Scegliere é soffrire. Sai cosa prendi, ma anche cosa lasci. Ti riempi e ti svuoti allo stesso tempo. Scegliere é rischiare. Fai la cosa giusta e quella sbagliata. Scegliere non va di moda: meglio rimandare, far decidere altri, meglio aspettare. Gli animali agiscono, per questo stanno spesso, maltrattamenti a parte, meglio di noi. Scegliere é ruminare, ripensare alle cose perse: non bisognerebbe voltarsi indietro, ma ne siamo fatalmente attratti. Guardando a ciò che non abbiamo, dimentichiamo ciò che abbiamo. Per questo scegliere ci rende infelici. Dovremmo accontentarci, ma non ne siamo capaci. Scegliere può far male: le nostre azioni hanno sempre una conseguenza. Chi ha responsabilità, deve scegliere. E non può accontentare tutti. Per questo ogni scelta, anche volta al bene, inevitabilmente crea dolore. Scegliere é necessario: sarebbe più comodo farne a meno, ma ogni maledetto secondo siamo costretti ad aprire una porta e chiuderne un'altra. Scegliere é umano, per questo capita molto spesso di sbagliare. Non é un peccato sbagliare, semmai non saperci perdonare. Vivremmo tutti meglio se fossimo consapevoli dei nostri errori e se imparassimo a sopportarli a vicenda. Come una squadra vincente, dove la stravaganza di ognuno da debolezza si trasforma in forza. Scegliere: non dobbiamo aver paura.
"Non è il cammino impossibile, ma l'impossibile è cammino"
venerdì 11 aprile 2014
giovedì 3 aprile 2014
rispetto, grazie
I burocrati hanno colpito ancora. Pensavo ingenuamente ad un pesce d'aprile, invece si é dimostrata assurda verità. Nella complessa ed insaziabile mania di protagonismo, hanno inventato una nuova arma letale: il certificato penale. In soldoni, chiunque ha a che fare con minori, in ambito sportivo, deve avere la fedina pulita e deve soprattutto dimostrarlo. Invenzione geniale. Naturalmente, in allegato, marche da bollo salate. Faccio alcune considerazioni a caldo: chi è stato pulito fino adesso sarà per sempre pulito? E chi si è sporcato, sta girando minacciosamente per le società sportive di tutta la penisola? Che mi risulti, esistono casi isolati e identificabili: dobbiamo per forza mettere in subbuglio decine di migliaia di associazioni sportive? Ciò che muove la legislazione in Italia é da sempre il principio di presunzione: presumo che tu possa essere un evasore, un ladro, un bugiardo, un pedofilo. Mai che si possa pensare all'opera benemerita di tanti sodalizi che in mezzo a migliaia di ostacoli costituiscono una goccia preziosa e insostituibile nel mare, spesso ambiguo, delle proposte formative per bambini e ragazzi. Anche questa sembra una bella operazione per raccattare denaro facile: é necessario muovere tutti gli operatori educativi in Italia quando sono riconoscibili quei pochi - per fortuna - che hanno commesso abusi nei confronti di minori? É altamente offensivo e indegno che una persona per bene debba dimostrare la propria estraneità a fatti ignobili. Il mondo dello sport, già pesantemente minacciato, rischia di trovarsi un'altra tegola sulla testa: invece di aiutare e semplificare le procedure, si perpetua in atteggiamenti vessatori e penalizzanti. Del resto, in Italia, lo sport é da sempre considerato, malgrado le parole di circostanza, la ruota di scorta del processo formativo. Non ci siamo ancora sbarazzati del tutto delle scorie intellettualistiche di crociana memoria che vogliono l'attenzione per il corpo una pericolosa tendenza da fermare. Mi dispiace, signori dello sport, qua non si tratta solamente di deroghe o di interpretazioni: qua si tratta di principi che devono essere difesi. Non mi metterò a 53 anni dopo 35 di onorata e, a volte, un po' meno, carriera, a difendere la mia innocenza. Di errori ne ho commessi molti, come molti dei miei colleghi, ma ciò non ci rende colpevoli. Molti di noi hanno speso una vita tra i minori: non chiediamo molto, forse un po' di rispetto. Riconoscenza é troppo.
