole che i ragazzi progrediscano sia tecnicamente che umanamente. Ecco perché non bisognerebbe mai allenare più di due, massimo tre anni, gli stessi atleti. L'allenatore è come un seminatore che non conosce i tempi della mietitura: a lui spetta il compito di coltivare ma non di raccogliere. Nessuno può prendersi il merito di aver iniziato e finito un giocatore: ciascuno lascia un'impronta alla quale ne faranno seguito di altre. Siamo gelosi quando abbiamo paura di essere dimenticati: in realtà, tutti gli atleti e i giocatori che sono passati sotto le nostre cure, se siamo stati onesti con noi stessi e con loro, conoscono perfettamente tutti i passi - uno ad uno - che sono stati compiuti per diventare ciò che sono. Anche quelli che non hanno fatto dello sport una professione sanno riconoscere l'impulso ricevuto per essere donne o uomini migliori. Personalmente, trovo non ci sia paragone tra un ragazzo/a che riesce a coronare il proprio sogno e qualsiasi vittoria, anche prestigiosa, ottenuta sui campi: essere orgogliosi, non gelosi, consapevoli che tale soddisfazione va divisa e condivisa con mille persone e situazioni. L'ingratitudine dei giocatori è solamente una costruzione mentale degli allenatori che vogliono girare i riflettori su se stessi scordandosi che la vera missione è scomparire. La gelosia fa male a chi deve crescere: è come buttare troppa acqua ad una pianta con il rischio di farla marcire. Per allenare è invece necessario possedere due forme di generosità: la più facile, che è anche la più comune, sta nel dare il massimo ai propri allievi; la seconda, la più improba, è mollare gli ormeggi quando è necessario farlo. Non è un abbandono, non è un addio, è solo un arrivederci. È un saluto con il fazzoletto dal molo, per approdi più belli ed esaltanti.

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