"Non è il cammino impossibile, ma l'impossibile è cammino"

martedì 20 giugno 2017

gigio libero

Francamente, per quanto mi sforzi, non riesco a trovare in Donnarumma alcuna colpa, se non quella di essersi affidato a gente senza scrupoli e con il profitto come unica ragione di vita. A 18 anni appena compiuti, con un campionato europeo in corso e una maturità da fare, ha staccato di gran lunga i coetanei - posso dirlo con certezza per esperienza diretta - per abnegazione, impegno, determinazione. I naviganti virtuali lo accusano di alto tradimento, noncuranti dei precedenti famosi che pullulano la storia non solo calcistica ( Meneghin da Varese a Milano ad es. ) : qualcuno pretende che un ragazzo appena maggiorenne diventi una bandiera quando, in realtà, deve ancora diventare uomo. Se per i procuratori conta esclusivamente riempire il forziere, per i giocatori contano celebrità e vittorie: da quando è stato inventato lo sport professionistico, il sogno di tutti è sempre stato quello di giocare nei club più titolati e vincenti. Se Gigio fosse arrivato ai tempi del grande Milan, forse non si sarebbe nemmeno posto il problema. Tutti volevano giocare nel Milan degli invincibili: oggi non è così, giocarci è una scommessa che non tutti sono disposti a rischiare. Del Piero, Totti, Maldini? Ognuno fa le proprie scelte e ne paga le conseguenze: se Maldini giocasse oggi, forse si guarderebbe intorno. È risaputo, non si può vincere da soli: in questo la storia di Totti, un fenomeno, è paradigmatica. Cristiano Ronaldo, il più forte di tutti, per vincere ha dovuto accasarsi a Madrid: se fosse rimasto in Portogallo, non sarebbe successo. E così vale per Messi e gli altri campioni. I giocatori non inseguono i soldi, bensì la gloria. Fin dalle olimpiadi dell'antichità, gli atleti venivano considerati alla stregua degli dei e incoronati con l'alloro, simbolo consacrato ad Apollo. Le chiacchiere da bar e le esternazioni intestinali da tribuna nord devono lasciare il posto a riflessioni più ponderate: esiste un diritto alla vittoria? E poi finiamola una buona volta con questi discorsi patetici sulla riconoscenza: se non  ci fosse stata ‘ingratitudine’ da parte di Van Basten verso l’Aiax, il Milan non avrebbe vinto tutti quei trofei. Perciò, o si è tutti, o nessuno è in obbligo.

mercoledì 14 giugno 2017

aule fronte mare

Ultimo giorno di scuola. Per me il trentesimo da insegnante. I ragazzi non invecchiano, io si. La distanza è incolmabile, ogni anno di più. Rifletto sulla frase di Aristotele, stampata beffardamente e perentoriamente sulle pareti della palestra, per molto tempo luogo di culto e di lavoro: 'dove si incrociano le tue capacità e le necessità del mondo risiede la tua chiamata'. Non sono più sicuro di essere così capace; ancor meno che la mia presenza sia così necessaria. Mi reputo severo e rigoroso mentre il mondo si muove in tutt'altra direzione; amante del controllo, vedo schegge impazzire ovunque. Sono un combattente, ma l'arma bianca non può nulla contro l'artiglieria pesante. Due ore alla settimana non possono cambiare le persone: possono, tutt'al più, trascorrere con il minimo danno. Eppure, arrivano messaggi chiari: la scuola dovrebbe farsi carico anche del periodo estivo. Lo vogliono le famiglie, lo vuole il ministero. Nessuno si premura di ascoltare i diretti interessati: alunni e insegnanti. Mi chiedo cosa possa fare la scuola di più e di meglio di quanto stia già facendo: occuparsi per nove mesi dei figli degli altri mentre coloro che dovrebbero occuparsene sono troppo occupati è già un bel daffare. La scuola non è e non deve diventare l'esclusiva maestra di vita dei ragazzi: ci sono migliaia di altri interessi che possono e devono essere soddisfatti al di fuori delle aule e dei laboratori. Se i ragazzi oggi si annoiano e non sanno utilizzare il tempo in modo prolifico, prima di trovare soluzioni preconfezionate, occorre porsi qualche interrogativo: perché sono continuamente distratti? Perché hanno istinti distruttivi? ( purtroppo in alcuni casi auto ) Perché sono pigri? Perché non sono curiosi? Potrei continuare a lungo, chi sta con i ragazzi percepisce il disagio ma vive con frustrazione l'impotenza di farvi fronte. In verità, la gran parte ( non tutte per fortuna ) delle famiglie hanno abdicato al dovere - e piacere - della patria potestà: educare i figli è il mestiere più difficile, soprattutto quando è necessario bilanciare affetto e rigore. È faticoso dire di no, correggere, andare in frontale: è però inevitabile se non si vogliono creare "mostri" sociali ( mi sia permessa la licenza ), individui troppo pieni o vuoti di sè, capaci di gestì incontrollabili o irrispettosi alla faccia delle conseguenze. Gli insegnanti sono dei nemici quando mettono voti negativi e bocciano, ma possono diventare preziosi alleati durante le giornate afose e lunghe d'estate ( 'il pomeriggio è troppo azzurro e lungo' Celentano docet ). In soldoni, i ruoli si sono invertiti: quello che si dovrebbe fare a casa si fa a scuola e viceversa. Per la mia età è una rivoluzione troppo costosa: se a qualcuno piace, si faccia avanti. D'estate avrei voglia di vedere di tutto, fuorché i miei alunni - con rispetto parlando -. E credo che loro siano pienamente d'accordo.






