"Non è il cammino impossibile, ma l'impossibile è cammino"

mercoledì 15 giugno 2016

effetto sedativo

Ci risiamo. Il popolo dei calciofilismo a cottimo e a buon mercato è tornato alla ribalta. É bastata un' "eroica" vittoria con il Belgio per risvegliare l'orgoglio nazional popolare, "impresa" architettata a dovere prima che da Conte dai nostri organi di informazione che hanno fatto passare i nostri avversari per fenomeni e noi per studentelli al primo anno. Ci mancherebbe: con la linea Maginot e con il miglior guardiano della porta in circolazione siamo destinati a vincere l'europeo, se non altro ai rigori, specialità della casa. La nazionale mette d'accordo tutti: sindaci al ballottaggio, pro e contro rifugiati - spesso gli stessi profughi - , interisti e milanisti, sportivi e, soprattutto, non sportivi. Tutti amano la nazionale, basta che giochi con i piedi. Voglio vedere a luglio se ci saranno bandiere o tuffi in fontana per chi si gioca il preolimpico di basket o, addirittura ad agosto a Rio, per le medaglie del tiro a volo o della lotta greco romana. Siamo fatti così. Quelli che dicono agli studenti agonisti che se non studieranno come gli altri saranno bocciati sono gli stessi che si stracciano le vesti per il gol di Giaccherini ( a proposito, senza mancare di rispetto, ma é un attaccante, un centrocampista, uno e l'altro? ). Quelli che non sanno chi sia Tania Cagnotto o Vincenzo Nibali o Elisa Di Francisca sono gli stessi che suonano il clacson gridando ad alta voce il nome dei propri eroi con i finestrini aperti. Quelli che non sanno cosa sia un canestro da 3 punti, una stoccata, un coefficiente di difficoltà o un piattello sono gli stessi che parlano di fasce, difesa a tre o a quattro, di ripartenza o diagonale. Quelli che non farebbero un metro senza mezzi motorizzati sono gli stessi che di fronte ad una parata spettacolare sono capaci di saltare sopra un tavolo - e, magari, farlo a pezzi -. Quelli che pensano che per giocare a calcio si facciano sacrifici immensi e, invece, non siano necessari per vincere una medaglia nel judo o nella ritmica: gente che si allena otto dieci ore al giorno e che sono obbligati ad arruolarsi in un corpo militare per fare "professionismo" sportivo. Con il plagio ordito dall'informazione truccata, la sfida impossibile ha radunato quasi venti milioni di italiani davanti ai teleschermi: tutti, o quasi tutti, hanno dimenticato i vari tormenti che li assillano. Bene così: il calcio ( non l'elemento chimico ) ha davvero un effetto sedativo.

domenica 12 giugno 2016

cattiva scuola

Andiamo bene. Stavolta a salire in cattedra sono gli studenti e a tener banco sono le pagelle degli insegnanti. Per chissà quale copernicana invenzione, é stato invertito l'ordine dei fattori con risultati catastrofici. Finalmente chi ha vissuto di stenti, ingiustizie e persecuzioni può prendersi la rivincita. É la prima crepa sul sistema voluto dalla tanto decantata buona scuola: guerra ad oltranza, tutti contro tutti, con ingenti dosi di veleno iniettate intenzionalmente in un clima già sufficientemente inquinato. Chi avrà ricevuto buoni voti potrà godersi il meritato premio - in pratica un bonus in denaro al momento non quantificabile - che certo non avrà lo scopo di elevare il tenore di vita della categoria, che aspetta da anni il rinnovo del contratto di lavoro (altro che bonus!). Il problema, a dirla tutta, non é la valutazione da parte dei ragazzi: ogni giorno, ogni ora, ogni minuto, l'insegnante viene quotato tra domande, richieste, risposte non sempre educate, reazioni scomposte e quant'altro. Il fatto grave é che si usino gli allievi per esercitare un compito che dovrebbe essere affidato a personale competente e, soprattutto, esterno alla scuola e, di conseguenza, in grado di dare un giudizio il più obiettivo possibile. Non è difficile direzionare il giudizio degli alunni: basta cavalcare ignobilmente l'insofferenza e il cattivo gradimento, soprattutto nei confronti di chi utilizza una didattica esigente e poco incline all'assolvimento. In forma pilatesca, i colleghi preposti e i dirigenti dello stesso istituto si lavano le mani affidando irresponsabilmente agli studenti il giudizio di condanna o liberazione per ciascun insegnante. Si parla a lettere cubitali di comunità educante, di luogo privilegiato di relazioni significative e poi cosa si fa? Ci si azzuffa uno con l'altro rendendo irrespirabile l'ambiente e per un tozzo di pane: questo non é merito, signori, questo é il lancio delle monetine da parte del sovrano prodigo in occasione della nascita del primogenito. È questa la scuola che vogliamo? Tutti buoni e tutti promossi, così saremo più ricchi e con meno avvocati nei paraggi? Tutti indaffarati ad inventarci progetti - per lo più inutili - per accaparrarci consensi? Sapete che vi dico? Non me ne frega niente del bonus. E del giudizio degli alunni. Ho da rispondere solo alla mia coscienza, che mi indirizza verso una scuola che non deve abbandonare il suo compito principale, che è quello educativo. Sinceramente mi interessa poco se uno studente non impara, mi interessa che domani possa essere una bella persona. E se rispondendo alla mia coscienza avrò tutti voti negativi, pazienza: avrò le tasche più vuote, ma procederò a testa alta.

