"Non è il cammino impossibile, ma l'impossibile è cammino"

sabato 19 dicembre 2015

indispensabile un corno

Va fatto un ragionamento nudo e crudo sull'indispensabilità. A maggior ragione oggi, che il talento lo si vede al binocolo e che la quantità di giocatori bravi si riduce considerevolmente. C'è il rischio, più o meno consapevole, che si creino dei mostri al posto di campioni. Il veleno somministrato a piccole dosi, basato sulla totale accondiscendenza, prima o poi farà effetto: l'adulato, non appena scoprirà l'inganno - 'forse non sono il fenomeno che tutti pensavano che fossi' - cadrà in un pozzo profondo senza aver speranza di risalita. É quello che più o meno succede ai giovani atleti cosiddetti promettenti: non escono mai dal campo, se non per cause di forza maggiore, non sono redarguiti (se vanno cazziati questi, figurati gli altri!), sono trattati con i guanti bianchi, ci si premura costantemente dello stato di salute perché, se dovessero marcar visita, sarebbero guai seri. Così, per riempire il taccuino di vittorie, ci si dimentica del primo e vero obiettivo con i giovani: guidarli alla maturità piena, fatta di consapevolezza ed autonomia, dove i limiti non sono peccati mortali ma elementi funzionali al miglioramento. In realtà, in questi casi chi subisce maggiori danni non é il giocatore in difficoltà che vede a malapena il campo - anche se la sofferenza di restare seduto in panchina per quasi due ore non é paragonabile al peggior insulto - semmai il predestinato che trovando davanti a sé praterie di libertà concessagli non può conoscere il confine tra ciò che é giusto e non giusto fare nelle diverse situazioni di gioco. L'indispensabilità, a prima vista placebo, diventa un boomerang fatale quando il gioco si fa duro ed é necessario avere atleti abituati non solo alle vanità della gloria temporanea, ma anche alla frustrazione imprevista ed inevitabile. Mi vengono in mente migliaia di giocatori che a livello precoce giovanile fanno sfracelli e che non appena raggiunta la fase della maturità agonistica non riescono a compiere il passo decisivo: tutta colpa del fisico? O della tecnica? O forse di una inabitudine a soffrire e sopportare, figlia di tanti, troppi anni passati sotto i riflettori senza aver mai provato la gavetta, la solitudine, il rimprovero, l'esclusione? Non si può non essere d'accordo con la Piccinini sulla disanima dei giovani atleti d'oggi: siamo però proprio sicuri che le responsabilità siano a totale carico dei giocatori? Non è che per caso, la vita troppo facile e spedita degli anni precedenti abbia inquinato le attese, le resistenze, le solidità? Nessuno é indispensabile, tutti sono utili: sembra un luogo comune, oggi invece è l'unica via percorribile per la salvezza dello sport. E forse non solo.

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