domenica 4 giugno 2017

sadismo popolare

Sono onesto, ho partecipato anch'io in passato all'infantile godimento dei mali sportivi altrui. Oggi me ne vergogno. È un esercizio becero, messo in atto da chi non può concedersi soddisfazioni se non nell'altrui sventura: verrebbe da dire da chi non ha mai fatto sport in modo serio, se non indossando magliette tarocche davanti a boccali di birra facendo uso di volume sconsiderato della voce. Chi fa o ha fatto sport conosce la sofferenza della sconfitta: il peso schiacciante di aver perso un'occasione quasi unica, la frustrazione di aver faticato molto e raccolto nulla. Non sono juventino, giammai, perciò al di sopra di ogni sospetto: l'improvvisata con tanto di vestizione madridista - salvo indossare i colori azzurri in altre occasioni con gli stessi protagonisti ieri beffeggiati - non fa onore allo sport, al popolo italiano, all'essere umano. Qui non si parla di antipatia, di gufaggine, di sfottò o altro: si parla di malcostume, che spesso si applica anche a situazioni non sportive e, quindi, con accezioni e conseguenze ben più gravi. Sperare nel fallimento del prossimo è uno degli esercizi più popolari e divertenti: questa sorta di sadismo dei tempi moderni è purtroppo una disciplina - pseudo sportiva - che possono praticare tutti, soprattutto coloro che litigano spesso con la realizzazione dei propri sogni. Chi è centrato su se stesso, difficilmente ha tempo da perdere ad osservare gli altri. Da milanista convinto e frustrato - sono anni ormai che non giungono belle notizie dalla sponda rossonera - ho preferito andarmene a spasso nelle strade deserte. Che la Juve vinca o perda, conta il giusto. Ma se qualcuno cade - metaforicamente intendo - e altri ridono, la cosa conta un po' di più. E, sinceramente, mi piace poco ( no like ).