giovedì 9 giugno 2016

seme e zizzania

Giusto nove anni fa ci fu la prima finale nazionale a Pordenone: under 19 per la precisione e il Sistema Basket, annate 88-89, non ci arrivò per un soffio. Sbatté in ultimo contro Monza allenata da quel Vertemati che proprio l'anno successivo prenderà il posto di Corbani alla guida della Benetton Treviso, vera dominatrice a livello giovanile in quel periodo in coabitazione con Montepaschi Siena. Si dovrà aspettare il 2010 per vedere una formazione pordenonese approdare alle agognate finals con il gruppo 91-92 a Bologna, che oltre ad essere la dotta, é anche la capitale del basket. Non sono proprio così distanti, a quanto pare, i tempi in cui le squadre locali si facevano rispettare e stimare in tutta Italia. Oggi impossibile, ma domani chissà: i libri di storia insegnano che per raggiungere livelli di eccellenza c'è bisogno di unire le forze, la dispersione conduce a soddisfazioni limitate nel tempo e nello spazio. Eppure, non solo a mio modesto parere, non esistendo più poteri forti e grandi investimenti come in passato nel giovanile, questo sarebbe il momento favorevole per provare a riempire gli spazi vuoti. Mai come oggi sono saltati i parametri, all'orizzonte non si vedono club e squadre schiacciasassi: sarebbe sufficiente una buona programmazione, dirigenti di senno, allenatori preparati ma soprattutto appassionati ed un'identità forte, il cosiddetto e tanto vituperato  - chissà perché - senso di appartenenza. Guardando dal finestrino - con tutte le comodità annesse - scorgo una lodevole lotta per la sopravvivenza da parte delle società ma mi sfugge la volontà di perseguire obiettivi comuni affinché la città e il suo territorio possano tornare a frequentare i quartieri alti della pallacanestro giovanile. Vincere il campionato provinciale facendolo passare per impresa storica non rende giustizia alla grande tradizione che ci rappresenta: società gloriose e giocatori/trici epici/che sono proprio lì ad indicarci la strada e a dirci che i grandi obiettivi sono possibili. Trovare rifugio nel proprio nido non ci permette di prendere il volo: occorre coraggio e intraprendenza, rifuggendo da alibi preconfezionati come quello dei soldi che non ci sono o dei ragazzi che non hanno più voglia di fare fatica. Se sono emerse le sinergie per organizzare questa bellissima kermesse, forse la più attraente tra tutte, non vedo perché non si possano utilizzare queste risorse umane e materiali per rilanciare un grande progetto per i giovani. Vorrei tranquillizzare i colleghi: non sono in cerca di occupazione. Come si dice in questi casi, ho già dato. Avanti un altro, senza paura. Critiche e sospetti da mettere in conto. Perché siamo una terra adatta per la semina, ma anche per la zizzania.

