"Non è il cammino impossibile, ma l'impossibile è cammino"

venerdì 20 febbraio 2015

il nuovo mondo - 4

Ormai è ufficiale: dopo la terza sconfitta consecutiva qui a Tech non vedono l'ora che noi si faccia armi e bagagli per un rapido rientro in patria. Temperature polari e risultati negativi hanno persuaso anche il più cordiale e paziente tra gli staff americani a cercare nell'intrusione italica il vero flagello da combattere. Oggi si è giocato in rosa: un riconoscimento speciale per un'allenatrice mancata causa il brutto male e un monito per una prevenzione più attenta e puntuale. Tutte le squadre, a turno, indossano la pink divisa almeno due volte nel corso della stagione: a noi abituati a far durare pantaloncini e magliette per parecchio tempo, spesso double,  questo eccesso appare quasi come un insulto alla morigeratezza ma da queste parti cambiare look viene visto come cosa buona e giusta. Lo stesso merchandising ci guadagna: cosí ci adeguiamo volentieri, rubiamo qualche maglietta ricordo e scordiamo abbastanza in fretta le nostre povere origini. Siamo orgogliosi di avere una giocatrice italiana a ottomila chilometri di distanza da casa che si fa valere tra le giovani più promettenti al mondo: é difficile e curioso pensare che tutto sia nato nella vecchia palestra dove attualmente, ed ormai da un bel po' di anni, mi guadagno da vivere. Nel frattempo la personale lotta con il gelo assume contorni sempre più drammatici: lo stesso nativo canadese, malgrado fiera resistenza, ammette la verità delle circostanze. La nostra ammirevole guida con abnegazione trascorre la gran parte del tempo al volante sia per proteggerci dalle intemperie che per darci una visione d'insieme della metropoli georgiana. Domani tocca alla NBA: abbiamo trovato biglietti in cima alla montagna ma nessuno ci avrebbe fermato pur di vedere le due squadre più in forma del momento. C'è un problema: siamo ad Atlanta e abbiamo un compagno di merende nato a Toronto. Mi guarderò in giro e deciderò in fretta se dare retta al cuore o alla mente: il criterio è semplice, tiferò per chi mi garantirà maggiore protezione.  

mercoledì 18 febbraio 2015

il nuovo mondo - 3


Strade e pioggia ghiacciate. Per fortuna che siamo al sud. Scuole chiuse per maltempo: giriamo in incognito, non vorremmo rientrare tra le cause di un fenomeno avverso così insolito in Georgia. Il pensiero va alle spiagge e al sole della Florida, che abbiamo dolorosamente e precipitosamente abbandonati: passare in poche ore dai bermuda alla sciarpa comporta una certa dose di frustrazione e faticoso adattamento. Il mio compagno di stanza preferisce il freddo: non c'è da stupirsi, le sue origini sono canadesi e i zero gradi di Atlanta gli fanno il solletico. " Voglio vedere oggi se avete a cuore questa squadra ": così é iniziato l'allenamento pomeridiano, con il coach in mezzo al campo, la squadra stretta in cerchio, gli occhi catturati e le mosche che non volano. L'aria è pesante e la tensione si taglia a fette: del resto, dopo due sconfitte fotocopia in volata, non c'è molto da stare allegri. È in pericolo la qualificazione alla fase successiva: occorre vincere due su quattro, qui la matematica conta, non ci sono poesie da recitare. I maschi sparring partner si sbattono per difendere con le mani addosso spingendo a rimbalzo, le ragazze devono stare al gioco altrimenti le gradinate del palazzetto - decisamente pendenti e alte -  attendono inesorabili. Centocinquanta minuti di intensità fisica e mentale: non ci sono pause, non ci sono scuse, non ci sono facce, non ci sono risposte. Solo intervalli di tiro libero, tra i colpevoli dell'ultima sconfitta a Miami. Domani un brutto cliente, Notre Dame, una delle favorite per il titolo: un'impresa impossibile, se non altro l'occasione giusta per dare segnali di vita. Lo staff di Georgia Tech é super gentile e disponibile: chissà se, dopo l'ennesima sconfitta, manterrà lo stesso aplomb o se ci inviterà ad anticipare il rientro in patria, non dopo averci offerto, of course, il volo di ritorno.

domenica 15 febbraio 2015

il nuovo mondo - 2


In volo per seguire il team. Per la gente di qua uno scherzo. Per noi come andare a Palermo. Ma Miami é Miami perciò nessuno fiata. Da meno cinque a più ventitré, come scendere dal Monte Bianco a valle: questo é un altro buon motivo per lasciare, almeno per qualche ora, il campo base in Georgia. Ritmi pazzeschi, del resto il capo banda é uomo abituato a centellinare ogni secondo di vita: non gli si può dare torto, c'è sempre tempo per riposare. Qui tutto é esagerato: dai palazzetti alle strade, dalle pietanze alle auto, dalla ricerca sfrenata di immagine alla programmazione maniacale. L'america mostra i muscoli e noi possiamo solo contemplare e subire. Gli allenamenti decisamente più istruenti della partita. Qualche differenza? Otto canestri, a coppie per tirare i liberi. Soprattutto il rumore vocale: tutti urlano, dagli allenatori alle giocatrici. Ci sono persino gli sparring partner: cinque ragazzini buttati giù dal letto per correre, pressare tutto campo e saltare a rimbalzo. La ricompensa? Potersi allenare con la NCAA. Un allenatore apposito per spiegare gli schemi della squadra avversaria da riprodurre nella mini partitella. Mi sono chiesto: vuoi che un posto per me non esista?