domenica 28 maggio 2017

tutt'altro che Olimpia

Da osservatore esterno: l'Olimpia Milano è una somma di giocatori - a dirla tutta nemmeno così forti - tutt'altro che una squadra. In una squadra tutti ci si sacrifica uno per l'altro; si è disposti a rinunciare ad un piccolo tornaconto personale pur di guadagnare un premio collettivo più grande. Di che sacrifici e rinunce parliamo? Di qualche minuto in meno in campo, di una difesa più forte, di un tuffo, di un rimbalzo, di un tiro in meno preso e di un passaggio in più. Tutto questo Milano oggi non vuole fare e se non cambia in fretta lascerà il trono a qualcun altro e, perché no, alla bella favola Trento che sul piano della lotta e della fame non ha da imparare da nessuno. Giocatori di indubbio valore che scendono in campo con l'ardore e l'umiltà da serie minori: come se questa oramai bella realtà della pallacanestro italiana non avesse mai smesso, fin dalla sua ascesa, di rimanere incollata coi piedi per terra senza rinunciare alla sana ambizione di guardare sempre avanti. Da tifoso: sono incavolato, come tutto il popolo del forum. Perché questa tiritera, questa mancanza di continuità, va avanti da tutto l'anno e non si è mai riusciti a farvi fronte. La gente non capisce come mai giocatori che hanno fatto tanto male agli azzurri indossando le maglie delle rispettive nazionali siano improvvisamente diventati dei brocchi. Si parla da tanto tempo di nervosismo e di forti pressioni: mi piacerebbe sapere da Gherardini come le hanno gestite al Fenerbahce, oppure a Mosca o a Madrid. Quando giochi in un club come Milano devi sapere già in partenza che l'obiettivo è vincere: vuoi una vita più tranquilla? Scegli una squadra minore, avrai un contratto più magro con meno occhi e fiato addosso. Ho come l'impressione che molti dei giocatori approdati alla corte di Repesa siano ormai bolliti, nel senso che la fiamma che dovrebbe alimentare le motivazioni si è spenta da tempo. In due parole, belli ( forse una volta ) senz'anima. Altri, probabilmente, stanno già pensando ad andarsene prima possibile. Gli ultimi arrivati, giovani ed italiani, non sono ancora in grado di risolvere i problemi da soli. Il pubblico fischia, io spengo la TV. Se poi riaccendendo vedrò la serie sul 2-2, ci ripenserò. Al momento, preferisco godermi le lunghe serate quasi estive tra una passeggiata e un cono in mano.

mercoledì 24 maggio 2017

artisti per gioco

Prima ancora che atleta, un giocatore deve essere artista. C'è una bella differenza tra una poesia recitata a memoria da un dilettante - come potrei essere io - o interpretata magistralmente da un attore provetto. La stessa differenza tra chi in campo esegue e chi invece crea. La pallacanestro, come tutti gli sport di squadra, ha bisogno di fantasia. In particolare, a livello giovanile: strozzare l'inventiva attraverso l'ingabbiamento sistematico significa produrre giocatori seriali, prevedibili e non pensanti. Allenare la creatività comporta indubbi svantaggi: perdita del controllo sul gruppo, irrefrenabilità dei singoli giocatori, alto tasso di sconfitta. Cerchiamo di capirci: fantasia non significa anarchia o movimento caotico; significa ottenere l'obiettivo - ossia fare canestro - non attraverso artifici meccanici o con l'ausilio di copioni rigidi, ma con la bravura e l'arsenale tecnico a disposizione dei giocatori. Spesso lo schematismo viene utilizzato come copertura dei difetti: invece di lavorare sul miglioramento dei singoli - un percorso certamente più lungo e faticoso -, si preferisce occultare la debolezza per inseguire risultati immediati, anche se irrimediabilmente effimeri.  I giocatori vanno corretti, ma non soffocati; sgridati se serve, ma non sedati. Se le partite a livello giovanile finiscono 40-39 qualche domanda ce la dobbiamo porre, soprattutto questa: siamo disposti a tutto pur di vincere? Ci lamentiamo che manca talento, ma non facciamo nulla per rimediare; dimenticando troppo in fretta che non è un dono divino, ma un attitudine che va sviluppata quotidianamente. Pensiamo che Teodosic, ad esempio, sia un genio e che ne nasca uno ogni milione, ma non ci domandiamo quale scuola tecnica abbia permesso - o meglio, non abbia impedito - a questo fenomeno di diventare quello che tutti ammiriamo. Se un giocatore che inventa - attenzione!, con intuizione corretta - ma sbaglia e viene richiamato in panchina, stiamo  certi che la volta successiva non avrà più l'ardore di ripetersi. Non è che forse siamo noi, inconsapevolmente o meno, a non volere giocatori di talento?  

