Rimango sinceramente esterrefatto. Leggo su piazza virtuale - anche locale - resoconti di presunte e mirabolanti prodezze da parte di bambini ( o giù di lì ) già campioncini in erba e capaci di eroiche gesta sportive tra coetanei. É l'ultimo ritrovato di violenza - mascherata da adulazione - perpetuata dal mondo degli adulti nei confronti dei minori. I genitori proprio non ce la fanno a stare dietro la linea gialla: in tribuna urlano, a casa parlano ( spesso sparlano ), ora addirittura scrivono. C'è da preoccuparsi, e non poco: crescendo con una percezione deformata della realtà - perché, parliamoci chiaro, a quell'età nemmeno Gallinari era un fenomeno - l'effetto che si ottiene è inevitabilmente catastrofico. Quando si accorgeranno di essere stati ingannati, quei bambini, ormai adolescenti, ci metteranno poco a rinnegare tutto quanto e cercare altrove soddisfazioni veritiere. Le parole, dovremmo saperlo, sono più potenti di qualunque spada: possono accarezzare, incontrare ed alleviare, ma anche illudere, fuorviare e generare malintesi. Dire ad un bambino che ha compiuto una vera impresa nell'aver vinto contro i simili del paese accanto - che, magari, hanno cominciato proprio ieri a fare sport - , significa non aver compreso quale sia il messaggio autenticamente formativo da usare in questi casi. Chiediamoci seriamente se la penuria di giocatori di alto livello - intendendo atleti al termine del percorso giovanile - sia dovuta anche - certamente non solo - ad un'esaltazione sconsiderata delle capacità tecniche che conduce come esito ad un abbassamento delle motivazioni a migliorare. Poi, non ultimo, c'è il rispetto per i perdenti, elemento per nulla secondario. Chi ha subito una sconfitta, in particolare se giovane d' età, non sente necessità di ulteriori commenti. Una sconfitta, come una vittoria, parlano da sé, non hanno bisogno di aggiungere parole. Fosse per me, vieterei non solo gli articoli, ma anche i tabellini e le menzioni individuali: i risultati delle squadre sono visibili sui siti ufficiali delle singole federazioni. Sono consapevole, non è un discorso particolarmente natalizio, ma quando ci vuole ci vuole.
"Non è il cammino impossibile, ma l'impossibile è cammino"
lunedì 28 dicembre 2015
martedì 22 dicembre 2015
un anno da non so dove
Un anno. Chissà che risate dal non so dove nello spiare noi poveri mortali preoccupati di futilità e invano affannati a far quadrare conti che non tornano mai. Chissà se nel non so dove ti è capitato di incontrare i nostri angeli - Matteo Luca Andrea - che come te hanno lasciato questo mondo troppo in fretta e con intere pagine di domande che attendono ancora risposta. Un anno. Chissà se nel non so dove esistono il tempo e lo spazio, chissà, se dalle tue parti, é passato davvero un anno. Chissà se nel non so dove i miei genitori possono sentirmi, se è possibile recuperare il tempo perso, perché non sono bastati quasi cinquant'anni per dirsi e perdonarsi tutto. Chissà, forse il non so dove non si trova così lontano, forse siete nei nostri pensieri, nei gesti, siete al nostro fianco nella lotta quotidiana contro il marcio che cresce dentro e fuori di noi. Chissà, forse siete artefici impalpabili della faticosa e lenta trasformazione dei cuori da pietra in carne. Forse, se il mondo non è ancora sprofondato negli abissi, lo dobbiamo a voi, anime silenziose che vegliate sui nostri passi incerti. Un anno. " Caterina, se ancora per un attimo potessi averti accanto " sembra scritta apposta per chi ancora non riesce a spiegare e a darsi pace per la tua assenza temporale. Chissà, forse non te ne sei mai andata, forse sono i nostri occhi che non sono in grado di vedere il tuo sorriso e il tuo immancabile libro. Forse sono le nostre orecchie che non riescono più a sentire la tua fine ironia e le tue idee stravaganti e creative che ci hanno fatto e ci fanno navigare nel mare della tranquillità. Dal non so dove, insieme a tutti gli altri angeli, vigila su di noi, creature fragili e fallibili.