sabato 14 febbraio 2015

il nuovo mondo - 1

Il nuovo mondo. Un altro mondo. Non necessariamente migliore, certamente diverso. Qui l'attività fisica e sportiva si trova al centro: nei progetti formativi ed architettonici. Scherzando, con i miei compagni di sventura, ho risposto all'ennesima provocazione - abbiamo sbagliato paese? - con la ricorrente frase popolar-consolatoria - poteva andarci peggio -. É vero, poteva andarci peggio: nello stile di vita quotidiano, nelle relazioni, nella tranquillità di un paese decadente che comunque vive lontano dai conflitti, nel cibo, nell'arte, nella storia. Ma cosa ne abbiamo fatto dello sport? Lo abbiamo colpevolmente relegato nella stiva della vita sociale pensando che avrebbe fuorviato, di crociana memoria, le menti migliori della nostra gioventù. A scuola l'educazione fisica é vista dall'opinione pubblica come lo svago in mezzo alle occupazioni didattiche: la stessa funzione, in pratica, dell'ora d'aria in carcere. Colleghi e dirigenti valutano la pratica motoria, non senza una punta di invidia, come un'attività minore, di cui si può fare a meno senza provocare particolari  danni nella crescita formativa degli alunni. L'agonismo é affidato alle società sportive che lottano per sopravvivere, vessate da gabelle, in eterno conflitto intestino per aggiudicarsi le poche ore disponibili di strutture antiquate, poco funzionali e sovraffollate. Perciò, quando vedo un palazzo dello sport con novemila posti a sedere che al centro mette i giovani, orgogliosi di vestire la maglia che indossano con un sacco di gente disposta ad incoraggiarli ed applaudirli, non posso, anche se ormai di veneranda età, non commuovermi. Sono anni che sogno questa scena: finalmente i miei occhi vedono, le mie orecchie odono, le mie mani toccano.

giovedì 5 febbraio 2015

mai vinti

Nel vocabolario degli adolescenti é sparito improvvisamente il termine recupero, sinonimo di rimonta. É un brutto segnale, indice di rassegnazione e di scarsa fiducia nel mutamento delle cose. Soprattutto di bassa autostima, come se non si desse sufficiente credito alle proprie capacità di ribaltare le situazioni critiche. Capita a tutti, prima o poi, anche ai fortunati, di trovarsi con le spalle al muro: o ti lasci andare e le prendi di santa ragione, oppure reagisci e cerchi di venirne fuori trovando risorse aggiuntive e inaspettate. Vorrei sbagliarmi, ma al di là della corteccia esterna fatta spesso di facce spigolose e reazioni marcate con parole irripetibili si nascondono anime fragili che si lasciano trasportare dal flusso della corrente senza opporre resistenza. É un atteggiamento dalle conseguenze prevedibili: da chi si toglie la vita, perché incapace di vedere futuro, a chi rinuncia a lottare per conquistare il premio finale, piccolo o grande che sia. Ripercussioni ovunque: a scuola, dove di fronte ad un primo quadrimestre disastroso con un tabellone colabrodo si assiste a reazioni di fatalistica passività, del tipo che senso ha farsi il mazzo tanto non ce la farò mai. Gente che vegeta in attesa dello scontato verdetto senza provare a cambiare il corso del destino. Nello sport, gli effetti di questa aria rinunciataria sono devastanti: si pensi solamente a quante rimonte storiche sono state possibili solo perché nella testa frullavano pensieri positivi. La speranza non è solo un'ideale etico o religioso, la si vive quotidianamente cercando di realizzare i propri sogni in ogni campo dell'esistenza. Una squadra che risale nel punteggio é una squadra che dimostra speranza: ciascun giocatore crede negli altri e ci si aiuta nelle difficoltà ad emergere dal fondale. Se anche un solo membro del gruppo dovesse auto escludersi dal patto di fiducia reciproco, la rimonta non sarebbe possibile. Davvero credo che l'attività sportiva sia rimasta una delle ultime risorse per educare la gioventù a non mollare, a credere sempre nel successo, a non darsi mai per vinti, a sconfiggere la rassegnazione. Pietro Mennea, ancora oggi, é l'emblema del recupero: usciva sempre ultimo dalla curva, ma nel rettilineo li passava uno alla volta. La corsa come metafora: un normolineo che per vincere poteva contare solo sull'allenamento, la forza di volontà e l'ottimismo. Nulla é impossibile, nulla é deciso e stabilito, ma bisogna volerlo, con tutte le forze, fisiche e soprattutto mentali.

