C'è una bella differenza tra ridere e sorridere. La stessa differenza che c'è tra sbagliare e fare un canestro. Nutro una particolare predilezione per i giocatori con il sorriso. Un linguaggio del corpo inconfondibile: significa che tutto ciò che si sta facendo, dallo scivolamento sfinente alla schiacciata, produce contentezza, soddisfazione. Quando alleni giocatori sorridenti, hai la sensazione che la presenza in palestra abbia un senso e che tante ore di programmazione e sudore sul campo trovino naturale e logico compimento. I giocatori - e gli alunni - che ridono, al contrario, urtano il mio fragile sistema nervoso. Ridere in palestra é tutt'altro che essere contenti: mi fa pensare alla gazzarra di gruppo, alle serate scacciapensieri del branco, alla necessità di coprire con il rumore il grande silenzio che ci si porta dentro. Riesco ancora a concepire la risata animalesca e liberatoria davanti ad un bicchiere di vino: l'esercizio fisico, qualunque esso sia, necessita di presenza mentale e di ascolto delle sensazioni corporee. Non è un caso che la maggior parte degli infortuni avvenga in un clima di svaccamento generale dove le funzioni cerebrali lasciano il passo alla svogliatezza e goliardia. Quando si dice che i giocatori devono divertirsi, é fondamentale capirsi sui termini. Divertimento é godimento interiore, gusto nel fare fatica, piacere di condividere con altri gioie e dolori. Non è egocentrismo sfrenato, distrazione, necessità di far riposare la mente, soddisfazione dei bisogni elementari. Durante i ricevimenti collettivi, la famosa macelleria dei colloqui con i genitori, sento spesso ripetere che i ragazzi devono sfogarsi: mi umilia e mi offende pensare di avere il compito di riparare alle fatiche quotidiane. Pensavo di avere una piccola, seppur indispensabile, parte nella costruzione della personalità delle nuove generazioni. Sciocche illusioni. Ho allenato molti giocatori/trici con il sorriso e la mia carriera, malgrado non sia eclatante, non è ancora giunta al termine grazie alla presenza costante e nutriente di questi volti impressi nella mente. Non sono facce qualunque. Hanno nomi e cognomi. Un allenatore non vive di vittorie. Qualche anno fa, giovane e rampante, pensavo fosse così. Non servono parole. Un allenatore vive di sorrisi.
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