sabato 19 dicembre 2015
indispensabile un corno
Va fatto un ragionamento nudo e crudo sull'indispensabilità. A maggior ragione oggi, che il talento lo si vede al binocolo e che la quantità di giocatori bravi si riduce considerevolmente. C'è il rischio, più o meno consapevole, che si creino dei mostri al posto di campioni. Il veleno somministrato a piccole dosi, basato sulla totale accondiscendenza, prima o poi farà effetto: l'adulato, non appena scoprirà l'inganno - 'forse non sono il fenomeno che tutti pensavano che fossi' - cadrà in un pozzo profondo senza aver speranza di risalita. É quello che più o meno succede ai giovani atleti cosiddetti promettenti: non escono mai dal campo, se non per cause di forza maggiore, non sono redarguiti (se vanno cazziati questi, figurati gli altri!), sono trattati con i guanti bianchi, ci si premura costantemente dello stato di salute perché, se dovessero marcar visita, sarebbero guai seri. Così, per riempire il taccuino di vittorie, ci si dimentica del primo e vero obiettivo con i giovani: guidarli alla maturità piena, fatta di consapevolezza ed autonomia, dove i limiti non sono peccati mortali ma elementi funzionali al miglioramento. In realtà, in questi casi chi subisce maggiori danni non é il giocatore in difficoltà che vede a malapena il campo - anche se la sofferenza di restare seduto in panchina per quasi due ore non é paragonabile al peggior insulto - semmai il predestinato che trovando davanti a sé praterie di libertà concessagli non può conoscere il confine tra ciò che é giusto e non giusto fare nelle diverse situazioni di gioco. L'indispensabilità, a prima vista placebo, diventa un boomerang fatale quando il gioco si fa duro ed é necessario avere atleti abituati non solo alle vanità della gloria temporanea, ma anche alla frustrazione imprevista ed inevitabile. Mi vengono in mente migliaia di giocatori che a livello precoce giovanile fanno sfracelli e che non appena raggiunta la fase della maturità agonistica non riescono a compiere il passo decisivo: tutta colpa del fisico? O della tecnica? O forse di una inabitudine a soffrire e sopportare, figlia di tanti, troppi anni passati sotto i riflettori senza aver mai provato la gavetta, la solitudine, il rimprovero, l'esclusione? Non si può non essere d'accordo con la Piccinini sulla disanima dei giovani atleti d'oggi: siamo però proprio sicuri che le responsabilità siano a totale carico dei giocatori? Non è che per caso, la vita troppo facile e spedita degli anni precedenti abbia inquinato le attese, le resistenze, le solidità? Nessuno é indispensabile, tutti sono utili: sembra un luogo comune, oggi invece è l'unica via percorribile per la salvezza dello sport. E forse non solo.
giovedì 19 novembre 2015
mente superiore
Da tempo ormai si accenna ovunque ad una dimensione nuova dello sport, dove l'aspetto fisico prevale su quello tecnico. Giocatori come Rivera o Marzorati, per capirsi, non avrebbero posto nella nuova mappa agonistica delle discipline di squadra. É una teoria che mi trova parzialmente d'accordo: fermo restando che un buon giocatore debba essere un buon atleta, c'é una terza componente che, nell'era post moderna delle scienze sportive, può fare la vera differenza. Ci si riempie la bocca di qualità tecniche e fisiche, ma si dimentica colpevolmente il punto dove tutto ha origine: la mente. A mio parere, un giocatore bravo tecnicamente ed equipaggiato fisicamente con scarsa struttura interiore non potrà mai giocare ad alti livelli, mentre é possibile che succeda l'inverso. Dal mio osservatorio - pur sempre ristretto ma sufficientemente rappresentativo - colgo una certa lacunosità nei giovani atleti odierni - anche se soggetti simili non mancavano anche in passato ma in percentuale minore - nell'affrontare mentalmente nei modi giusti l'evento sportivo, particolarmente agonistico. Ansie ingiustificate, aspettative eccessive, fragilità ed incertezze palesi che influiscono sulla prestazione individuale e, di conseguenza, di squadra. Sembra mancare, per così dire, una certa durezza psicologica, quell'energia interna che aiuta a superare le difficoltà e che costituisce il carburante indispensabile per elevare il livello motivazionale ad apprendere nuove cose. Le risposte più frequenti " non sono capace " oppure " non ce la farò mai " sono testimonianza vocale e reale di una debolezza costitutiva sul piano della volontà e determinazione. Quasi una visione fatalista per cui solo alcuni predestinati potranno accedere alle stanze del successo, sottovalutando il potere che é in ciascuno di auto determinarsi. La soglia del dolore, fatta eccezione per le poche mosche bianche, si é notevolmente abbassata: un normale infortunio si trasforma spesso in tragedia ed é difficile se non impossibile incontrare ancora qualche atleta che anteponga il risultato sportivo al proprio stato di salute. Il problema é che anche un leggero risentimento o un lieve malore viene percepito come ostacolo insormontabile, come se il giocare in 'perfette condizioni' fosse imprescindibile per scendere in campo ( discorso particolarmente rivolto ai maschi ). La percezione della sofferenza é soggettiva, ma può essere allenata: se veniamo invitati a fare una bella vita comoda, sarà difficile tenere duro o non mollare quando le situazioni, non solo sportive, lo richiederanno. Possiamo avere bicipiti quadrati, una tecnica sopraffina, ma tutto questo arsenale serve a poco in presenza di un' evidente debolezza mentale. Rispetto ad un tempo, gli atleti vanno allenati nella testa: é lì che si aprono le pieghe fatali della fiacchezza, rassegnazione, svogliatezza. É lì che si devono compiere gli sforzi più grossi se si vuole seguire la strada del successo. Ed é il compito più difficile, perché il nemico non é l'atleta, ma tutto ciò che gli ruota intorno.