venerdì 7 marzo 2014
lecito illecito
" Due mesi di ritardo non sono una tragedia ed é una situazione generalizzata anche nel calcio ". Parole pronunciate dal Presidente Federale Petrucci in margine alla situazione di Montegranaro, insolvente verso giocatori e tecnici. Se le avessi dette io o qualsiasi altro servo della gleba, sarebbero scivolate via senza lasciare traccia. Dette però dal massimo esponente politico della pallacanestro italiana, hanno un effetto dirompente e, francamente, discutibile. É come se Napolitano dicesse agli operai che non percepiscono lo stipendio: suvvia, signori, non è la fine del mondo aspettare qualche mese, gli italiani hanno sempre mille risorse! Trovo inopportuno giustificare un atto illecito da parte dei vertici istituzionali, soprattutto far sembrare normale una situazione che non ha nulla di tutto ciò. Che sia generalizzata a tutti i livelli, é purtroppo cosa conosciuta a tutti: non c'è da stare allegri, lo sport sta lentamente morendo. Più precisamente, lo sport professionistico: troppi costi, troppe incombenze, troppi rischi. Chiunque oggi investe nello sport di alto livello é in sostanza un benefattore: resistono ancora le società di base dilettantistiche, che si reggono sul rassicurante equilibrio entrate uscite, dove per entrate si intendono le quote degli associati e per uscite i rimborsi degli operatori. Non é un mistero che oggi sia più conveniente e sicuro lavorare nelle piccole società: gestione oculata, pochi soldi ma puntuali. Quando il signor Armani, encomiabile nella persistenza, troverà altri motivi ed interessi per investire - investire? - anche Milano tornerà nell'ombra, come é già successo per molti altri. C' é del vero nel considerare ricco di privilegi chi vive di pallacanestro: non è da tutti, me compreso, campare di ciò che piace. Spesso però ci si dimentica dell'altra faccia della medaglia: per giocar a certi livelli ci si deve allenare duramente e chi regge il timone é sottoposto a pressioni non indifferenti. I professionisti sono lavoratori a tutti gli effetti: non si capisce perché in questo caso aspettare sia lecito, mentre in altri viene considerato reato. La congiuntura economica ha seminato morte, sport compreso. Tutti si rendono conto delle difficoltà in cui ci si trova ad operare. Ma mai e poi mai ci si dovrebbe rassegnare al corso degli eventi, né tantomeno giustificare le società che non agiscono correttamente. Se non si è in grado di assolvere agli impegni presi, meglio chiudere. Non esiste peggior reato di una promessa non mantenuta. Come dice giustamente Recalcati, non è solo e tanto questione di denaro. C'è chi ne ha già guadagnato abbastanza. É questione di dignità. Non c'è nulla di più umiliante che vedere la propria dedizione non riconosciuta.
lunedì 3 marzo 2014
per niente Conte
Non mi è piaciuto per niente lo sfogo di Conte rivolto al collega Prandelli, reo di aver convocato in nazionale Chiellini, appena ripresosi da un infortunio. Confesso di non aver simpatia per l'allenatore bianconero: si dice che é normale trovare antipatico chi ha facilità con la vittoria. Io dico, invece, che é antipatico a prescindere. Bravo, per carità, forse. Un po' sopravvalutato visto che, a parte gli scudetti in Italia che oggi sono paragonabili al palio dei rioni, non mi sembra che la sua bacheca, al momento, annoveri numerosi trofei. Tra lui e Mourinho non saprei chi scegliere: forse mi terrei Allegri, il perdente, che almeno ogni tanto sorride alle telecamere. Accusa il collega di sgarbatezza: senti da che pulpito! Mi piacerebbe seguire la scena a parti invertite: il giorno che Conte diventerà CT, perché lo diventerà, sarà importante fare memoria delle sue parole da allenatore di club. In sostanza, perché é di questo che si parla, la nazionale dovrebbe cortesemente chiedere la disponibilità delle società a mandare i giocatori. Da sempre, a tutti i livelli e in tutte le discipline, esiste un conflitto di interessi tra chi gestisce le società e chi si occupa delle rappresentative, che siano nazionali, regionali, provinciali e via scendendo. I club sono detentori del tesseramento del giocatore e devono vincere i campionati; le rappresentative convocano i migliori, perciò é inevitabile la collisione. Di Prandelli so poco, come in genere del calcio, ma mi sembra tutto fuorché sgarbato. La sua delicatezza é proverbiale, come la rara qualità di avere parole buone per tutti e di rimanere equidistante in ogni circostanza. Dobbiamo capirci: gli interessi della nazionale vengono successivamente a quelli dei club? Perfetto, allora ha ragione Conte. Ma allora, a questo punto, mi chiedo a cosa serva una nazionale e, di conseguenza, qualsiasi rappresentativa di qualsiasi disciplina a qualsiasi livello. Se invece, le rappresentative hanno un senso, allora devono operare in libertà. Non ci possono essere club privilegiati rispetto ad altri: Conte, sapendo di avere i migliori, non può lamentarsi che vengano chiamati. É chiaro che non ci saranno mai proteste e polemiche da Chievo, Atalanta e Palermo. Cosa dovrebbe fare Prandelli? Chiamare gli scarsi? Quelli sono rimasti alle società che non possono permettersi un certo mercato e certi ingaggi. La nazionale quante volte si raduna? Cinque, sei in un anno? E dovrebbe rinunciare, in così poco tempo, ai giocatori più bravi? Non credo che Prandelli debba una telefonata a Conte: non ci sono società che devono godere di favori rispetto ad altre. Perciò, che si accontenti di vincere l'ennesimo scudetto e che sia fiero che molti dei suoi faranno brillare l'Italia ai prossimi mondiali. Non é vero che bisogna sempre dire quello che si pensa: a volte sarebbe meglio frenarsi.
