L'ennesimo esonero. Siamo in serie A, normale amministrazione. Se vinci, sei un genio e vai avanti. Se perdi, sei un brocco e te ne vai a casa. Le scusanti non servono: società assente, americani sbagliati, organico ridotto all'osso. Il risultato è l'unico e insindacabile arbitro. Kurtinaitis potrebbe essere il migliore allenatore del pianeta - e forse lo è, chi può dirlo? - ma i numeri gli danno torto. È spiacevole dirlo, ci si fa una certa abitudine: è sbagliato, perché si dovrebbe essere giudicati su ciò che si è, sulla dedizione che spesso non trova adeguata corrispondenza nei fatti. Questi criteri di valutazione non dovrebbero esistere quando in gioco c'è la formazione di giovani giocatori: i risultati sono fuorvianti e, in genere, poco indicativi della qualità del lavoro svolto in palestra. Esempio: se c'è un reclutamento dei migliori prospetti, è probabile che la voce vittorie sia di gran lunga superiore a quella sconfitte. Tuttavia, la vittoria in sé non dice molto sulla preparazione dei giocatori e sul grado di miglioramento dei singoli e del gruppo. Lo stesso concetto vale all'opposto per chi ha lo zero in classifica: non è detto che si lavori male, che non ci sia una ricerca faticosa ma tenace di alzare la qualità dei giocatori a disposizione. Qual'è l'obiettivo? Visto lo stato di salute della pallacanestro italiana, allenare per vincere il trofeo dei rioni sarebbe come accontentarsi di imparare la lezioncina a memoria: siamo chiamati a qualcosa di più grande, a regalare giocatori adulti e autonomi che abbiano la fame di mangiare le caviglie di quelli che, al momento attuale, occupano le posizioni in cima. I campionati sono funzionali ai giocatori e i giocatori non sono funzionali ai campionati: se per vincere c'è bisogno di stravolgere il percorso di crescita anche di un singolo atleta, la pallacanestro - ma vale per tutti gli sport - subirà un torto incolmabile. Usare un ragazzo/a in età precoce in situazioni a lui favorevoli e che recano enorme vantaggio alla squadra può risultare fatale in un secondo momento quando le abilità fin lì dominanti non saranno più sufficienti. Ecco perché a livello giovanile, diversamente dai senior, occorre avere tempo. Se nei grandi il tempo è tiranno, per i giovani il tempo è il vero e unico alleato. Tempo e risultato sono inversamente proporzionali: nella fretta è impossibile costruire. Mi verrebbe da dire, a costo di essere blasfemo: una vittoria in meno per un giocatore in più. Ahi, l'ho detta grossa.
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