martedì 10 novembre 2015
vittoria stupefacente
È finita. L'epoca dello sport come esclusiva scialuppa incorruttibile capace di portare in salvo ciò che rimane di questa fragile umanità. L'illusione di un'isola felice, intaccata, protetta dal male, é svanita, da tempo ormai. L'idea di un mondo a parte, bello in sé ed impermeabile, dove il contemplato corrisponde a realtà, non esiste più. Come in un film di 007: non sappiamo più di chi fidarci. L'eroe che abbiamo applaudito e per cui abbiamo pianto diventa l'orco da cui dobbiamo fuggire. Il muro che sembrava abbattuto da qualche parte resiste. Scandalizzarsi, ormai, diventa insufficiente, se non complice. Chi lavora in questo campo, non può più fare finta di niente: dall'allenatore della nazionale a quello del paesino sperduto di montagna. É necessario fuggire dai luoghi comuni, in fretta: é così da sempre, non cambierà mai, lo sappiamo tutti. Tutti lo sappiamo, ma continuiamo a starne fuori, rassegnati ed impotenti. É giunto il momento, invece, di scendere in campo e dire chiaramente ai nostri utenti - che siano bambini o adulti - che non esistono scorciatoie o trucchetti, che non ci sono cose al di fuori della propria mente cuore e gambe per inseguire la vittoria, che tutto ciò che si é va innanzitutto accettato ed eventualmente modificato attraverso la volontà e l'applicazione quotidiana. La vittoria a tutti i costi, con tutto ciò che ne consegue, andrebbe annoverata nelle tipologie moderne di doping: quando, per vincere - o meglio, per non perdere - una gara insignificante ( ad esempio, il palio dei rioni ), siamo disposti a tutto, anche a sacrificare emozioni e sentimenti di alcuni o a ricorrere a strumenti e metodologie discutibili, non si è molto distanti da chi fa uso di steroidi per salire sul podio alle olimpiadi. Siamo solo su un piano espositivo diverso e probabilmente non ci saranno retaggi con la legge ma solo con la coscienza. Vincere é bello, ma può diventare una dipendenza, come qualsiasi droga comune: può accecare la mente e le scelte conseguenti, indurre a non distinguere fra ciò che andrebbe o non andrebbe fatto, cambiare le nostre abitudini da costruttive a distruttive. In fondo, per quale motivo se non per vincere gli atleti si dopano? La vittoria, che sia ai campionati del mondo o a quelli del quartiere, ha sempre la stessa attrattiva: dipende da noi - formatori sportivi? non trovo migliore etichetta - trovare la ricetta e le dosi giuste. Se saremo troppo ingordi, chi ci segue si abbufferà. Ed una volta tanto dovremo imparare a mandare a quel paese chi ci dirà che saremo valutati per le vittorie. Saremo invece valutati per gli atleti e gli uomini che avremo contribuito a crescere.
giovedì 5 novembre 2015
Ettore eroe invincibile?