domenica 5 giugno 2016

bambino spiumato

Ero un bambino spiumato quando mi alzavo di notte. La mia curiosità non era per quei due muscolati che se ne davano di santa ragione, ma per mio fratello, ormai in fase ribello-adolescenziale, corrotto dalle idee rivoluzionarie in arrivo, che rompeva il silenzio notturno con urla e gesti scomposti. Potevo capire un certo trasporto verso i contemporanei Giggi Riva e Bonimba Boninsegna, eroi della finale in Messico dove sbatterono contro la selecao probabilmente più forte di sempre. Per quelli avrei dato tutta la mia voce. In questo preciso caso, preferivo accodarmi al parere tradizionale e rassicurante di mio padre che giudicava il pugile che aveva cambiato nome e religione come uno sbruffone meritevole di condanna. Così, quando cadde per terra, spontaneamente esultai guadagnandomi vagonate di insulti fraterni, al punto di dover abbandonare la postazione al più presto per evitare guai peggiori. Ero un bambino spiumato che pendeva dalle labbra dello status quo paterno, non potevo capire che quello non era solo un pugile, ma un idolo, un simbolo, un modello. Come non erano solo velocisti Tommie Smith e John Carlos che alle olimpiadi alzarono il pugno al cielo. In quel momento, la vittoria rappresentava l'unico modo per urlare i propri diritti al mondo. Confesso: da uomo di sport, non mi è mai piaciuto il pugilato, nemmeno in età avanzata. Lo considero brutale e dannoso. Ho un concetto dell'attività fisica condizionato da deformazione professionale: lo sport deve portare benessere, anche se, ad onor del vero, nessuna disciplina, nemmeno il ping pong, é immune da rischi. Gli ultimi trent'anni di Mohammed Alì sono lì a dirci proprio questo: i suoi movimenti rallentati, il suo sguardo nel vuoto, raccontano la storia di chi, più che darne, ne ha prese tante. L'uomo che ha fatto del suo corpo, dei suoi pugni e delle sue parole un manifesto politico lanciato contro i benpensanti dell'epoca lascia il posto ad un altro inerme e indifeso, incapace oramai di nuocere a chicchessia. In questi giorni in cui é giusto ricordare un atleta e un uomo straordinari, non si può far finta di niente e tapparci gli occhi di fronte a tanta sofferenza e dolore: chi sta seduto e paga il biglietto, non può pretendere che tutto questo faccia parte dello spettacolo. Al termine della sua gloriosa carriera, avrei voluto sentire Alì parlare di pace e farsi ambasciatore nel pianeta di valori e diritti, cosa che non ha potuto fare, se non in piccola parte e suo malgrado. Gli hanno fatto accendere il braciere ad Atlanta, ma avrei preferito sentirlo parlare. Gli hanno chiesto: ti manca la boxe? Risposta: sono io che manco alla boxe. Verissimo: ma soprattutto sei mancato a tutti noi.

lunedì 23 maggio 2016

protezione minori

Protezione civile. Protezione solare. Protezione animali. Ne manca una: protezione minori. I ragazzi sono in pericolo. Gli adulti - noi adulti - siamo, a volte inconsapevolmente altre meno, la vera minaccia. Abbiamo invertito gli indici di penetrabilitá: usiamo valori protettivi alti verso raggi innocui e bassi verso quelli dannosi. Concediamo uso illimitato di internet, non consapevoli fino in fondo dei rischi annessi, e ci scagliamo con vigore e risolutezza contro i maestri o gli allenatori che non svolgono correttamente il loro compito. Siamo pronti a denunciare qualsiasi mossa ritenuta illecita ma non ci curiamo del tempo immane che i ragazzi trascorrono navigando virtualmente. Ci sono aspetti e situazioni della vita da cui non é possibile proteggersi: il dolore ad esempio. Per quanto si voglia costruire intorno agli adolescenti una corazza impenetrabile, non potranno evitare l'esperienza della sofferenza, sia fisica che emotiva. Cadere in bicicletta é assolutamente normale, non è normale vietarne l'uso. Anche la frustrazione fa parte del corredo: non si può avere sempre ciò che si vuole, non si può sempre vincere, non si può sempre stare in campo ( ok, neanche mai ), non è sempre detto che si ottenga ciò che si meriti. La paura é un altro elemento inevitabile: gli ostacoli vanno affrontati, non evitati, nessuno può sostituirsi ad un altro nell'esercizio delle proprie funzioni. E piangere? Piangere fa bene. Non è vero che le lacrime sono segno di debolezza, significa che il cuore non é solo un organo anatomico, ma anche il centro delle nostre emozioni. Pensare che i ragazzi possano vivere spensierati e in uno stato perenne di serenità é pura follia: vivere in prima persona la fatica di diventare grandi sarà la palestra di allenamento per raggiungere traguardi importanti. Abbiamo sbagliato avversario: chi gioca contro non è colui che possiamo vedere o toccare e con cui possiamo parlare. " Come due occhi che stanno a guardare da dietro una tenda e non si fanno notare, come sabbia sotto al cemento. C'è qualcuno che muove la coda, in questa stanza vuota": ciò da cui dobbiamo davvero proteggerci é invisibile e sfuggente. E ride di gusto nel vederci rancorosi e divisi, anziché uniti per una battaglia comune.