venerdì 28 febbraio 2014
risi e sorrisi
C'è una bella differenza tra ridere e sorridere. La stessa differenza che c'è tra sbagliare e fare un canestro. Nutro una particolare predilezione per i giocatori con il sorriso. Un linguaggio del corpo inconfondibile: significa che tutto ciò che si sta facendo, dallo scivolamento sfinente alla schiacciata, produce contentezza, soddisfazione. Quando alleni giocatori sorridenti, hai la sensazione che la presenza in palestra abbia un senso e che tante ore di programmazione e sudore sul campo trovino naturale e logico compimento. I giocatori - e gli alunni - che ridono, al contrario, urtano il mio fragile sistema nervoso. Ridere in palestra é tutt'altro che essere contenti: mi fa pensare alla gazzarra di gruppo, alle serate scacciapensieri del branco, alla necessità di coprire con il rumore il grande silenzio che ci si porta dentro. Riesco ancora a concepire la risata animalesca e liberatoria davanti ad un bicchiere di vino: l'esercizio fisico, qualunque esso sia, necessita di presenza mentale e di ascolto delle sensazioni corporee. Non è un caso che la maggior parte degli infortuni avvenga in un clima di svaccamento generale dove le funzioni cerebrali lasciano il passo alla svogliatezza e goliardia. Quando si dice che i giocatori devono divertirsi, é fondamentale capirsi sui termini. Divertimento é godimento interiore, gusto nel fare fatica, piacere di condividere con altri gioie e dolori. Non è egocentrismo sfrenato, distrazione, necessità di far riposare la mente, soddisfazione dei bisogni elementari. Durante i ricevimenti collettivi, la famosa macelleria dei colloqui con i genitori, sento spesso ripetere che i ragazzi devono sfogarsi: mi umilia e mi offende pensare di avere il compito di riparare alle fatiche quotidiane. Pensavo di avere una piccola, seppur indispensabile, parte nella costruzione della personalità delle nuove generazioni. Sciocche illusioni. Ho allenato molti giocatori/trici con il sorriso e la mia carriera, malgrado non sia eclatante, non è ancora giunta al termine grazie alla presenza costante e nutriente di questi volti impressi nella mente. Non sono facce qualunque. Hanno nomi e cognomi. Un allenatore non vive di vittorie. Qualche anno fa, giovane e rampante, pensavo fosse così. Non servono parole. Un allenatore vive di sorrisi.
