
Non entro in merito al risultato tecnico: deontologia e ortodossia professionale non permettono di pensare che il titolo di Siena non sia meritato. Siamo giustamente cresciuti nella sana convinzione che non esista verità più assoluta dei numeri che appaiono sul tabellone elettronico. Ciò che sconcerta invece, e in parte offende, è successo fuori dal campo. Lancio di oggetti, agenti in stato di guerra, giocatori minacciati, arbitri colpiti. Non è questa la pallacanestro che amiamo e che vogliamo. Il fanatismo bellico tipico degli ultras da stadio dovrebbe rimanere fuori da tutti i palazzetti. Vero é che spesso il pubblico diventa il braccio armato di menti che, inconsciamente o meno, favoriscono e a volte accentuano un clima pesante e sospettoso. Certamente la squalifica prima comminata e poi ritirata di due giocatori senesi non va nella direzione della trasparenza e risolutezza nelle decisioni. Così come alcune dichiarazioni infuocate di dirigenti e presidenti non aiutano di certo a spegnere gli animi bollenti. Ci vorrebbe maggiore moderazione sia nelle scelte che nelle affermazioni: ciò che si dice e si fa, soprattutto a certi livelli di responsabilità, non può non avere conseguenze. Le parole e i gesti vanno pesati, in particolar modo quando in gioco c'è qualcosa di importante, come uno scudetto. Pensare che Siena potesse godere di qualche appoggio nei piani alti ha prodotto, in realtà, un effetto boomerang: i detentori hanno tratto maggiore vigore, gli sfidanti si sono sbrodolati negli alibi. Certamente, quello che succede in Grecia nelle finali scudetto non è nemmeno paragonabile ad alcuni episodi, fortunatamente isolati, di casa nostra. Ma non è consolante: il nostro campionato, già afflitto dal contenimento dei costi e dal conseguente impoverimento tecnico, non può perdere ulteriore appeal nei confronti dello spettatore vero, quello che si reca al palazzo per vedere la propria squadra vincere ma anche per godersi lo spettacolo. Il nostro magnifico sport, per sopravvivere, ha bisogno che i bambini/e riempiano le tribune e che possano innamorarsi dei loro eroi/eroine. Noi abbiamo avuto la fortuna di vedere in città, da piccoli, giocatori come Fultz, Masini, Lister: é ancora da quella volta che ci dobbiamo riprendere dalla cotta.
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