C'è un prima e dopo Josefa. In mezzo nove olimpiadi, più di trent'anni di agonismo, una collezione infinita di trofei. E sconfitte, perchè nessuno, nemmeno lei, può dirsi invincibile. Ha lottato fino all'ultima gara: ne sanno qualcosa le atlete - sue figlie putative? - che, per lasciarla dietro, hanno dovuto sputare sangue. Una carriera pazzesca, costellata di sacrifici, ma anche di grande soddisfazione e divertimento. Non si arriva a quarantotto anni suonati alle olimpiadi senza piacere nell'allenarsi e gareggiare. Una famiglia sacrificata sull'altare della canoa: marito allenatore, figli immancabili tifosi. Le ultime parole da agonista sono per il suo paese adottivo: " abbiamo purtroppo la cattiva abitudine di farci male da soli ". Proprio così: i nostri diamanti li nascondiamo o li perdiamo per strada. Oppure non ci accorgiamo neppure di averli. L'errore più grande è quello di mettere in soffitta gli atleti che hanno fatto la storia sportiva nazionale: non é una novità, purtroppo, che dopo lo sfruttamento agonistico non ci sia un ritorno prezioso per il movimento sportivo. Mennea e Simeoni ne sanno qualcosa. Gli atleti non muoiono il giorno del ritiro dalle competizioni: hanno moltissime cose da insegnare, soprattutto alle nuove generazioni. Non c'è discorso migliore della testimonianza di un atleta vero. È una bella storia quella di Josefa Idem, di quelle che fanno commuovere. Che non possiamo permetterci di dimenticare. Al diavolo se troppo romantica: voglio usare bene le mie lacrime.

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