"Non è il cammino impossibile, ma l'impossibile è cammino"
domenica 21 luglio 2013
vivi e vegeti
lunedì 15 luglio 2013
in carrozza
Sono preoccupato di non esserlo. In epoche diverse, con entusiasmo e testosterone ai massimi livelli, avrei di sicuro contaminato persone e cose nel raggio di qualche chilometro. Sarà l'avanzamento di età, che qualche amico sgarbato non accenna a nascondere, oppure l'abitudine al peggio, forse la malattia più insidiosa e devastante di questi tempi sbandati. Lo scandalo diventa normalità e la normalità diventa scandalo: ce ne frega qualcosa se Galliani fa il bagno con la pancia verso l'alto? Eppure, é di sicuro più importante di un ragazzo qualunque che si schianta su un platano. Perciò sono stupito di non essere agitato se mi trovo fermo al palo. Non è normale che un allenatore non sia in palestra: come diceva qualcuno, siamo fatti per usare la voce, non la penna. Ho amato davvero questa città e questo lavoro per molti anni tant'è che mi ritrovo con un cuore mangiato ( cit. ) e con una sacca piena di bellissimi e indimenticabili souvenir. Nel bilancio consuntivo, ci sono molte voci in rosso, ma anche grandi e indimenticabili soddisfazioni: chi fa questo mestiere sa che il nostro vero compito non è vincere, ma far vincere. E non esiste vittoria più importante se non quella di aiutare un bambino a diventare un uomo. Da sognatore, pensavo con presunzione di avere il potere di trasformare le cose: in realtà, le cose si trasformano da sole, noi siamo solamente viaggiatori davanti ad un finestrino. Non abbiamo meriti nei successi, nemmeno colpe nei fallimenti. Nell'impotenza c'é delusione, ma anche libertá e consolazione. Le strade si dividono, non è la prima volta, forse nemmeno l'ultima. C'è sempre tempo e modo per tornare. Partire é un pó morire, dice una canzone popolare: speriamo non sia così, cominciano a farmi impressione queste parole. Nel frattempo ho rifatto la valigia: non si sa mai, forse il treno da qualche parte si fermerà. Altrimenti, mi godrò il paesaggio.
domenica 7 luglio 2013
full time full power?
L'ingaggio full time di Simone Pianigiani da parte della federazione vale almeno qualche breve riflessione. La qualità non è in discussione: non c'è al momento miglior allenatore in Italia per condurre la nazionale verso un pronto riscatto dopo alcuni anni di magra. Ciò che lascia parzialmente perplessi é la tipologia del contratto: a tempo pieno, appunto, con costi considerevoli e, soprattutto, nella direzione di un maggiore accentramento decisionale e operativo. Non passa giorno che il necrologio cestistico non annoveri qualche decesso da parte di società - alcune con blasonato trascorso - o rinunce ai campionati di pertinenza. I costi elevati di iscrizione, tasse gara, trasferte, ingaggi e premi di reclutamento e formazione stanno facendo strage anche presso realtà dove la pallacanestro ha avuto grande impatto e tradizione. È proprio necessario e conveniente, in questa fase di forte recessione, compiere uno sforzo finanziario considerevole come quello proposto al nostro commissario tecnico? Attenzione: non mi soffermo sui meriti - sui quali ho pochi dubbi - ma sull'opportunitá dell'operazione. Ci sono molti allenatori, bravi e affermati, che faticano a lavorare o che si devono accontentare di poche briciole: anche questi meriterebbero maggiore rispetto. Un conto se é un club a decidere l'entitá di un contratto, un altro é la federazione, alle cui spese contribuiscono tutte le società d'Italia, compresa la più piccola e sconosciuta. Non trovo molto congruente vedere l'allenatore della nazionale con un contratto principesco mentre molte società spariscono dalla geografia del basket. Un altro aspetto problematico, forse più importante, é relativo all'accentramento delle funzioni. Avere un allenatore a tempo pieno significa da una parte poter seguire con maggiore attenzione ed efficacia il movimento e il progetto nazionali, comprese le giovanili; dall'altra, però, sebbene non manchino collaboratori ed assistenti, é inevitabile una riduzione nella partecipazione alle scelte strategiche da parte di tutte le componenti in gioco, principalmente delle realtà di base. Potrei sbagliare, ma mettere troppi poteri nelle stesse mani può dare come esito un allontanamento da quello che è il mondo della pallacanestro reale. Anzi, visto che ormai il contratto é firmato, sarei davvero felice di essere smentito.
venerdì 21 giugno 2013
basket pulito
martedì 11 giugno 2013
cose nostre
Mi ero ripromesso di smettere, ma
la tentazione è superiore alla prudenza. Trattare le faccende di casa è sempre
pericoloso: stare sul palco e recitare dal vivo non è più comodo di stare in
platea a guardare ed applaudire. Perciò, spostando il cannocchiale verso il
basso, non posso dire di essere soddisfatto del panorama che mi circonda. Questa
mania di ricorrere agli allenatori fuori porta non mi convince: non certo e non
tanto per invidia – panchina che scotta! – quanto per sano ma incontrollabile
orgoglio. Davvero questa città non è in grado di avere un condottiero locale?
Se Pianigiani da buon senese ha vinto un’enormità di scudetti da profeta in
patria, com’è che non riusciamo qui da noi a fare la stessa cosa? Di sicuro non
tutti nascono Pianigiani; di sicuro, qui in città, non si disputa la A1. E’
proprio necessario un allenatore professionista? In realtà, se fossi nei
ragazzi locali, visti i chiari di luna, penserei principalmente a studiare o a
trovarmi un’occupazione. Non siamo ai tempi di Lombardi e Pellanera, al
classico anno zero: quei due hanno portato una mentalità nuova, un diverso
approccio all’insegnamento. Da quel laboratorio tecnico, oltre a tanti buoni
giocatori, sono usciti svariati allenatori che hanno fatto fortuna in città e altrove.
Non ho nulla con gli allenatori che vengono da fuori, ci mancherebbe, ma oggi
ci sarebbero le potenzialità per arrangiarci artigianalmente. Del resto, basta
guardare alle realtà confinanti per percepire una maggiore fiducia nel prodotto
locale. Non conosco il nuovo allenatore e non mi permetto di esprimere giudizi. Naturalmente è il benvenuto. Mi permetto invece di chiedere due cortesie. La prima, non si dimentichi mai di
chi l’ha preceduto. Troppo spesso, chi arriva per ultimo, si prende dei meriti
che andrebbero quantomeno spartiti. Lo stesso concetto può valere anche per le
colpe. La seconda, se sono vere le prime dichiarazioni di amore verso i
giovani, li faccia giocare e se ne freghi delle sconfitte e delle critiche: il
lavoro che è stato fatto in questi anni non deve essere vanificato. Meglio, a
parer mio, una retrocessione che porta sviluppo piuttosto che una salvezza o
una promozione che danno disfacimento. Ora basta. Sapevo che mi avrebbe preso
la mano. Prometto che non parlerò più di cose nostre per un bel pezzo. Mi
risulta, oltretutto, che non manchino le opinioni. La mia, in fondo, conta
poco; o meglio, conta solo per me.
lunedì 10 giugno 2013
senza paragone
lunedì 3 giugno 2013
nuove da udine
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