Vittoria platonica. Così l'hanno definita. La nostra ultima vittoria. Ma come si permettono? Quale sport hanno praticato per usare termini così irrispettosi? Pensano davvero esista una vittoria più importante di un'altra? Ci siamo lasciati così: in spogliatoio, tra sorrisi, lacrime, applausi e parole dolci per tutti. Un anno duro, intenso, emozionante. Doveva essere una stagione di mezzo, ma qualcuno, tra i ragazzi, voleva di più. Così ci siamo fatti un regalo: andare oltre le aspettative, bruciare le tappe per vivere momenti indimenticabili. Abbiamo mancato l'ultimo passo: troppo alto onestamente, anche se, come sempre, ci abbiamo provato con tutte le forze residue. Ecco cosa ci resta: la voglia di accorciare le distanze dagli altri, la consapevolezza di essere migliori di quando siamo partiti, il desiderio di poter un giorno entrare anche noi nella stanza dei bottoni. E ci resta un titolo: non platonico, ma reale! Ai ragazzi vorrei dire tre cose. Innanzitutto riconoscere la bravura, non tanto tecnica, quanto mentale di aver resistito alle mie richieste ossessive e maniacali. Non è facile allenare, ancor di più allenarsi. La seconda: nulla succede a caso e, soprattutto, nulla viene perduto. Non si riparte mai da zero: quello che é stato fatto, anche se troncato da una dolorosa eliminazione, troverà una spiegazione prima o poi nel tempo. Quello che non si capisce ora diventerà chiaro più tardi: ciascuno avrà la sua rivincita. Per ultimo, non smettere mai di sognare: non è un allenatore in apparenza burbero che può prevalere sulla voglia di arrivare. Nessuno ha il potere di fermare chi guarda dritto e fiero davanti a se. Non diamo agli allenatori un peso più grande di quello che hanno in realtà. Così, nel giro di tre giorni, si chiude un anno di pallacanestro. Un'ottima annata direbbe Russell Crowe. Già, un altro anno da ricordare.

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