Non ci sono nè alibi nè ragioni. E giustificazioni valide. Usare le mani é un gesto inqualificabile. La storia, quella grande e quella piccola, insegna che la violenza non è mai stata utile nella soluzione dei problemi. La rabbia, sebbene in alcuni casi possa raggiungere il livello di guardia se non oltre, dovrebbe trovare altri sfoghi e bersagli: lo dice uno che si è rotto l'alluce per un calcio dato ad una panca improvvisamente diventata poco morbida. Fatta la premessa, è doveroso un approfondimento. Un giocatore non può e non deve mancare di rispetto all'allenatore. Non è solo nè tanto una questione di buona educazione: è un codice a cui tutti si attengono. Non si capisce infatti perchè ciò che é permesso ad uno debba essere vietato ad altri. Un giocatore gode di diritti, allo stesso tempo è soggetto a doveri. Professionista o dilettante, pagante o meno. Quali? Rispetto per l'allenatore, i compagni, gli avversari, gli arbitri. È dovere, ad esempio, non assentarsi agli allenamenti o gare se non per motivi gravi, arrivare puntuali, impegnarsi al massimo. Riconoscere nell'allenatore l'autorità preposta affinchè l'attività possa funzionare nell'interesse generale: il modo di percepire le cose da parte di un giocatore non è lo stesso di chi deve prendersi cura di tutti. Una sostituzione potrebbe essere mal percepita da chi ne è coinvolto; l'allenatore ha comunque il compito di mettere la squadra nelle migliori condizioni per competere. Senza dimenticare che per 11 che scendono in campo ce ne sono altri 8 pronti ad entrare: uscire scrollando la testa o sbuffando è comunque un gesto scorretto e volgare nei confronti dei compagni che spesso attendono spasmodicamente il proprio turno. E chi non gioca mai cosa dovrebbe dire? Delio Rossi è andato oltre, non ha fermato il proprio istinto e ha sbagliato. Ma i suoi pugni, per quanto indegni, avevano un'origine. Non se li é inventati. Denunciamolo, processiamolo, ma il problema resta. Se i ruoli vengono ribaltati, tutto è in pericolo: le famiglie, la scuola, lo sport. È vero quello che dice Ettore Messina: l'autorità va guadagnata, non imposta. Ma non tutti siamo come lui. Ogni giocatore, alunno, figlio, deve imparare che esiste una differenza tra chi ha un compito e chi ne ha un altro. Non si tratta di differenza di valore: nessuno potrebbe crescere e migliorare senza distanza. Non tutti gli allenatori sono uguali, non tutti bravi allo stesso modo: uguale però deve essere il rispetto. Parola in disuso purtroppo, o meglio, tutti lo pretendono, ma pochi ne danno.

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