"Non è il cammino impossibile, ma l'impossibile è cammino"

lunedì 10 giugno 2013

senza paragone


È un gioco divertente ed innocuo. Paragonare giocatori di ere diverse ha tolto qualche ora di sonno ad addetti ai lavori e semplici appassionati. In questa amena contesa dialettica, non ci sono né vinti né vincitori. Tutti hanno in testa i loro idoli e nessuno é disposto a fare spazio ad altri nella hit parade della pallacanestro mondiale. Francamente, si tratta di un esercizio inutile: ogni giocatore è figlio del suo tempo, perció non comparabile fra epoche distinte. Non si possono confrontare Adriano Panatta e Rafael Nadal, entrambi vincitori del Roland Garros: altro tennis, altra velocità della palla, altri spostamenti. Panatta giocava quasi sempre a rete, Nadal gioca esclusivamente da fondo campo. Se mi è permessa una licenza da emerito ignorante in materia, preferivo il tennis del romano de Roma: meno scontato e noioso, più spettacolare e fantasioso. Se Adriano non avesse avuto quell'aria pigra e disinvolta, avrebbe vinto molto di più. Di Nadal mi piace la mentalità e l'indole alla sopportazione: una macchina costruita per fermarsi solo dopo la vittoria. Vale lo stesso nel basket: non si possono mettere insieme Michael Jordan e Le Bron James, oppure Larry Bird e Kobe Bryant. Tutti a modo loro sono stati dominanti, ma ciascuno é notevolmente diverso dagli altri per gestualità tecnica, capacità tattica, qualità atletiche. Personalmente, e non l'ho mai nascosto, ho un certo debole per i giocatori che usano la tecnica come arma principale. In questo senso, Kevin Durant mi sembra un alieno in un regno ormai dominato dalla potenza e dall'esasperazione fisico-atletica. Sono preferenze soggettive che lasciano il tempo che trovano: non sarà mai possibile far giocare insieme campioni di diversa generazione, se non nella nostra immaginazione o nelle competizioni virtuali. Una cosa é certa: abbiamo tutti in mente il dream team delle Olimpiadi di Barcellona. Non c'è mai stata una squadra di pallacanestro con più alta concentrazione di fenomeni. Nella Croazia che vinse la medaglia d'argento c'era un certo Drazen Petrovic che, a detta di molti, e anche mia, é stato il giocatore più forte che il nostro continente abbia mai creato. Sono vent'anni che non c'è più e che ci manca: meritó il rispetto degli americani in un'epoca in cui gli europei si contavano sulle dita. Chissà cosa avrebbe fatto Belinelli se fosse andato oltre oceano a quei tempi: non lo sapremo mai. Forse, chiederselo, è persino sciocco.

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