martedì 23 maggio 2017

sport no alcol

Giuro che ci ho provato. In tutti i modi. Ho cercato persino di togliere quella patina di muffa che avvolge il mio tradizionale pensiero. Oppure quell'aria da professorino 'so tutto io' che tanto infastidisce la platea. Niente da fare. Non riesco a trovare nessun abbinamento tra ciò che si intende per sport e ciò che si intende per alcol. Birrathlon è l'emblema di un matrimonio combinato, due termini forzatamente uniti che si eludono a vicenda. Amo il rugby - come potrei diversamente? - e amo i rugbisti. Ho molti giocatori tra i miei alunni e sono tra i migliori. Il concetto di lealtà portato a livelli estremi dove altre discipline sportive arrancano visibilmente. Coraggio, generosità, sofferenza, altruismo: valori in fase di estinzione ma che trovano ancora spazio nel rettangolo d'erba tra un passaggio della palla ovale e un placcaggio. Il terzo tempo, intuizione magica per trasformare l'inevitabile ferocia agonistica nell'apprezzamento dell'avversario. Allo stesso tempo amo il vino - come potrei diversamente in questa regione? -. Ho la cantina fornita, non sono un bevitore accanito, ma all'occorrenza non mi faccio trovare impreparato. Allegria, calore, compagnia: un bicchiere bevuto insieme può smorzare tante spigolature che ci tengono a distanza. La mia filosofia dualistica e Kantiana mi impedisce di vedere relazione fra ciò che tende al benessere e ciò che - in termini spropositati - può portare alla distruzione. Gli sportivi, naturalmente, possono fare quello che vogliono della e nella vita privata - fuorché danneggiare il prossimo - ma quando indossano le divise e si presentano in pubblico devono veicolare messaggi sani e inequivocabili. Non mi piaceva vedere allora Gigi Riva durante le pause, tantomeno oggi Sarri fumare mentre conduce l'allenamento. Perciò, e lo dico senza astio ma con affetto, avrei preferito vedere il manipolo di giocatori correre per la città - ottima idea promozionale - astenendosi dai fiumi d'alcol, a cui lo sport, tutto, ha dichiarato guerra. Che sia una goliardata giovanile, lo capisco: ma da chi fa sport, chissà perché, mi aspetto sempre il meglio. Per questo, e molto altro, a scuola gli agonisti mi odiano. Non so che farci, è più forte di me: chiedere di più a chi ha ricevuto di più. 

giovedì 11 maggio 2017

11/05/1961



Un giorno qualsiasi. Una data insignificante nello scorrere del tempo. Un puntino invisibile nel firmamento. Una parola nel libro della vita. Tirati a sorte. Così siamo usciti alla luce. Come un dito che si ferma sul mappamondo. Come un numero uscito dalla sacca della tombola paesana. Come una pallina che gira beffarda sulla roulette. Dal mare della tranquillità alla spiaggia del caos. Dal mistero alla conoscenza. Dall'eternità alla mortalità. Nessuno ci ha chiesto il permesso. Non abbiamo fatto richiesta, né abbiamo meriti o colpe. Non abbiamo scelto di nascere, tuttavia scegliamo ogni giorno di vivere. Lottiamo e siamo disposti a tutto pur di vivere. Anche quando la bilancia è in rosso, quando i titoli per stare aggrappati sono più bassi di quelli per lasciarsi cadere. Anche quando il dolore è più forte della resistenza. Abbiamo un debito con chi ha voluto tutto questo: chi ci ha preceduto, ci ha fatto entrare nella propria storia e in quella di tutti gli uomini. Madri, padri, non vi abbiamo mai ringraziato abbastanza, perché, malgrado tutto, ne valeva la pena. Chi ha superato la boa non ha più tempo da perdere e sprecare. Chi pensa di aver visto tutto, rimarrà deluso. Il libro degli appunti è sempre aperto, c'è ancora molto da imparare. Vivere come se fossimo appena nati: con gli occhi spalancati, scoprire ogni giorno, ora, attimo, qualcosa che ci fa sobbalzare dalla sedia. Soprattutto, cercando di rendere felice chi ci sta accanto. ' Non contare i giorni, fa in modo che i giorni contino ' ( Muhammad Alì ): così vorrei vivere il tempo che mi resta.