Il responso è ufficiale: ora che anche gli under 15 hanno terminato la fase interzonale, nessuna squadra regionale, a parte la già collaudata pallacanestro Trieste under 19, è riuscita ad approdare alle finali nazionali. Maschile si intende, per la femminile, fortunatamente, è un'altra storia. In sostanza, dall'annata 95 in poi nessun giocatore friul-giuliano potrà provare l'ebbrezza di scendere in campo per giocarsi un titolo. Credo non sia mai successo ed è un dato che deve far riflettere. Può essere anche un fatto casuale e momentaneo, ma l'accortezza impone di non nascondere la faccia sulla sabbia. I migliori talenti prendono il volo: del resto, essendo di fatto scomparsa per vari motivi la massima serie in regione, è naturale che i giocatori promettenti siano tentati dalle luci dei club più prestigiosi in Italia. C'è qualche conto che non torna: la scomparsa di alcuni punti di riferimento importanti, vedi Snaidero a Udine, non può essere l'unica spiegazione accettabile. Può anche essere che non sia la partecipazione alle finali tricolori l'unico vero metro di misura dello stato di salute del basket giovanile: sono pieni zeppi i campi italiani di giocatori che non hanno fatto finali. E' però sacrosanto quantomeno chiedersi se quello che si sta facendo stia andando nelle giusta direzione. Non ho sfere magiche e nemmeno la presunzione di capirci più di altri. Provo solo a farmi delle domande: siamo proprio certi che il reclutamento in atto sia sufficiente? Non è che abbiamo nel tempo, per abitudine e comodità, identificato il minibasket - peraltro attività formativa meritoria - come unica iniziativa per una leva giovanile sul territorio? Ci siamo scordati delle scuole e del fatto che i ragazzi hanno il picco di sviluppo attorno ai 15-16 anni? Sembrano sempre più rari i casi di ragazzi che iniziano a giocare in età tardiva: troppo faticoso andare in cerca o ricominciare ad insegnare? Poi mi chiedo, ammetto, con un pizzico di sapore polemico: siamo sicuri che ci interessi il miglioramento dei giocatori o è preferibile il mantenimento dello status quo? In altre parole, non è che la conservazione della clientela sia diventata più importante della formazione tecnica? E' risaputo infatti che dove esiste rigorosità e qualità nei metodi di insegnamento spesso si possano creare frizioni con i giocatori e, soprattutto, le famiglie. Non è che stiamo diventando anche noi come la scuola di oggi, accondiscendente verso il pubblico per garantirsi le iscrizioni? Se fosse così, l'agonismo non avrebbe più senso di esistere. Non c'è nessuna controindicazione all'attività promozionale, si badi bene, ma non si può certo chiedere a ragazzi allevati con allenamenti standardizzati a cadenza bisettimanale di ottenere risultati eclatanti. Può essere che il problema sia solo mio: è vero, soffro di una malattia rara. L'astinenza da risultato mi rende nervoso: sarei curioso di sapere se esiste qualcun altro che, in silenzio e in incognita, ne è affetto. Forse la guarigione sta solo nel far finta di stare bene.
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