Dalla vicenda Petrucci-Pianigiani, pur assistendo da lontano e a differenza di Dan Peterson, non ricavo messaggi confortanti. A noi, gente di palestra abituata a dirsi in faccia le cose, non piace molto il politichese ed il contorsionismo diplomatico: sarebbe stato meglio e più credibile dire pane al pane e vino al vino. Ho sentito spesso in passato il Presidente usare lodi sperticate verso l'allenatore della nazionale ( ormai ex ) definendolo come l'uomo giusto per risollevare le sorti cestistiche della nazione: mi chiedo, é un tiro entrato od uscito a far cambiare repentinamente opinione? O ci sono altri interessi in gioco? O ci si è raccontati frottole per tanti anni? La proverbiale impopolarità mi impone ancora una volta di schierarmi contro la logica: non ho nulla contro Ettore Messina, ci mancherebbe, ma Pianigiani avrebbe dovuto terminare il suo lavoro. Sono stati fatti sforzi impressionanti per avere un allenatore a tempo pieno che si occupasse anche di programmazione giovanile: ora avremo due tecnici super pagati - perché non credo che il buon e bravo Ettore, giustamente, faccia questo solo per amor patrio - ed un preolimpico gravosissimo se organizzato tra le mura amiche e dall'esito fortemente incerto ( é sufficiente un super allenatore per vincere? E se poi dovesse fallire anche Messina, che facciamo, chiamiamo Popovich? ). Aggiungo due amare considerazioni: mettendo in un angolo Pianigiani a proseguire il percorso con le nazionali giovanili, necessariamente ed inevitabilmente ci sarà un ridimensionamento proprio in una fase storica dove l'intervento verso le generazioni future dovrebbe essere primario: onestamente, non riesco a scorgere all'orizzonte ( certo l'età non aiuta la vista ) qualcuno che possa somigliare a Gallinari, il quale ha ricordato a tutti nella malinconica e sincera intervista post Lituania di non essere più quel giovane talento di cui tutti andavamo fieri ormai qualche anno fa. Secondo: non vedo come un allenatore a perdere ( nel senso con il destino segnato ) possa investire tempo, mente, cuore verso qualcosa che sa di dover abbandonare. Credo che la testa di Simone, in questo momento, sia comprensibilmente verso impegni futuri che, a rigor di logica, lo porteranno lontano dalla penisola. Il compromesso non è mai un buon affare: tutti vogliamo vincere, caro Presidente, non solo lei, ma non ad ogni costo. Pensare alla nazionale sganciata dalla base, é come credere che uscirà la spiga senza gettare la semente. I due più forti giocatori italiani sono figli d'arte: non si potrà sempre ricorrere al DNA. Ultima confessione: se fossi stato Ettore Messina avrei declinato: ma io sono io e lui é lui. Qui si che c'è una bella differenza.
martedì 3 novembre 2015
un fisico bestiale
Ogni giorno che passa, allenare diventa sempre più difficile. Non solo e non tanto perché un genitore scriteriato spara al negozio gestito dal mister del figlio. Un fatto gravissimo che desta soprattutto clamore, ma quanti mini episodi silenziosi si consumano all'interno di palestre e campi di gioco? Ne sa qualcosa chi lavora abitualmente nella formazione sportiva dei/le ragazzi/e. Probabilmente uno dei motivi per cui molti abbandonano la professione - o per meglio dire passione, visto che il 99% degli implicati svolge tale pratica in forma quasi amatoriale - preferendo altre attività gratificanti, lontane dai guazzabugli quotidiani messi in scena da adulti insoddisfatti che finalmente trovano una faccia, un nome, un fatto su cui scaricare rabbia repressa. Il mestiere - o vocazione, o missione, a seconda dei casi - dell'allenatore é profondamente cambiato nel corso degli anni: negli anni '60-'70, quando lo scrivente ebbe il battesimo del fuoco, la palestra era un luogo sacro e inviolabile e chi dirigeva le operazioni era visto come un santone virtuoso e non raggiungibile. La verità é che quelli come me - dilettanti allo sbaraglio e promossi con i gradi sul campo - commisero un sacco di errori - assolutamente più gravi degli attuali - ma nessuno si permise mai di interferire o di mettere in discussione l'operato degli istruttori. Un esempio? Quando un ragazzino si comportava male, il minimo della pena consisteva nell'espulsione e rientro al proprio domicilio: nessuno, dico nessuno, si presentava successivamente a protestare per l'accaduto. Nei giorni nostri, un fatto del genere rientrerebbe negli articoli di stampa oltre che del codice penale ( pensiamo al povero e bravo Guido Saibene che per aver messo le mani sulle spalle al giovin di turno si è guadagnato la gogna mediatica e l'esonero, grazie all'intercessione dei nuovi padrini, i procuratori ). Oggi, anno 2015, le palestre sono aperte a tutti: durante gli allenamenti, é consuetudine la presenza massiccia sugli spalti di adulti intenti a carpire ogni parola e mossa del malcapitato: perciò frasi misurate, correzioni velate, punizioni sparite e, alla fine, il classico nugolo di clienti in fila pronti ad esprimere opinioni, lamentele, situazioni problematiche, aggiornamenti scolastici. Il paradosso é che gli allenatori odierni sono molto più preparati di quelli di un tempo, eppure sono più criticati ( lo stesso paradosso andrebbe rivolto ai giocatori: come mai con tecnici più bravi non sono migliori dei colleghi di un tempo? ). Dicono che i tempi sono cambiati e che ci si deve adeguare: ok, dico io, ma chi mi garantisce che siano cambiati in meglio? Chi si mette a spiegare che ci sono dei ruoli, dei confini, che esiste un rispetto, una dignità, che gli errori sono ammissibili e che soprattutto vanno attribuiti in tutte le direzioni? Ha ragione Luca Carboni, ci vuole un fisico bestiale.
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