giovedì 22 gennaio 2015

sor' acqua

Non avrei mai immaginato che l'acqua diventasse la principale alleata nella sfida personale con la vecchiaia. Fin da piccolo ne ho sempre temuto la presenza: ho rischiato di annegare in piscina se non fosse stato per un angelo custode travestito da giovane sirena che mi ha trascinato fuori pericolo mentre gli adulti se ne stavano distratti in altre faccende. La mia prima lezione di nuoto all'Isef di Padova fu atroce: il docente mi pescò con un bastone mentre cercavo affannosamente di restare a galla. Mi disse di non preoccuparmi, che avrei imparato, e fu di parola. All'esame, due anni dopo, mi diede il massimo dei voti nello stile libero: sapevano tutti, me compreso, che stava barando, ma gli si leggeva in faccia la soddisfazione di aver trasformato un asino in un quasi cavallo, diciamo in puledro. Da sempre la terra é stata l'elemento ideale: la montagna é affascinante, ma é la pianura che mi ha svezzato e l'altezza, spesso, fa brutti scherzi. Pallacanestro, corsa, poi bicicletta: tutte attività con i piedi per terra, o quasi. Da sempre guardo i nuotatori con ammirazione mista a compassione. Ore e ore di allenamento, vasche ripetute fino alla noia, giornate ritmate da abitudini consolidate. Esseri superiori, indubbiamente: quando il gioco diventa serio, sono in molti a mollare la presa. Non è per tutti, lottare accanitamente contro il tempo senza vedere il cielo né respirare i profumi con una maschera per non bruciarsi gli occhi: uno sport claustrofobico, mi sia permesso, quasi autistico. Eppure, oggi, l'acqua é la mia ancora di salvezza. La mia benedizione. Questa liquida pellicola che separa dal mondo sta ogni giorno di più diventando familiare. Ciò che faceva paura ora é terapia di vita. Non solo allenamento, ma anche percorso interiore, silenzio dell'anima, bioritmo vitale, ritorno a se stessi. Un vero procedimento inverso: quello che doveva essere congeniale durante l'infanzia, lo è diventato in età adulta. Forse é nostalgia. Forse é vero ciò che si dice, che ritorneremo bambini. Se questa é la strada, io l'ho già imboccata.

giovedì 15 gennaio 2015

visioni apocalittiche

Datemi dell'apocalittico. Del catastrofista. Del nostalgico. Anche del reazionario. Del pessimista cosmico. Datemi di quello che vi pare ma non cambierò idea. La razza umana, almeno quella conoscibile, da un punto di vista biologico si trova in uno stato di involuzione permanente al punto che i nostri discendenti, tra qualche milione di anni, torneranno probabilmente da dove si é venuti, a sguazzare in acqua. Quanto tempo ci é voluto per raddrizzarci in piedi, per trasformare le zampe in arti, per formare una spina dorsale robusta e funzionale, per distinguerci dal resto del regno animale? Conquiste fatte di ere geologiche, ma anche di volontà ferrea, di battaglie per la sopravvivenza, di curiosità e rivelazioni, di scoperte e desiderio di svelare il mistero delle cose. Il corpo, inevitabilmente, ha dovuto adattarsi e forgiarsi a un genere di esistenza che, eufemisticamente, può essere  definita travagliata: resistente per scappare dalle insidie, agile per attraversare percorsi accidentati, forte per affrontare il nemico, rapido e preciso per procurarsi il cibo. Se penso a quali parti anatomiche nell'attuale era digitale hanno senso di esistere, mi viene in mente un essere umano con una testa gigante, formata da miliardi di circuiti nervosi indubbiamente di raffinata intelligenza, dita lunghissime e di coordinazione finissima per sfruttare al massimo gli strumenti della cosiddetta modernità. Per il resto, a cosa servono le gambe visto che abbiamo migliaia di modi per risparmiare tempo e fatica? La colonna vertebrale, artefice della nostra posizione eretta, che significato può avere visto che si passa la gran parte del tempo seduti o distesi? Solo lo sport può richiedere l'intervento di queste zone corporee dimenticate, ma a quale prezzo? Ragazzi che non sanno correre, saltare, buttarsi a terra, prendere e lanciare. La palestra non può sostituire l'apprendimento naturale, fatto di prove ed ostacoli, di cadute e risalite, di ferite procurate, di sudore inevitabilmente prodotto. L'uomo non si può costruire chimicamente in laboratorio, é la somma di esperienze fatte, di ginocchia sbucciate, di lacrime asciugate, di tentativi perpetuati fino a trovare la soluzione dei problemi. Sono preoccupato, perché quello che vedo non mi piace: pazienza per gli allenatori che si trovano giocatori sempre meno abili - a parte qualche mosca bianca uscita chissà dove - c' é un limite complessivo che prima o poi si riverserà sul modo di vivere quotidiano. Non ci sarò, ma se tra qualche era la spina dorsale sarà sostituita da una volgare lisca, qualcuno saprà dove tutto ha avuto inizio.