giovedì 19 maggio 2016

bandiera a terra

Domenico Fantin. Roberto Bullara. Sandro Brusamarello. Stefania Gaspardo. Marco Cusin. Antonia Peresson. In ordine strettamente cronologico e che hanno indossato la maglia azzurra negli ultimi trent'anni con la nazionale A, di provenienza circondariale, visto che provincia ormai é da considerarsi termine obsoleto. A me piace parlare di terra, di piedi che calpestano gli stessi campi da gioco, di frequentazioni comuni, di un dialetto che non é né friulano né veneto. Una terra che si trova ai margini della pallacanestro che conta ma che non ha mai smesso di essere fertile. Terra di allenatori: alcuni migranti per necessità, altri stanziali, poco profeti in patria, ma generosi ed umili lavoratori di palestra. La bellezza - e nello stesso tempo il mistero - sta nell'impossibilità di predeterminare e programmare il talento: sebbene nella Germania dell'est e in Cina abbiano provato a fabbricarli, la verità é che i campioni nascono e crescono dove vogliono, spesso in situazioni svantaggiose ed anonime. Parimenti, la casualità non può spiegare da sola una produzione così alta in una fetta limitata di territorio: senza società lungimiranti, allenatori saggi e pazienti, compagni di squadra agonisti, genitori discreti, il miracolo non potrebbe compiersi. Malgrado i prodotti della natura si possano trovare ovunque, non sempre la cucina é in grado di sfornare piatti all'altezza. I ragazzi vanno lasciati in pace, al riparo da pressioni e aspettative: se é vero che senza acqua una pianta non può crescere, un'eccessiva innaffiatura la può soffocare. Tornare a lavorare nel silenzio, lontano dai riflettori, permette ai giovani e fragili virgulti di non bruciare le tappe e di arrivare all'appuntamento con la celebrità nei modi e tempi adatti. É indispensabile sfatare un tabù: non è vero che la nostra terra non dà più talenti. Sotto la cenere il fuoco non si è spento. Non facciamoci del male da soli continuando a lamentarci di ciò che non c'è o non esiste più. La nostra piccola e breve storia insegna che ad un periodo di magra ha fatto sempre seguito una rinascita. La bandiera ora è a terra. Ci vuole solo un eroe qualunque che la raccolga e che la porti in alto.

sabato 7 maggio 2016

età d'oro




Praticamente inesorabile. Come una lama tagliente. Come la notte che vince sul giorno. Così é il tempo. Non c'è sconto. Non c'è raccomandazione. Non c'è premio. Non c'è controllo. Il tempo c'è e basta. Non esiste possibilità di allungare nemmeno un secondo di ciò che é già scritto. Abbiamo la memoria, per ripercorrere il passato, e la fantasia, per immaginare il futuro. Ma nient'altro. Possiamo solo scorrere, trascinati dalla corrente di un fiume di cui non conosciamo né la sorgente né la foce. Incredibilmente giusto. Come due pesi uguali sulla bilancia. Come il sole dopo la pioggia. Nessun privilegio. Nessuna deroga. Si viaggia tutti in classe standard. Ciascuno invecchia, i buoni come i cattivi, ricchi e poveri, celebrità o sconosciuti. Per quanto ci si possa dannare su questa terra, non potremo conservare nulla di ciò che abbiamo. Siamo venuti al mondo e ce ne andremo nudi. Tutto ciò che facciamo in mezzo vale il giusto, niente di più. Maledettamente prezioso. Come l'acqua per la terra. Come il latte materno. Mentre la vita si accorcia, il tempo si allunga. Non c'è più tempo per ciò che non ha valore. Non c'è tempo da perdere, soprattutto in lamentele o inutilità. Quando capisci che il tempo é la cosa più importante, ormai é troppo tardi. I giochi sono fatti. Chi ha tempo a diritto a sbagliare, chi non ne ha non può permetterselo. Il tempo non è denaro. Il tempo è tempo. Non c'è nulla che valga di più.