"Non è il cammino impossibile, ma l'impossibile è cammino"

domenica 5 giugno 2016

bambino spiumato

Ero un bambino spiumato quando mi alzavo di notte. La mia curiosità non era per quei due muscolati che se ne davano di santa ragione, ma per mio fratello, ormai in fase ribello-adolescenziale, corrotto dalle idee rivoluzionarie in arrivo, che rompeva il silenzio notturno con urla e gesti scomposti. Potevo capire un certo trasporto verso i contemporanei Giggi Riva e Bonimba Boninsegna, eroi della finale in Messico dove sbatterono contro la selecao probabilmente più forte di sempre. Per quelli avrei dato tutta la mia voce. In questo preciso caso, preferivo accodarmi al parere tradizionale e rassicurante di mio padre che giudicava il pugile che aveva cambiato nome e religione come uno sbruffone meritevole di condanna. Così, quando cadde per terra, spontaneamente esultai guadagnandomi vagonate di insulti fraterni, al punto di dover abbandonare la postazione al più presto per evitare guai peggiori. Ero un bambino spiumato che pendeva dalle labbra dello status quo paterno, non potevo capire che quello non era solo un pugile, ma un idolo, un simbolo, un modello. Come non erano solo velocisti Tommie Smith e John Carlos che alle olimpiadi alzarono il pugno al cielo. In quel momento, la vittoria rappresentava l'unico modo per urlare i propri diritti al mondo. Confesso: da uomo di sport, non mi è mai piaciuto il pugilato, nemmeno in età avanzata. Lo considero brutale e dannoso. Ho un concetto dell'attività fisica condizionato da deformazione professionale: lo sport deve portare benessere, anche se, ad onor del vero, nessuna disciplina, nemmeno il ping pong, é immune da rischi. Gli ultimi trent'anni di Mohammed Alì sono lì a dirci proprio questo: i suoi movimenti rallentati, il suo sguardo nel vuoto, raccontano la storia di chi, più che darne, ne ha prese tante. L'uomo che ha fatto del suo corpo, dei suoi pugni e delle sue parole un manifesto politico lanciato contro i benpensanti dell'epoca lascia il posto ad un altro inerme e indifeso, incapace oramai di nuocere a chicchessia. In questi giorni in cui é giusto ricordare un atleta e un uomo straordinari, non si può far finta di niente e tapparci gli occhi di fronte a tanta sofferenza e dolore: chi sta seduto e paga il biglietto, non può pretendere che tutto questo faccia parte dello spettacolo. Al termine della sua gloriosa carriera, avrei voluto sentire Alì parlare di pace e farsi ambasciatore nel pianeta di valori e diritti, cosa che non ha potuto fare, se non in piccola parte e suo malgrado. Gli hanno fatto accendere il braciere ad Atlanta, ma avrei preferito sentirlo parlare. Gli hanno chiesto: ti manca la boxe? Risposta: sono io che manco alla boxe. Verissimo: ma soprattutto sei mancato a tutti noi.

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