martedì 25 febbraio 2014
avanti indietro
Lo sfogo di Arrigo Sacchi di questi giorni merita almeno una riflessione. L'uomo in questione non è mai stato il mio tipo: troppo pieno di sé per essere vero. È stato un innovativo ed ha vinto tanto, ma chi porta i capelli bianchi come me sa benissimo che il successo é stato in gran parte dovuto ai super uomini che scendevano in campo ai suoi ordini. Uomini che quel club non ha più conosciuto nemmeno con il binocolo, ma questo é un altro discorso. Il suo merito é stato quello di esplorare mondi nuovi e di contaminare le vecchie e tradizionali idee del calcio con la ricca letteratura presente in alcuni sport di squadra, in primis la pallacanestro. Quello che dice oggi però é buono e giusto e che la critica provenga all'interno del mondo granitico e fondamentalista del calcio é un segnale incoraggiante. Il tatticismo e l'esasperazione della fisicità stanno rovinando il gioco stesso: rischio che corrono tutte le discipline di squadra, pallacanestro compresa. Guardare una partita di soccer oggi é pressoché impossibile: una noia mortale, un vicendevole annullamento agonistico, soprattutto in Italia. Creatività assente, poco utilizzo della tecnica, forza atletica portata all'estremo, utilizzo sfrenato della tattica. Questi difetti diventano addirittura atti criminosi se applicati a livello giovanile. Ha ragione quando dice che bisogna ripartire dai fondamentali e dall'insegnamento dell'abc: l'ossessione per il risultato ha provocato, per ironia della sorte, l'eutanasia del gioco stesso. Per inseguire a tutti costi la vittoria, si finisce per perdere. Mi sono piaciute le parole di Seedorf: i discorsi sui moduli mi annoiano, preferisco che si attacchi in libertà, importante é la fluidità del gioco. Speriamo che seguano i fatti. Essere moderni significa tornare alle origini. Gli allenatori hanno il compito di fornire gli strumenti, non di indirizzare le scelte. Chi conosce la grammatica, sarà sempre in grado di scrivere. Ma chi vuole scrivere senza sapere la grammatica, commetterà sempre un sacco di errori. Come dice il buon Arrigo, un allenatore deve essere giudicato non per i titoli vinti, ma per la bravura e la capacità di insegnamento. Per andare avanti, dobbiamo tornare indietro: sembra un gioco di parole, in realtà é l'unica possibilità di salvezza per lo sport.
venerdì 14 febbraio 2014
maturo a puntino
Una disputa stucchevole. Forse del tutto inutile. Come, del resto, la gran parte delle nostre conversazioni. Tra uno scrutinio e l'altro, per fronteggiare malinconia e frustrazione, é inevitabile l'utilizzo di manovre di alleggerimento per scoraggiare lo sprofondamento nella cosiddetta depressione professionale. Intelligenza e maturità sono sinonimi? La mia collega di scienze - bravissima tra l'altro, modello per gli insegnanti - sostiene questa tesi. Secondo lei, un ragazzo intelligente non può non essere maturo. In pratica, non può essere intelligente un alunno che ha comportamenti devianti in ambito sociale e scolastico. La mia versione é la seguente: l'intelligenza é combinazione chimica di cellule - ironia della sorte mi trovo a duellare con chi insegna queste teorie - mentre la maturità é frutto di esperienze, trasmissione di cultura e tradizione, consapevolezza dell'importanza centrale delle abilità sociali. Per sostenere l'assioma, faccio spesso ricorso ad alcune terrificanti figure della storia passata e recente, delle quali si può dire ogni cosa fuorché non fossero intelligenti. Dittatori, criminali, speculatori, hanno potuto perseguire i propri nobili fini grazie alle capacità intellettive in possesso: convinzione mia che se queste persone avessero avuto un vissuto diverso il destino del mondo avrebbe preso un altro corso. Prova ne sia che le abilità di questi signori, in molti casi, siano state utilizzate a fini " benefici " - virgolettato perché non sempre i mezzi per perseguire il bene sono chiari e limpidi - non appena si sono aperte le porte del carcere. Maturità significa possedere quelle doti di completezza umana che, inevitabilmente, possiamo ottenere nel corso degli anni grazie alle persone che frequentiamo, le esperienze che facciamo, le elaborazioni che faticosamente immagazziniamo. Semplificando di molto, l'intelligenza ci é data, la maturità ce la dobbiamo pian piano guadagnare. Attenzione, non c'è legame con l'età: ci sono bambini più maturi dei vecchi, a giustificazione del fatto che il cammino verso la saggezza non si ottiene per scatto d'anzianità, ma per scelta volontaria e quotidiana. Se mi è permesso l'aggiunta di una postilla, di intelligenza in giro oggi ne vedo molta, perfino troppa. Quello che preoccupa é l'assenza di maturità: é spaventosa l'idea che l'eccellenza cerebrale venga utilizzata male. Perciò saltano subito in mente due quesiti: é forse compito dell'educazione trasformare l' intelligenza in maturità? E lo sport, in questa impresa, ha un ruolo rilevante o secondario? Avessi risposte, non mi farei domande.
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